Donne, Me.
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194: aborto

Inizio con due premesse. La prima, è che, Franzen permettendo, tutto ciò che sto per scrivere, e che ho la possibilità di esprimere, non avrebbe avuto la possibilità di manifestarsi, e di crearsi, se uno strumento di condivisone del pensiero come Twitter non ci fosse. La seconda, è che esistono persone come David Sassoli che ci mettono la faccia e usano il mezzo digitale di cui sopra, per ricucire quel link tra rappresentanti e rappresentati che si è evidentemente spezzato. Ma 140 caratteri sono pochi e vorrei invece usare questo mio spazio per sfruttare un’occasione di dialogo e di confronto. Viso il tema, la recente sentenza della Corte Europe sul diritto all’aborto, credo che ne valga la pena. David Sassoli ha spiegato la sua posizione, e i suoi dubbi, in un articolo apparso sull’Unità. Tutta la nostra conversazione su Twitter è stata quindi imperniata su una domanda simbolo e provocazione allo stesso tempo: «Dunque, sei favorevole a concedere il diritto alle ragazzine di 13, 14 anni di accedere all’aborto senza parere dei genitori?». È una domanda tosta. Ma è anche una domanda rivelatrice. È l’incipit di una serie di problemi e riflessioni incastonati uno dentro l’altro come una complicata matrioska. È la matrioska della nostra vita, della società civile che sta cambiando più velocemente delle politiche sociali, delle scelte dei giovanissime e giovanissime di oggi che dovremmo cominciare a considerare come persone, per dire.

Proverò a fare poca sociologia, visto che è di questo che sono stata accusata, anche se penso che, quando si pensano le leggi, un’occhiata a quello che succede nella società andrebbe data, se non altro per non arrivare, al solito, irrimediabilmente in ritardo. Ieri, per esempio, il Consiglio dei ministri ha finalmente equiparato per legge i figli legittimi e quelli naturali, aggiornando una postilla di non poco conto, sostituire la patria potestà con la più comprensiva e attuale genitorialità. Ieri, il 13 dicembre del 2013, con qualche anno, e qualche migliaia di minori, di ritardo. Questo è il guaio di pensare alle leggi come strumenti giudicanti, limitanti, definenti. Un po’ di sociologia in più, e magari un po’ di ideologia in meno, e davvero, invece che cancelli, si sarebbero costruiti ponti. Per una volta, smettiamo allora di mettere sotto il tappeto dell’ipocrisia da Mulino Bianco, la realtà: le gravidanze tra le minorenni sono in crescita. La genitorialità narcisistica formatasi negli ultimi anni pesa come un macigno sull’educazione sentimentale e sessuale delle nuovissime generazioni. La famiglia, quella santa e sacra a cui ci si continua a rivolgere per fuggire alle responsabilità collettive e sociali, non esiste. Smettiamo dunque di tirarla per la giacchetta quando ci troviamo a dover prendere delle decisioni importanti come questa. In Italia la famiglia è il principale strumento di welfare, è la coperta che scalda le nostre mancanze civili, è il perdono dei nostri peccati di cittadinanza, la culla del nostro individualismo. Ma non si capisce come mai la responsabilità della famiglia venga tirata in ballo solo quando si tratta di argomenti sensibili, etici, che riguardano i diritti di donne più o meno giovani. Anche perché, e sono i dati a dirlo, la maggiorparte dei casi di gravidanza minorile, riguardano ragazzine che di questa responsabilità della famiglia non ne hanno mai sentito parlare. E non è certo con un obbligo di legge che i genitori, assenti prima, diventano improvvisamente responsabili.
Ma io penso a queste ragazze, penso a queste ragazze che sono grandi per essere madri, per avere la responsabilità di crescere un altro essere umano, ma sono piccole per decidere su se stesse. Penso a loro e me le immagino con una cosa da gestire che può far paura. Le immagino sole. E ora le immagino con una legge che dice loro: l’aborto non è un diritto, e soprattutto, non è il tuo. È sociologia questa? Per una volta, a David Sassoli, una domanda la vorrei fare io, perché chi una famiglia ce l’ha, per default, ha garantito anche l’aborto. I problemi, al solito, sono per le più sfortunate. E allora, non è giusto chiedersi per chi si fanno le leggi? Non  giusto pensare, due, tre, quattro volte, quando sul piatto c’è una questione di diritti, a chi toccherà la conseguenza di questa decisione definitiva?  Fare un po’ di sociologia, dopo tutto, potrebbe aprire riflessioni interessanti e meno tranchant… Come avevo già scritto nel mio post Nel nome del figlio, il guaio più grande, e la vostra responsabilità più grave, sta nell’impedire di fare in modo serio e meno ideologico, una riflessione collettiva, culturale, pubblica, a soprattutto educativa, su che cosa voglia dire oggi formare una famiglia, fare figli. E come si vede, non è e non può essere solo una questione di età. Un diritto negato, come quello dell’interruzione di gravidanza, non può essere giustificato solo con una linea di demarcazione anagrafica. Tu sì, tu invece, chiedilo ai tuoi. Quando riesci a parlarci, s’intende.
Ma vorrei anche dire a David Sassoli, e a tutti i “nostri” rappresentati laici del PD, che è l’ora che le politiche sociali la smettano di tirarsi indietro. C’è un ruolo, culturale, educativo, etico, un modo di rappresentare che deve essere l’avamposto, non il carro trainato, della società civile. Il problema è un altro. E, ahinoi, è sempre lo stesso, che è poi quello che quando si tratta di aborto, di donne che decidono drammaticamente della propria vita, proprio non ci riuscite a fare un passo indietro. A non essere giudicanti, pontificanti (non nel senso di costruttori di ponti), a tirare giù le maiuscole per la parola Vita, a riempirvi la bocca di zucchero con l’infanzia, minori, bambini. Quanta ipocrisia. Quanta teoria. Poi, però, la vita è un’altra. Per esempio, quella di una bambina di 11 anni che faceva sesso con un uomo di 60 anni ma che la Corte di Cassazione ha detto che andava tutto bene, era amore. Nessun permesso dei genitori, in questo caso. Il “vostro” “amore”, non ne ha bisogno.
 

2 Comments

  1. Anonymous says

    Ho letto con molto interesse il tuo articolo. Condivido tutto quello che scrivi. Tutto. Compresa l'ipocrisia. Che, però , serpeggia non solo tra I politici ma anche tra la società civile. Che in questi anni è scivolata sempre più indietro nel tempo. E non dimentichiamo che noi, non abbiamo fatto nulla per fermare tutto questo.

  2. Non so se siamo stati fermi. Forse, a un certo punto, ci siamo solo rassegnati a essere minoranza. Questo, ahimè, non possiamo negarlo. Certo, abbiamo creduto che i diritti, una volta legiferati, fossero acquisiti per sempre. E invece, tutti i diritti, anche quelli più “banali” come la libertà di parola, la laicità, vanno esercitati e riempiti di significato ogni giorno. Questo, il nostro più grande errore. Di esserci dimenticati del dono che avevamo avuto e di considerare di poco valore, banali, scontate, cose per cui altri e altre hanno lottato duramente.

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