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20 settimane e mezzo

Un mio collega ha preso la paternità. A parte qualche maschio nordeuropeo esibito in documentari progressisti, non avevo mai visto, e realmente conosciuto, un uomo che affrontasse questa scelta. Gli ho suggerito di aprire un suo blog, 20 settimane e mezzo appunto, per raccontare giorno per giorno la sua esperienza. Mi ha risposto che il fatto stesso che glielo avessi proposto implicava che la sua scelta atipica fosse vagamente indecorosa. «In fondo», si è giustificato, «non mi sono mai trovato a dover stare così tanto tempo senza lavorare». Che strano, mi sono detta. Io non avevo mai pensato che la sua scelta fosse una diminutio. Anzi, pensavo che fosse una cosa così speciale da meritare un diario-tributo. Una volta, scherzando, gli dissi persino che in questo modo avrebbe compreso sulla sua pelle che cosa capitava ad una donna costretta ad abbandonare il lavoro per dedicarsi alla maternità. Per come la vedo io, mettersi nei panni di un’altra persona, è sempre un arricchimento e non viceversa. Ma, evidentemente, i panni di noi donne sono meno piacevoli da indossare. Così, anche questa scelta apparentemente illuminata e moderna, sembra iniziare con il piede sbagliato. Per una donna è naturale dedicarsi alla maternità. Sappiamo che dovremo affrontare sacrifici, e qualche volta (anzi molto spesso) ingiustizie e ritorsioni punitive da parte di capi e colleghi. Sappiamo che per cinque mesi riempiremo il vuoto pneumatico del riconoscimento sociale con pappe e pannolini. E che, anche quando decidessimo di portare avanti entrambe le cose, carriera e maternità, lo faremmo da eroine e non da sfigate. Vorrei dire a questo mio collega che il sottile panico che ti prende quando hai il vago sospetto che stia succedendo qualcosa di molto vicino a una rivoluzione, non è altro che il naturalmente forzato abbandono alla corrente della Vita. Ecco perché ho scritto “costrette alla maternità”. Perché, per quanto la scelta di fare un figlio sia consapevole, arriverà il momento in cui sarà la Vita a prendere le redini e a decidere per noi tempi, esigenze, necessità. Noi donne, ci siamo abituate, i maschi, tutti potere e controllo, meno. Questa sì che è una diminutio, una condizione di palese inferiorità di genere (lo dico con affetto). E prima di considerare il dedicarsi alla maternità una spiacevole pratica da sbrigare, si prenda atto che sono le donne a dare la Vita. E non semplicemente perché ne danno una nuova, ma perché danno la loro, in prima persona.

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