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2015: l’anno delle ragazze

[Pubblicato su Gioa! n.9 marzo 2015] Ancora oggi, quando ci chiediamo dove e quando cominciano i diritti di ognuno di noi, vale la risposta di Eleanor Roosevelt nel suo discorso per il decimo anniversario della Dichiarazione dei diritti universali: intorno a noi. Nel quartiere in cui viviamo, a scuola, nei luoghi di lavoro. È qui che ogni bambino e bambina cerca pari giustizia, pari dignità e pari opportunità. Più che nei proclami, nelle quote o nelle leggi (che pure servono), la libertà cresce nella condivisione di valori comuni, nella cultura. Quando la fotografa Rania Matar ha cominciato a ritrarre adolescenti americane e libanesi, voleva cogliere il senso e la complessità di un momento di passaggio: quello in cui una fanciulla comincia ad avere esperienza del diventare donna. Tra angoscia e fiducia, scoperta e provocazione, egocentrismo ed emulazione, le bambine di due mondi distanti sembrano avere sentimenti e aspirazioni simili. Forse perché, lo sguardo dritto all’obiettivo e al futuro, tutte rivendicano “solo” uno spazio vitale. Un diritto di presenza. In ogni caso, il 2015 sarà il loro anno. L’anno della Girl Declaration, dell’empowerment delle adolescenti, dei diritti per l’educazione e di una nuova consapevolezza su ciò che significa nascere e crescere femmina.

Lorena, otto anni, lo ha già capito. Da quando era piccola, insieme ad altre 142 bambine di nove Paesi, dal Vietnam alla Repubblica Dominicana, ha preso parte a Real Choices, Real Lives, uno studio di Plan International – l’Ong che sostiene la campagna Because I am girl – che ne ha seguito la crescita per ottenere una fotografia reale della sua vita. E ora che intravede la fine della fanciullezza, che inizia a badare ai più piccoli e aiutare in casa scoprendo che sì, è diverso essere maschio o femmina, comincia anche a capire sulla sua pelle cosa significa pari opportunità. «Io penso che donne e uomini possono fare le stesse cose. Mio padre non aiuta la mamma, ma potrebbe farlo», dice Lorena. È brasiliana, ma la voce è quella delle ragazzine di tutto il mondo. Perché ci sono, in ogni Paese, forme di potere invisibile che arrivano dalla famiglia, dalla comunità, dalle logiche di mercato. E sono queste che bisogna combattere per eliminare le discriminazioni. Eppure, negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, i diritti specifici delle adolescenti sono stati ignorati. Nonostante il ruolo cruciale che le ragazze avrebbero nello sviluppo globale (un anno in più di scuola aumenta il potenziale guadagno fino al 25 per cento), e nonostante la più numerosa popolazione giovanile al mondo mai rilevata (1,8 miliardi, rapporto Unfpa 2014). L’unica speranza è che, a fine 2015, quando si riscriveranno i nuovi Obiettivi, sarà finalmente considerato quanto scritto da 500 ragazze nella Girl Declaration promossa in Italia da AIDoS, l’associazione parte dell’European Alliance for Girls che per tutto l’anno darà voce al documento di The Girl Effect in università, biblioteche e centri culturali. Perché la promozione della parità di genere va agita fin dalla giovane età. E perché sono solo loro, le ragazze, che hanno la forza di cambiare le cose.

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Una donna istruita è l’arma più potente per cambiare il mondo, dice Maud Chifamba, l’attivista dello Zimbawe entrata alla Facoltà di economia di Harare a 14 anni e che, come la pakistana Malala che ha ritirato il Nobel per la pace il 10 dicembre scorso, è uno dei simboli di un riscatto femminile che passa per l’istruzione. Ma anche a New York, Maya Nussbaum, fondatrice di Girls Write Now, insegna alle ragazze che attraverso la penna si può scrivere il percorso della propria vita. L’espressione di sé comincia così. Nello sviluppo di una capacità critica che aiuti a interpretare i modelli imposti dalla società. Con la consapevolezza che le condizioni delle giovani donne nei Paesi in via di sviluppo sono più drammatiche delle nostre, ma che dalla loro determinazione – come ha ripetuto Emma Bonino all’ultimo convegno Genere e Generazione – dobbiamo prendere solo esempio. «I modelli di mascolinità e femminilità sono ormai globali», dice Barbara Mapelli, docente di pedagogia delle differenze all’Università Bicocca di Milano. «Ma sono anche contradditori: da una parte corpi sovraesposti, dall’altra una profusione di rosa e brillantini, dall’altra ancora la mimesi con modelli maschili di violenza verbale e fisica. Questo fa nascere desideri opposti su cui sarebbe bene riflettere per capire diversità e somiglianze e formare un’identità solida». A questo lavorano dagli anni Ottanta Paesi come la Francia, che fece una grossa campagna per avvicinare le bambine a matematica e ingegneria, l’Olanda o il Belgio, che hanno come materia obbligatoria l’educazione alla cura. In Italia, Soroptimist e il Miur hanno da poco dato il via al corso di formazione Scuola e Genere cercando di colmare un ritardo culturale che, soprattutto per i libri di testo, ci è costato diversi richiami dall’Europa.

Alla fine però, è ancora dalle cose di tutti i giorni che si riconosce una pari dignità. Un ragazzo che si fa avanti viene chiamato leader, se lo fa una ragazza, “bossy”, si legge sulla pagina di Banbossy, il sito che invita le più giovani a non tirarsi indietro. Lo disse anche Emma Thompson nel suo discorso alle Nazioni Unite presentando la campagna di HeforShe, e oggi l’empowerment delle adolescenti passa attraverso giochi e accessori princess free. Community come A Mighty Girl, un’imponente raccolta di libri e giochi intelligenti per ragazze coraggiose; come Girl will be, l’abbigliamento per teenager amanti di calcio e arrampicate; come Shine for Girl, che si propone di insegnare la bellezza della matematica attraverso la danza; o GoldieBlox, che con un set di costruzioni rafforza la fiducia e le abilità spaziali delle progettiste di domani, ci dicono di un forte desiderio di prendere la parola. Di stare davanti l’obiettivo da protagoniste e non da comparse. Non c’è da meravigliarsi di tanta forza. Quando ne chiesero il motivo a Ziauddin Yousafzai, padre di Malala, egli rispose semplicemente: «Perché non le ho tarpato le ali».

Tutti i numeri delle ragazze 2005, anno in cui si doveva raggiungere l’uguaglianza di genere nell’educazione; 2015 anno in cui ancora il 14% dei Paesi sarà lontano dal raggiungere l’obiettivo; 250 milioni le ragazze che vivono in povertà nel mondo; 14 milioni le adolescenti che partoriscono ogni anno; 62 milioni le ragazze che non vanno a scuola: 1 adolescente su 5; fino al 25 % la crescita del guadagno delle donne con un solo anno di scuola in più; fino al 10 % la riduzione di mortalità infantile per ogni anno di scuola in più; 1 miliardo di dollari la perdita di un Paese che non educa le ragazze al pari dei ragazzi. (Dati: Unesco, Macro International, Banca Mondiale, Plan International, Unicef).

Le foto del servizio pubblicato su Gioia sono di Rania Matar

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