Month: gennaio 2012

falsi miti e falsi problemi. un post scomodo

scomodità numero 1. Tanto per cominciare, il lavoro si paga. Qualunque esso sia, se lo riteniamo ben fatto, non vedo perché farci venire pruriti moralisti e sensi di colpa nel pagarlo, anche tanto. Se li vale, e in genere un professionista sa cosa e quanto può pretendere, non vedo che cosa ci sia di strano. L’anno scorso ci si scandalizzò per il compenso di Roberto Benigni che poi comunicò, in ossequio al buonismo, di devolvere tutto il suo cachet all’ospedale Meyer di Firenze (vorrei ricordare a tal proposito il meraviglioso monologo di un’ora sull’Inno di Mameli che a mio parere i 250 mila euro li valeva tutti). Quest’anno, è la volta di Adriano Celentano che ora, dice, a seguito delle polemiche, consegnerà il suo compenso pari pari all’Emergency di Gino Strada. Un falso problema dipanato con una falsa soluzione. Perché se il lavoro di Adriano Celentano valeva quei soldi, non vedo perché non darglieli. Troppi? Il valore del denaro è quel che di più relativo c’è al mondo. Una domanda: è più scandaloso, e eticamente …

sulla paternità obbligatoria

È bastato che Elsa Fornero accennasse al congedo di paternità obbligatorio in televisione, alla trasmissione di Lilli Gruber su La7, che i Social Network gridassero all’alleluja, i quotidiani ne facessero titoli e sommari, e le radio mandassero in onda  trasmissioni dedicate (oggi, Tutta la Città ne parla su Rai Radio 3). Sono soddisfatta e per due motivi. Il primo perché la portata di questo semplice provvedimento andrebbe ben al di là del suo aspetto legislativo. Quindi, se se ne comincia a parlare in luoghi diversi da associazioni e convegni, ben venga. Il congedo di paternità obbligatorio è infatti di una di quelle norme che immetterebbe nella società il gene di uno di quei cambiamenti culturali quasi rivoluzionari. Come disse Alessia Mosca, relatrice di un disegno di legge sul tema in Parlamento, all’incontro organizzato a Milano per #2eurox10leggi, è la prova che le buone leggi possono attivare un circolo virtuoso nell’evoluzione della nostra società. Ridistribuire in modo più equo, tra uomini e donne, il lavoro di cura e di accudimento in questo Paese non è questione …

Lego Land

Non so voi, ma io, quando devo comprare un regalino per il compleanno per la compagna di mio figlio, sono in grande imbarazzo. Ormai ho smesso anche di fare la solita domanda del tipo: «Sai cosa piace alla tua amica?». Perché tanto, davanti alla solita sfilza di Bratz,  Winx, principesse e musical dipendenti, mi giro dall’altra faccia e dentro di me penso: «Scordatelo!». Di solito ripiego su un libro del tipo Il corpo umano in pop-up anche perché, persino nei primi romanzi, i generi sembrano rigorosamente divisi: da una parte storie di amichette e fate in copertina rosa, dall’altra pirati, calciatori in miniatura, topi scopritori e maghi chimici. Ho parlato poche volte in questo blog di educazione di genere, eppure questa è una notizia che mi ha fatto riflettere e a cui non ho trovato ancora risposta. Lego infatti ha messo in commercio (per ora in Francia, in Italia la linea Lego Friends Girly uscirà a marzo) la prima serie di Lego Friends per bambine che, finalmente, possono costruirsi il loro mondo a forza di …

sesso e potere. e non è quello che credete

Ho un’amica di un’amica che è anche mia amica che mi chiede consigli da amica. È perché lei deve scrivere qualcosa sulle donne, di quelle che lavorano e sono riuscite ad arrivare nella stanza dei bottoni. Di quelle che comandano insomma, e che possono quindi cambiare le regole del gioco. L’amica dell’amica ha un bel contorno di amiche manager, o più o meno conoscenti, da contattare, di quelle che spesso si vedono ai convegni e che davvero hanno formazione (al femminile) e informazioni da vendere. Ora succede che la più famosa delle amiche dica all’amica dell’amica (la mia) che no, se c’è lei in quel pezzo, allora non ci devono essere le altre. Che sarebbe il caso che si parlasse solo del suo di lavoro, al limite di quello delle amiche, ma le amiche delle amiche no, proprio no. Non è il caso. La mia amica stupita mi chiama per chiedere lumi. Cara mia, le rispondo, è che non ci hanno mai insegnato a passare palla, e noi, il gioco di squadra non lo sappiamo …

Perché mi piace El Barça

Ma davvero fa così impressione? Anche ieri qualcuno si è sorpreso del mio tifo blaugrana. Mi piace il Barça. Da morire. L’anno scorso, il 29 maggio, il solito gruppo di amiche social-impegnate mi aveva piazzato la prima di uno spettacolo teatrale di un’altra amica comune.. «Non se ne parla nemmeno», ho detto io. «Perché?». «Perché c’è la finale di Champions!». Mi hanno guardata come un’extraterrestre. Eppure, è così. Un po’ di tifo dovrebbero imparare a farlo anche le femmine. È un luogo emotivo generoso di indulgenze e molto incline a un certo permissivismo. Il tifo (ci) perdona. Certo, io scelgo il Barça perché è més que un club. E perché, per dirla tuta, l’appellativo Real non l’ha mai voluto. È un’icona della partecipazione popolare, dello sport concepito come educazione alla vita, del senso del noi che vince sull’individualismo, e il suo presidente se lo elegge per suffragio universale. In fondo, il Barça fa molto di più che vincere. Ed è per questo che piace, a me e ad altre molte donne. Lo guardi e ti …

Etiopia, solo ritorno

Lo hanno trovato alla stazione di Napoli e ha detto che voleva tornare a casa, in Etiopia. Da Novara a Napoli ci sono 827 chilometri: li ha fatti in 5 giorni, a piedi, in treno, con qualche passaggio di fortuna. Ma la cosa che mi ha colpito di più, è che, Habtamu Scacchi, al contrario di migliaia di suoi connazionali e limitrofi, voleva ritornare a casa. La stessa caparbietà, e fors’anche la stessa illusione di salvezza, ma nel senso contrario. Una fuga verso il ritorno nei luoghi da cui, quotidianamente, si scappa. Solo la forza, a volte di una disperata adolescenza, dell’immaginazione di un giovane di 13 anni può arrivare a tanto. Perché spesso tutto è questione di punti di vista e ciò che a taluni appare una prigione, per altri può essere un rifugio. Non dimentichiamoci di questo quando guardiamo gli “extra” da noi e, forse con troppa leggerezza, pensiamo che per loro, andarsene dal proprio Paese in fondo è stata una liberazione. Forse no. Forse del loro Paese hanno lasciato le strade, ma …

non posso permettermi di lavorare

Non è un refuso, è proprio così. Il “non” prima del verbo lavorare non c’è volontariamente. Avrei dovuto essere più precisa e riportare la frase «non posso più permettermi di fare questo lavoro» che è poi un lavoro a tempo, e talento, pieno. Fatti due conti, c’è poco da obiettare, le rispondo. Con i mezzi sono quasi due ore e mezza di strada, l’auto tra pedaggio e benzina arriverebbe a 300 euro al mese e non si può. Poi c’è la ragazza che va a prendere il figlio e lo tiene fino alle 19, spesso le 20. Regolare, con contributi pagati come si conviene, sono altre 700 euro o giù di lì. E cara grazia che c’è. I costi della spesa fatta di corsa il sabato, dei cibi veloci, dei campus extra per piazzare il figlio durante le vacanze scolastiche ed estive, dei vestiti che si deve comprare per presentarsi al lavoro, non sono quantificabili, ma ci sono. Alla fine, oltre alla stanchezza e al senso di impotenza, quello che rimane sono 1000 euro scarsi, …

la costruzione di un Paese

Vicino a casa mia stanno per completare la costruzione, in mezzo a un parco, di centinaia di metri cubi di cemento. Ai consigli di zona c’era da sgolarsi per far capire che sarebbe stato uno sfregio alla città tutta, una speculazione edilizia che avrebbe arricchito solo i soliti noti. Ma alla fine c’era chi si sgolava di più, perché voleva una casa vicino per la figlia e il nipote, perché attraverso l’amico dell’amico poteva fare un investimento vantaggioso, perché in fondo lì c’erano dei capannoni e allora meglio un bell’attico vista parco. Certo, ora che il cemento c’è, e anche almeno 500 macchine in più, davanti agli eco-mostri la gente si ferma e si chiede come si possa vivere in questo alveare. Gli stessi abitanti della zona cominciano a lamentarsi perché non riescono più a vendere le loro, di case, quelle comprate in edilizia convenzionate a poche migliaia di lire, quindi svincolate e rivendute a centinaia di migliaia di euro (ognuno specula ciò che può). Questo è un Paese fatto così. Ci si scandalizza del …