Month: aprile 2011

milano e le donne

Milano è una città strana. Nervosa. Generosa. Stanca. Intelligente. Milano è come le sue donne. Ne incontro tante, ogni giorno. Sono già multitasking alle otto di mattina in metropolitana. Alla pausa pranzo, che saltano, organizzano il pomeriggio della tata con i figli. All’ora del té, quello che non hanno mai preso, foderano le loro rinunce di saggezza e lungimiranza. Le donne di Milano non sono gentili. E non chiedono gentilezza a questa città. Non vogliono sconti. Non hanno voluto quello del 10 per cento del così detto taxi rosa, forse perché la sicurezza non è un tema da trattare come se fossimo una specie protetta. Non hanno voluto (alcuni) asili nido. 2000 e più donne almeno, hanno rinunciato al loro posto. Forse perché il servizio andrebbe pensato a misura di famiglia, e non viceversa. Molte ancora hanno detto persino di no a un altro posto, quello di lavoro. Dopo il primo figlio. Perché il lavoro che gli restava era solo una trappola di logorio e frustrazione. Siamo serie. Le donne, sono, serie. Quando sento espressioni …

il canto delle mondine

Alla mattina appena alzata o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar. E fra gli insetti e le zanzare o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e fra gli insetti e le zanzare un dur lavor mi tocca far.   Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.   O mamma mia, o che tormento! o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao o mamma mia o che tormento io t’invoco ogni doman.Ma verrà un giorno che tutte quante o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà.  

cambiamento: sostantivo femminile

Copio e incollo una dichiarazione dell’Avvocatessa e Onorevole Giulia Bongiorno rilasciata in un’intervista al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Resto convinta che l’unico modo per riconciliare i cittadini con la politica sia cambiare. Cambiare radicalmente. E in quest’ottica di rinnovamento credo che le donne saprebbero riconquistare la fiducia delle gente comune. Purtroppo rimangono confinate ai margini delle istituzioni. Da sempre sono costrette a lottare più degli uomini per affermarsi: tutto questo è ingiusto, faticoso, sbagliato, ma ha avuto il pregio di affinare le loro capacità». Copio e incollo perché l’ottimismo certe volte mi commuove. E perché, al contrario di Giulia Bongiorno, credo che la strada da fare sia, purtroppo, ancora molta. In tutti questi anni abbiamo affinato le capacità per avvicinarci ai ruoli di responsabilità, ma non ne abbiamo difatto scardinato i modelli, tutti maschili, di riferimento. Arrivate alla vetta come cani sciolti, non abbiamo costruito un linguaggio, un sistema, un modello di genere che ci renda visibili come donne. Certo, ora siamo come Ipazia nel tempio. Sappiamo che non c’è nulla da fare …

il potere della parola, le parole del potere

@font-face { font-family: “Cambria”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Ieri sera sono stata a un interessante incontro organizzato dalla Fondazione del Corriere della Sera sul tema del linguaggio tra maschilismo e letteratura di genere. A dibattere c’erano l’enigmista e scrittore Stefano Bartezzaghi, la Presidentessa dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, la scrittrice Elisabetta Rasy e la giornalista Maria Laura Rodotà. Sono andata perché se negli ultimi anni si è discusso molto sull’immagine della donna, poco si è detto sulle parole usate con lei e per lei. E questo in un periodo in cui per la verità, la volgarità anche verbale (leggi barzellette oscene o minacce televisive), o la sempre più alta aggressività di ogni confronto dialettico, sono sotto gli occhi di tutti e di tutte. E poi le parole sono un’arma difficilmente riconoscibile come tale. Io, per esempio, ho provato un certo fastidio quando un luminare a cui mi sono rivolta per un problema agli occhi, mi ha chiamato principessa. Ci ho …

nel mare ci sono i coccodrilli

Questo è il titolo di un libro che ho terminato di leggere questa mattina. Era il mio libro da metropolitana della settimana. Ed era un anno o poco meno che avevo questo appunto sulla mia agenda: compralo! L’ho fatto, insieme al più nobile Freedom di Jonathan Franzen, che come tutti, devo avere. E leggere, prima o poi. Ma questo libro è arrivato al momento giusto. O forse, visto i tempi in cui viviamo, tutti i tempi sono giusti per questo libro. Che racconta il viaggio, da clandestino, di un bimbo di 10 anni dall’Afghanistan in Italia. Ho pensato di leggerlo a mio figlio di otto di anni, perché, tutto sommato, è anche un’avventura. Poi ho pensato che non avrebbe capito. O che era troppo presto, così glielo tengo in serbo per quando ne avrà 12 o 13. Strano, noi difendiamo i nostri figli da quello che in altri paesi è la normalità. Se vi capita di avvistarlo in libreria, prendetelo. In questo mondo di disperati senza disperazione, di infanzia negata e di schiavitù nascoste, la …

vuoi qualcosa? basta chiedere

Ieri sera durante una bella riunione milanese di partito,  una modella violinista, tale Charlotte Crona, è uscita fuori da un gigantesco uovo di Pasqua: era un regalo, gradito, per voi-sapete-chi. Un addio al celibato fuori tempo (e anche fuori luogo per la verità) a cui ha assistito anche la nostra sindachessa milanese, Letizia Moratti, la quale, davanti all’ennesimo show volgare e maschilista, non ha mosso ciglio. Le elezioni comunali milanesi si avvicinano e molte delle liste che si presenteranno sono imbottite, fino al 50 per cento, di candidate donne. Il che non significa, sia chiaro, che sarà il 50 per cento delle donne che prenderà poltrone e posti di comando. Avete letto il mio post L’immagine e la piazza? Beh, fatte le debite proporzioni, la situazione è un po’ quella, e cioè che, di questi tempi, chi immagina una rivoluzione rischia di diventare solo, e suo malgrado, l’immagine della rivoluzione. Che esca da un uovo di Pasqua o da una lista elettorale altrettanto ben confezionata. Non accaponate la pelle, c’è poco da fare dei distinguo …

Conflitti di classe

Questo post partecipa alla Giornata di Blogging per la Scuola. Gli altri blogger partecipanti li trovate sulla pagina dedicata di Facebook Se c’è un dato che fa riflettere sullo stato della scuola pubblica è la migrazione verso la scuola privata. Tra questi migranti, lo dico subito, ci sono anch’io. Nell’ultimo anno della scuola materna di mio figlio, quando vedevo l’orrore della Riforma Gelmini profilarsi all’orizzonte, insieme alle mamme degli altri “primigini”, così come si chiamano i bambini che si avviamo alla scuola elementare, ho manifestato e scritto. Incontrato maestre e istituzioni (rassicuranti). Poi però, alla scuola elementare che sarebbe stata la naturale, e consueta, prosecuzione di quell’asilo, mio figlio non l’hanno preso. La vicedirettrice, molto dispiaciuta, mi ha chiamato giustificandosi che il bacino di utenza si era, per così dire, ristretto. Per mantenere un tempo pieno di qualità e non fare semplicemente un parking pomeridiano, le regole di accesso erano diventate più rigide, e quello che era stato possibile fino all’anno precedente, ora non lo era più. Io, d’altra parte, una scuola più vicina a …

tanto rumore per nulla… o no?

@font-face { font-family: “Cambria”; }@font-face { font-family: “Helvetica Neue”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Qualche post fa un’amica di Ipazia mi ha mandato in un commento un’interessante mappa della diffusione degli accessi Internet da casa. L’Italia, as usual, sta agli ultimi posti. Secondo gli ultimi dati, solo il 51,9 per cento delle famiglie italiane si collega a Internet, contro il 70 e più della media europea. Se consideriamo poi che questo 50 per cento è ulteriormente parcellizzato per interessi, fasce d’età e conoscenze telematiche, beh, allora viene proprio da pensare che quello che passa su questo intangibile mezzo, almeno per ora, almeno in questo Paese, non è altro che… parole nel vuoto. Internet sarebbe il solito salotto, più o meno buono, più o meno chiuso, e solo se si riesce ad uscirne si può incidere realmente sul cambiamento o fare opinione. Basta un bel filmatino in tv, magari posticcio ma ad effetto, che centinaia di petizioni con annesse firme, migliaia di …

ti lascio una canzone

Mi capita raramente di guardare il NY Times la mattina, ma questa, di mattina, l’ho fatto. E ho trovato una storia bellissima. Quella di una signora di 84 anni, salvatasi dallo tsunami, che è l’ultima geisha della sua città natale, Kamaishi. Alle 2 e 46 del 11 marzo scorso, Tsuyako Ito stava preparandosi per la sua solita esibizione al Ryotei Saiwairo: una cosa che faceva da quando aveva 14 anni. Non è la prima volta che questa donna ha a che fare con terremoti e tsunami. La nonna le raccontava spesso del grande tsunami del 1896. E nel 1933 fu la madre a salvarla portandola sulla schiena. Il resto sta scritto in questo bel reportage diKantaro Suzuki ed è bene che ne godiate senza filtri. Ma, alla fine, credo che converrete con me dell’immensa nobiltà d’animo di questa vecchietta quasi novantenne oggi ricoverata in un ospedale della città. Salvata da un venditore di sakè che non poteva sopportare l’idea che scomparisse l’ultima voce in grado di cantare The Song Kamaishi Seashore, una vecchia melodia che …