Month: febbraio 2011

strada maestra

Ve la ricordate la vostra maestra? Io sì. Si chiamava Rosaura e abitava nel palazzo di fianco al mio. Era grande, ai miei occhi. E sicuramente grandi erano i suoi fianchi, perché quando io e le mie compagne ci prendevamo mano nella mano per abbracciarla non riuscivamo a cingerla tutta. Mi ricordo i suoi capelli biondi con le punte rigirate all’insù che se ne stavano fermi come se fossero sempre pregni di lacca. E il suo rossetto arancio deciso che qualche volta indugiava sui denti. Era bellissima, la mia maestra. Mi ricordo ancora la piacevole sensazione della sua fisicità, ferma, compatta, e nello stesso tempo accogliente. Il suo grembiule nero sempre odoroso di amido da stiro e le sue mani secche e imbiancate di gesso. La chiamavo Signora Maestra e le davo del lei, anche quando invitava me ed alcune delle mie compagne a casa sua, se nel pomeriggio non avevamo nulla da fare (il che capitava abbastanza spesso), o quando portava a scuola farina, zucchero e fornello elettrico per insegnarci a fare le chiacchiere …

nudi e crudi

@font-face { font-family: “Cambria”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Questa mattina a Milano le mamme di una Elementare di via Puglie hanno protestato perché sul muro adiacente la scuola campeggiava il culo di una bella ragazza che faceva pubblicità alla campagna primavera estate 2011 di Silvian Heach. La cosa mi aveva già colpito qualche settimana fa quando, all’indomani della manifestazione di Senonoraquando, era il Comune di Genova a scusarsi con i passanti di via San Vincenzo per aver accostato il logo della città con tanta oscenità. Mi ricordo che il mio amico Fabio Novembre aveva chiamato sul suo blog alla caccia alle streghe, trattandosi la foto secondo lui, di un’opera artistica in quanto firmata dall’enfant terrible della moda, Terry Richardson. Il quale appunto, quando non ritrae star del cinema e presidenti (Obama compreso), non disdegna pornografia e varie nudità. Ora, sorvolando sulla deprimente mancanza di fantasia di chi arruola, pagandolo profumatamente, un fotografo come Richardson per mostrare il solito culo, devo …

attente al Gattopardo

@font-face { font-family: “Cambria”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Perché fare oggi quello che si può rimandare a domani, o addirittura a dopodomani? È l’indole del Gattopardo, che anche quando fa finta di cambiare, lo fa appunto perché tutto resti uguale. La legge Golfo-Mosca sulle quote rosa nei Cda si attuerà, forse, a partire dal 2018 (e si porta dietro tanti di quegli emendamenti che ne resterà ben poco). Un’eternità. In ritardo sulla Spagna, la Francia, neanche contiamo la Norvegia che sembra su di un altro pianeta. Scommetto che questa legge sarà sbandierata da tutti come un fiore all’occhiello della parità di genere, quando invece rischia di essere l’ennesima mossa consolatoria. E non ci dicano che anche in Francia c’è la gradualità. Perché la scossa di cui ha bisogno questo Paese, il nostro, è ben più urgente e vigorosa. D’altra parte, io non mi ero illusa che il sistema vigente potesse garantire e regolare questo processo in modo civile. E forse, …

botta e risposta

Oggi un post a blog unificati nato da un’idea di Stefania Boleso con altre donne ha messo a punto alcune riflessioni sulle quote rosa nei Cda il cui disegno di legge (legge Golfo-Mosca) è in dirittura d’arrivo al Senato tanto che Parimerito ha organizzato un sit-in davanti a Palazzo Madama, sede del Senato, Martedì 22 Febbraio alle ore 12.00, giorno cruciale per la sua approvazione. Questo comunque è stata la risposta al loro post: Grazie Stefania & Co. di aver messo, insieme, queste riflessioni. Essere insieme è importante. Soprattutto per noi donne, che a volte ci perdiamo in cavillose dissociazioni. Che spesso siamo incapaci di fare lobbying e per anni siamo state convinte che assimilare modelli maschili ci rendesse più forti e vincenti. Se ci sono ancora donne che vedono le quote rosa come un insulto, come una minaccia alla meritocrazia invece che la sua spalla più efficace, forse la causa è da rintracciare nelle comunicazioni riservate a noi donne. Certo, a volte, si parla del loro valore, anche economico, e del loro contributo. Si parla …

sante subito… anche no

Sono colpita dalla schizofrenia della comunicazione, anche o soprattutto giornalistica. Un articolo di Paola Pica dedicato alla Fondazione Bellisario-Beyond, pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, sembrerebbe tirar la carica, e il traguardo si spera felice,  alla legge sulla parità di quote di genere che domani sarà presentata in Senato. Se non altro perché si legge, come sostiene la banca d’affari americana Goldman Sachs, l’aumento della presenza delle donne potrà portare alla crescita del 22 per cento del Pil. Poi continuo a sfogliare, arrivo alla sezione lavoro, e trovo un doppio paginone sulle mamme che, per trovare eguale soddisfazione tra maternità e carriera, si sono raccomandate a Sant’Iva (la Partita ovviamente). Volti felici e sorridenti, circondati da bambini bellissimi o da sereni pancioni. Immagini che cancellano in un attimo, con una sorta di mistificazione consolatoria, la sofferenza e la fatica delle scelte che queste stesse donne hanno dovuto compiere. Segue una (giustissima) esaltazione del loro coraggio e della loro capacità impreditoriale. E tale è la gioia di questa fuga felice dal mondo del lavoro, che …

e se il gioco si fa duro…

Esiste un senso della vita? Una sottile ironia che dipinge i nostri giorni che ci ammonisce, o ci rassicura, sulle strade che stiamo intraprendendo? La notizia di questi minuti è di quelle che sembrano essere segnate da un caso per niente casuale. Berlusconi a giudizio per rito immediato davanti a un collegio di tre donne tre. Fazione e strumentalizzate, certo. Ma pur sempre donne. Strana, questa invasione in rosa. Quasi sospetta. Questa mattina anche Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano, ha annunciato il 50 per cento di presenza femminile nella prossima giunta comunale. Bene. Da Davos (vedi il post vedo rosa) alla pianura padana, The Gender Equality Project, sottotitolo Equal Value, Equal Respect, sembra risvegliare coscienze civili e politiche. Non che io sia contraria alle quote rosa, tutt’altro. Ma Ipazia mi ha insegnato a vigilare, perché una delle armi del potere è quella di aggrapparsi al cavallo vincente, per poi scaricarlo, stremato e sfinito, appena recupera la sua forza. Non dobbiamo dimenticare la lezione di Michelle Ryan e Alex Haslam dell’ Exeter University. Non dobbiamo …

e adesso? la lista della spesa…

Chi decide di aprire un blog lo fa di solito per una propria necessità: la mia era quella di dare forma, di mettere nero su bianco, un disagio soggettivo che ormai avvertivo sempre più forte quando mi confrontavo, in quanto donna, con il mio ruolo nella società o nel mondo lavoro. Quando avvertivo, in modo sempre più netto, il gap tra talento, capacità dimostrata, energie profuse, e riconoscimenti professionali. Non meno importante era anche l’esigenza di comunicare, nel senso di mettere in comunione, riflessioni che altrimenti sarebbero state sterili elucubrazioni. Del resto, l’affermazione di volontà l’ho subito chiarita nel sottotitolo del mio blog: La speranza ha fatto il suo tempo, ora vogliamo che sia femmina. Dopo la giornata di ieri, ma già da alcune settimane, questo senso di solitudine si è colmato. Mi sono ritrovata con altre donne, diverse, più giovani o più vecchie, professioniste e casalinghe, che in comunione non hanno messo solo il disagio, ma un proposito di cambiamento. Mi spiace per le ridicole critiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di …

consideriamoci valore

(con le dovute scuse ad Erri De Luca) Sarò in piazza il 13 febbraio, ma vorrei davvero che fosse solo l’inizio. Le parole dignità, rispetto, partecipazione femminile, non possono, ora, rimanere solo slogan per grandi striscioni. Non nascondiamoci dietro un dito: questa, è stato giustamente scritto, è una manifestazione politica, nel senso alto del termine. Ed è alla politica che dobbiamo chiedere azioni concrete. Non leggi, ma fatti. Lo dobbiamo pretendere con la stessa forza con cui dobbiamo diventare consapevoli del nostro valore. Consideriamoci Valore, appunto. Consideriamoci forza, anche elettorale perché no, che, unita, può pretendere che le proprie istanze vengano soddisfatte. E consideriamo Valore prioritario le nostre necessità, avendo il coraggio di definirle nostre, anche se pronte a condividerle con tutti: regole che garantiscano una presenza equa delle donne nelle posizioni chiave, strutture pubbliche e private che non puniscano la maternità, norme che impediscano la violazione del corpo e dell’immagine femminile. Il mondo ci sta mandando chiari segnali e ci dice: The Gender Equality non è più solo una questione etica, è ormai una …

trans-formismo

Dichiara Alba Parietti oggi in un’intervista su La Stampa che lei è così (così integra che mai è andata a cena con qualcuno per vile condiscendenza, ndr) perché «sono un po’ uomo» . Ho letto due volte domanda e risposta e, sì, davvero la Signora Alba Parietti pare ritenere che, essere tutta d’un pezzo, rifiutare persino i passaggi in macchina, fare tutto da sola, siano comportamenti dovuti a un’educazione “da maschio”. C’è da crederci. Perché, in effetti, la fortunata mascolinizzazione della Signora Parietti ha prodotto risultati evidenti. Sarà per compiacere il suo gusto (da rude maschio) che ha modificato il suo corpo a mo’ di canotto. Labbra pronunciate, décolleté generoso, chioma fluente a incorniciare zigomi alti e turgidi, invidiabile stacco di gamba sempre in evidenza. La soda Parietti è un vero modello per le ragazze d’oggi che, comportandosi da veri maschi, faranno strada nel mondo. Quelle ragazze che, appunto, io chiamerei le trans-formiste. Un gioco di parole in cui ci sta tutto, ideale estetico ed etico compresi. Non c’è da meravigliarsi poi se ci sono …

donne da strada 2

Non c’è solo la moglie di Ben Ali citata nel mio post Tutta colpa di Eva. E nemmeno l’artistica interpretazione della Donna da strada della pakistana Bani Abidi. Io che riservo un’attenzione particolare alle signore straordinarie come Chen Mei Xi o Anna Marie Tsegue, non potevo non dedicare due righe a due portfolio che stanno girando sul web. Catherine Simon è una giornalista free lance che lavora per Le Monde e si è sempre occupata di donne, soprattutto se si trattava, ad esempio, di, ebbene sì, femministe irachene. Sul quotidiano francese ha pubblicato un reportage sulle donne tunisine scese in piazza durante la rivoluzione. Ci racconta una società diversa da quella che solitamente ci viene rappresentata. Una società in cui le donne, se pur velate, hanno studiato, sono diventate avvocato, occupano posti all’interno dell’Università. Per queste donne, che conquistano la loro libertà ed emancipazione giorno per giorno,  il coraggio è pratica quotidiana. Il portfolio delle rivoluzionarie egiziane è invece di Leil-Zahra Mortada. Ma la loro voce si è fatta strada anche su YouTube e sui …