Year: 2013

Nel nome del figlio

C’è un gusto tutto italiano nel traccheggiare. Nel rimandare a domani quel che si poteva, e doveva, fare ieri. L’importante è non decidere, rimettere il faldone delle pratiche sotto la pila di altri “sospesi” e sperare che dal tempo emerga, per disperata furbizia, una qualche soluzione possibile. Soluzione che di solito l’italiano si trova da sé. Chi può, in genere, se ne va all’estero (il mondo è grande e vario) dove lo attendono un vasto campionario di scelte possibili. E su misura.  Stiamo parlando di figli. Di procreazione assistita, eterologa, surrogata. Temi caldi che stanno lacerando l’esistenza di esseri umani inermi, i minori, mentre la nostra classe politica presente di diritti emergenti non ne vuol parlare e quella futura, a quanto pare, si sofferma sui cimiteri dei feti. Qualche settimana fa, a una coppia di genitori agées era stata sottratta la figlia di tre anni perché la differenze di età era troppa: quando l’avevano procreata con la fecondazione assistita lei aveva 57 anni, lui 70. Oggi leggo invece, di un bimbo di 18 mesi tolto …

Enrica Rocca, Venezia è un piatto

[Articolo pubblicato sulla mia pagina autore di Lei Foodie] «A Venezia, tutti prendono e nessuno dà, così ho voluto fare un omaggio alla mia città unendo due eccellenze che rischiano di morire da troppe contraffazioni: il vetro e il cibo». Chi parla è Enrica Rocca, Maestra di cucina, The Cooking Countess secondo il Financial Times, perché, invece di somministrare menù di tre portate ai suoi allievi, insegna a sfruttare il 100 per cento degli ingredienti ripescando ricette della tradizione lagunare. Dalla sua filosofia è nato il libro, in uscita in questi giorni, Venezia nel piatto…ma che piatto! (Marsilio ed.) in cui 65 diverse ricette della tradizione enogastronomica veneziana sono ritratte nei vetri delle celebri manifatture muranesi, come Barovier & Toso, Carlo Moretti o Venini, dal fotografo belga Jean Pierre Gabriel. È un libro particolare quello di Rocca. E non solo perché si tratta di un vero ricettario glam impreziosito dall’introduzione di Pierre Rosenberg, direttore del Musée du Louvre, ma perché restituisce un senso etico ed estetico all’ars culinaria. «Mi accorgo sempre più spesso che la gente ha smarrito il contatto con il mondo del cibo. …

2020: il futuro non è rosa

[Articolo pubblicato su LeiWeb il 5 novembre 2013] Non è facile parlare di leadership femminile e gender diversity dopo i recenti dati di Confartigianato. Lo scarso investimento nel welfare (20,3 miliardi, equivalente all’1,3 per cento del Pil, che poi sono il 39,3 per cento in meno rispetto alla media dei 27 Paesi Ue) impedisce alle famiglie di conciliare lavoro e vita privata, e alle donne, su cui ricade la maggior responsabilità dei lavori di cura, di lavorare. Eppure, in Italia, le donne imprenditrici e lavoratrici autonome sono le più numerose di tutta Europa (il 6 per cento in più rispetto alla media europea). Eppure l’Europa, il 14 ottobre, ha dichiarato in una nota che la presenza delle donne ai vertici delle società quotate in borsa è salita al 16,6 per cento: quasi un punto percentuale in più rispetto a un anno fa (qui i link dati). In quello stesso giorno, la Commissione europea ha proposto un’altra direttiva per affrontare lo squilibrio di genere nei consigli d’amministrazione. Oltre alle così dette quote rosa, e all’invito agli …

Di mamma non ce n’è una sola

Questo articolo è stato pubblicato su LeiWeb il 31 ottobre 2013. In questo blog avevo dato un’anteprima della mostra il 26 settembre con il post Mamma Mamme imprenditrici, le ormai omnipresenti mumpreneurs, mamme attiviste contro lo smog o il cibo contraffatto, mamme sentimentali e stereotipate, mamme che ritornano al lavoro a due giorni dal parto (come nel recente caso di Michelle Hunziker). Ormai è chiaro, di mamma ce n’è più di una. Anche la pubblicità si adegua mostrando una mamma che torna tardi dal lavoro mentre l’altra metà, lui, prepara la tavola. Oppure le mamme doppie, quelle delle coppie omogenitoriali che hanno occupato le prime pagine di settimanali importanti (ed è il caso della figlia, Francesca, di Roberto Vecchioni. Una lettura profonda di quanto sia complesso il vissuto della maternità arriva anche dall’arte contemporanea. Alla Photographers’ Gallery di Londra, fino a gennaio, ci sarà Home Truths: photography, motherhood and identity, una mostra che esplora le rappresentazioni della maternità attraverso le opere di otto artiste contemporanee. Fotografie lontane dal solito immaginario sdolcinato e rassicurante, e invece …

Di mamma non ce n’è una sola

[Articolo pubblicato su LeiWeb  il 31 ottobre 2013] Mamme imprenditrici, le ormai omnipresenti mumpreneurs, mamme attiviste contro lo smog o il cibo contraffatto, mamme sentimentali e stereotipate, mamme che ritornano al lavoro a due giorni dal parto (come nel recente caso di Michelle Hunziker).Ormai è chiaro, di mamma ce n’è più di una. Anche la pubblicità si adegua mostrando una mamma che torna tardi dal lavoro mentre l’altra metà, lui, prepara la tavola. Oppure le mamme doppie, quelle delle coppie omogenitoriali che hanno occupato le prime pagine di settimanali importanti (è il caso della figlia di Roberto Vecchioni). Una lettura profonda di quanto sia complesso il vissuto della maternità arriva anche dall’arte contemporanea. Alla Photographers’ Gallery di Londra, fino a gennaio, ci sarà Home Truths: photography, motherhood and identity, una mostra che esplora le rappresentazioni della maternità attraverso le opere di otto artiste contemporanee. Fotografie lontane dal solito immaginario sdolcinato e rassicurante, e invece vicine a un ruolo, a volte sofferto, fatto di vita quotidiana, di rapporti che si tramandano da madre a figlia e poi di nuovo …

Eater-tainment, l’emozione è servita

[Articolo sulla mia pagina autore di LeiFoodie] L’ultimo rapporto di Azti Tecnalia, centro spagnolo all’avanguardia nella ricerca delle tendenze alimentari in Europa, lo aveva detto. Tra le espressioni più forti del cibo prossimo e venturo, ci saranno l’Eater_tainmente il Super Sense, ricette emotive e gastronomiche capaci di trasformare l’atto del mangiare in un’esperienza emozionale e spettacolare. Una sorta di nuova forma d’arte, di sperimentazione, talvolta di provocazione, che guarda al cibo al di là delle sue potenzialità nutritive. In un certo senso, si possono considerare l’Eater_tainment e il Super Sense l’evoluzione più estrema del food design e dell’eating design. Se, come ama sottolineare l’olandese Marije Vogelzang, non è il cibo, in sé naturalmente perfetto, che può essere progettato, bensì l’atto del mangiare, allora si possono ripensare e “cucinare” anche le esperienze che questo atto provoca. Non servono citazioni letterarie per essere consapevoli che il gusto e l’olfatto agiscono su memoria ed emozioni. Ma c’è chi, di questo trucco gastronomico, ne ha fatto un mestiere. Gli inglesi dell’Experimental Food Society per esempio, dal 2011, ogni fine novembre, organizzano nella capitale inglese una serie di banchetti evento …

La particella di Dio

Guarda. Guarda e osserva. Il paesaggio che hai davanti non ha colore. Non ha odore, forma o confini. L’occhio si perde a cercare un tratto familiare, una curva che riconduca nel rassicurante territorio della nostra conoscenza. Pare di sentir dire, parafrasando una celebre frase di René Magritte, «Ceci est une fleur». Perché il fiore è lì davvero, mentre nel caso del celebre pittore surrealista il fiore (che poi era una pipa) si vedeva sì, ma non era reale. Questo fiore scrutato attraverso un microscopio invece lo è. Lo è, anche se ciò che i nostri occhi vedono è “solo” una piatta superficie di qualche millimetro. E anche se questa insolita prospettiva lo priva della sua esteriore concretezza, dei suoi petali, del suo stelo, del suo profumo. Lo è, come mai forse lo è stato prima. Si dice che Cristoforo Colombo non si accorse di aver scoperto l’America perché era ossessionato dalle Indie. Imprigionato da questa sua visione preconcetta, perse l’occasione di provare l’emozione più importante della sua vita. Peccato, sarebbe bastato avere la mente, e …

Il sesso del divano

Un soggiorno, una cucina, un bagno può essere maschio o femmina? E il carattere tipografico di un libro? Il cartellone pubblicitario, la segnaletica stradale o la locandina di uno spettacolo? Chissà se è lecito farsi queste domande in tempi di gender equality. Magari è pure banale. Esiste, come è ovvio, una progettazione di genere, o meglio una progettazione pensata per genere. Gli stereotipi, come ho già scritto nel mio post di alcuni mesi fa, ci condizionano fin dall’infanzia. E sugli stereotipi cresce anche il nostro gusto estetico. È una considerazione non etica, bensì economica e professionale. Gli stereotipi possono essere combattuti, ma anche sfruttati. E forse, se ciò è fatto consapevolmente, il risultato sarà lo stesso. Il famoso Helvetica è maschio, per esempio, il carattere tipografico tondeggiante è invece femmina. La pelle, e così i divani e gli accessori con essa rivestiti, saranno un maschile ricordo della virile caccia, mentre la stampa floreale, il morbido e delicato lato femminile. Le linee essenziali, rigorose e minimaliste sono maschili. Quelle curve e intricate, vagamente decorative, sono femminili. …

Charlotte e le altre…

In ogni storia, si nasconde sempre una buona parte di ironia. Nella storia del design, per esempio, è probabile che questa ironia si materializzi in una coppia di cuscini colorati. Precisamente, in quella disegnata nel 1925 da Claire Wagner Kosterlitz, giovane studentessa del Bauhaus di Dessau, la cui opera, secondo Juliet Kinchin, curatrice della mostra Designing Modern Women, 1890s–1990s, dal 5 ottobre nelle sale di Architettura e Design del MoMA di New York, «può essere assunta a simbolo del potenziale creativo e professionale delle donne, nonché della loro capacità di introdurre nella quotidianità, anche attraverso oggetti umili, il linguaggio delle avanguardie artistiche». Nei primi decenni del Novecento, occuparsi di cuscini non doveva tuttavia essere gratificante. E non solo perché Kosterlitz fu costretta per tutta la vita a nascondere il suo talento dietro un lavoro di badante a tempo pieno, ma anche perché dedicarsi al design tessile era considerata un’attività prettamente femminile e quindi, minore. Per esempio, quando, in un pomeriggio del 1927, disegni sottobraccio, Charlotte Perriand si presentò allo studio di Le Corbusier per cercare …

Cosa c’è da imparare

Poche ore fa Guido Barilla ha mandato un video messaggio in cui rinforzava le scuse per le sue dichiarazioni di ieri affermando che sull’evoluzione della famiglia ha molto da imparare. Non si tratta di un passo indietro, come è ovvio, semmai di una conferma della linea di demarcazione di chi sta al di qua e al di là di quella linea del confine della tradizione fissata dal Mulino Bianco. Barilla incontrerà i rappresentanti degli esponenti delle famiglie altre (quelli che possono fare quello che voglio senza disturbare nessuno) e si opererà per ricucire quella strappatura che ha scandalizzato l’Italia, Paese notoriamente progressista e tollerante in tema di diritti civili. Guido Barilla ha forse commesso l’errore di marketing più grossolano che memoria ricordi: ha semplicemente spiegato e svelato in parole estremamente chiare quello che la sua azienda (e non solo lei)  fa da anni: usare quell’immagine della perfezione e armonia familiare stile Mulino Bianco per vendere, e bene, i suoi prodotti. E la usa perché, piaccia o meno, si sia concordi o meno, quella è l’immagine …