Month: agosto 2014

Brač. L’altra Croazia

[Pubblicato su Sette/CorrieredellaSera il 22 agosto 2014] Potrebbe sembrare strano che la prima cosa si venga consigliati di fare una volta arrivati a Brač, sia salire sulla cima di Vidova Gora, la più alta delle isole dell’Adriatico. Ottocento metri sopra a quel mare per cui, in definitiva, siamo arrivati fin qui, tra pini neri, salvie e rosmarino selvatici, mulattiere e pietre in rovina. Si sale non solo perché da qui si gode il miglior, e forse unico nel genere, panorama sulle isole della Dalmazia, ma perché, in fondo, è questa la miglior prospettiva per rendersi conto che Brač è un’altra isola. Verde, anzi verdissima, con le sue valli coltivate a vite, e puntellata di baie blu e architetture dorate. Lo sguardo spazia dalla vicina Hvar, fino all’isola di Vis e a Korčula, quindi a Lastovo. Siamo, almeno con gli occhi, vicino alle isole Tremiti, tanto che nelle guide si legge che, nei giorni particolarmente limpidi, si riuscirebbero a scorgere persino le vette dell’Appennino… Poco importa, perché è a ciò che è più vicino che dobbiamo guardare. …

I ragazzi di Matera

Non ci puoi capitare per caso, e questo è già un punto a suo favore. A Matera ci devi andare, anche se sei in Salento e dici: «Quasi quasi, passo di lì…». No, non è un tappa, una sosta estemporanea. Matera è un viaggio punto a capo. Una meta scelta, una destinazione voluta. Poi una volta arrivati, al centro dico, ai Sassi, dopo aver superato campagne di un oro silenzioso, calcato stradine che paiono portarti da nessuna parte, superato la folla e la paura della delusione inflitta dalla Matera nuova; una volta arrivati dicevo, ci sono i gradoni, tanti, da fare con lo zaino in spalla o le valige trascinate con violenza per arrivare alla casa di pochi giorni. Stare leggeri quindi. Che poi, quello che serve è poco. E sempre di meno di quello che comunque ci si è portati. Perdersi è consigliato. Lasciarsi vagare nei vicoli del Sasso Caveoso fino al Convicinio di Sant’Antonio per vedere ancora le poche case abbandonate. Risalire, anche un po’ a caso, sedersi in piazza del Sedile e poi ricominciare. Direi che Matera è un’esperienza, …

Sei. Abbasso la scuola. Media

Questo è un post-puntata serio. O quasi. Forse perché tornata dalle vacanze bisogna darsi un tono. O forse perché, la scuola, e soprattutto l’inizio della scuola media, una cosa seria la è davvero. E ora, ci siamo quasi. Quindi, da mamma illuminata, mi sono preparata. Ho studiato. Ho preso un libro uscito a febbraio 2014 di Katia Provantini dal titolo Scuola Media. Manuale per la sopravvivenza (più chiaro di così) e ho fatto il mio dovere. Sì perché, intravedo le titubanze, i sentimenti contrastanti che vanno dal timore alla curiosità. La voglia di cominciare qualcosa di nuovo, e poi quella di restare a montare mattoncini Lego per il resto della vita. Chi non lo farebbe. Perché poi, ho scoperto, è la preadolescenza, questo periodo che coincide con l’ingresso nella scuola media appunto, a essere la fase critica per eccellenza. Quella in cui il vuoto della crescita si materializza come paura di non farcela, di non essere all’altezza. Me lo ha spiegato bene Provantini. Si esce dall’età dorata per entrare in una sorta di infernale montagna russa …

Un uomo. Una donna.

Arriva l’edizione italiana di un bel libro di Taschen dal titolo Man meets woman. Ovvero sempre la stessa storia, uomo e donna, nella perenne alternanza e contrapposizione dei sessi. Ma l’interpretazione grafica della giovane cinese che abita a Berlino Yang Liu è efficace e divertente. Il mondo di Lui e il mondo di Lei contrapposti per pittogrammi, loghi, segnaletiche del quotidiano. Dalla camera da letto alla sala riunione, dal bagno al cenerino del negozio, tutto è chiaramente comprensibile e immediato, come solo i disegni sanno esserlo. Quello che Yang Liu evoca ed evidenzia è una sorta di codice degli stereotipi. Stereotipi che sopravvivono allo scambio e all’evoluzione dei ruoli e alla complessità della relazioni tra uomini e donne. Nella sintesi insomma, e anche nella generalizzazione forse, tutto appare chiaro e ineccepibile. E anche se la veste grafica è estremamente leggera e divertente ciò non vuol dire che la domanda sia poco seria: Is this a man’s world? Altre immagini tratte dal libro…    

Quinto. Non è mai troppo presto

Quando avevo 11 anni incontrai una delle professoresse più in gamba del mio percorso scolastico. Divorziata con figlia a carico e per questo guardata di traverso dal corpo docenti benpensante della mia scuola di provincia, arrivò da Firenze e fece due cose per cui non la ringrazierò mai abbastanza: mi tolse dall’ora di educazione tecnica al femminile dove mi insegnavano a cucire pupazzetti a forma di cane e organizzò, nella palestra delle suddetta scuola, un cineforum con tanto di proiezione e dibattito. Fu così che, a 11 anni o poco più, io mi sono vista tutti i film del neorealismo italiano: Roma città aperta, Ladri di biciclette, Riso Amaro, Sciuscià, Tutti a casa… vidi anche La bisbetica domata di Zeffirelli, ma questo era, per così dire, fuori concorso. Sono convinta che i semi per il mio amore per il cinema siano stati piantati lì, ma sono altrettanto sicura che, attraverso quelle opere, io cominciai a conoscere parte della storia del nostro Paese e a farmi un’idea. La mia idea. Alla fine del film si faceva …

Lo sport e le donne

Uno dei miei sogni da adulta è quello di realizzare un sito di sport per donne. Nonostante l’abbia proposto a “gente-che-ci-capisce” la cosa non è mai andata in porto. Poche le donne che praticano sport, che lo tifano, che lo leggono… dicono. Io invece ho sempre pensato che l’ingresso del punto di vista femminile nello sport abbia portato a un felice rinnovamento nel linguaggio (che ce n’è un gran bisogno) e nel modo di raccontare lo sport tutto. Basta pensare al lavoro di Emanuela Audisio o a Simona Ercolani, la giornalista che ha ideato Sfide. Ecco cosa sono capaci di fare le donne quando raccontano lo sport. Lo tolgono dal tifo da stadio, dagli ammiccamenti maschilisti, dalle battute da spogliatoio, e gli restituiscono la sua dimensione epica e sociale, la sua memoria collettiva. Uno sport dove vincere è solo una parte della battaglia, poi ci sono le storie, le fatiche, gli uomini e le donne. Che ci sia bisogno di recuperare questa dimensione è ormai chiaro a tutti e la tristezza  del caso Tavecchio non è che l’ultima conferma. Qualche settimana fa, un’amica mi segnalò …

Nelle mani di Maria

L’arte ci prende per mano è la frase che Maria Lai ha inciso sulla sua Lavagna situata nel centro abitato di Ulassai, a Nuoro. Ho sempre amato questo pensiero perché condensa molto di quella cura manuale, di quel percorso comune verso la scoperta, di quell’emozione che cinge l’umanità dei luoghi che mi trasmette l’opera di Maria Lai. Anche per questo ho scelto questa foto, un ritratto di Gianluca Vassallo del 2011: secondo Emanuela De Cecco, Maria Lai non amava interferenze biografiche. Preferiva non parlare di sé. Eppure questo volto che porta i ricami della sua vita, le tracce di un viaggio d’amore verso il senso del nostro stare nel mondo, è parte di quel patrimonio artistico e politico che ci ha lasciato questa donna. Così succede che, a un anno e poco più dalla morte, la sua Sardegna le dedica una prima e completa retrospettiva che si snoda in tre sedi: i Musei Civici di Cagliari (a cura di Anna Maria Montaldo), il Museo MAN di Nuoro  (a cura di Barbara Casavecchia e Lorenzo Giusti), e il paese di Ulassai dove, oltre ai …