Month: Maggio 2015

Anoressia e maternità

[Pubblicato su Gioia! del 7 maggio 2015] «È stato un figlio desideratissimo, facevo foto alla pancia ogni mese, poi quando è nato, avevo la fissazione che non mangiasse abbastanza. Non so se fosse perché non potevo allattarlo, ma ero angosciata dalle quantità e dagli orari. Per fortuna, avendo lavorato sulla mia anoressia, ero consapevole di quello che mi stava succedendo. Così lo guardavo, mi dicevo che non era deperito e mettevo a tacere la mia ansia». Giovanna (nome di fantasia) è una delle tre milioni di persone che in Italia hanno sofferto e soffrono di disturbi dell’alimentazione (quasi il 90 per cento donne), oggi pesa 60 chili e non 37, ha due figli e con il secondo, liberatasi delle ultime paure, ha deciso di allattare a richiesta anche con il biberon, facendo suo il motto “se mangia bene, se non mangia, va bene lo stesso”. Perché il punto è questo. Cosa succede quando le ragazze che hanno avuto disturbi dell’alimentazione diventano madri? Cosa ne fanno di quel carico di esperienza e di quel ruolo di …

La chiamavano #buonascuola

Francesco Avvisati è un analista dell’Ocse, l’istituto che monitora lo stato di salute dell’istruzione a livello internazionale. Con lui ho parlato di #buonascuola, di Invalsi e di come dovrebbe essere una scuola davvero utile al futuro dei nostri ragazzi. Innanzi tutto, il tema dei voti come valutazione, con la rincorsa, tutta italiana, del 10 fin dalla prima elementare. Ma il voto è davvero funzionale alla formazione degli studenti? Ed è soprattutto un indice valutativo ancora valido? I voti sono senz’altro strumenti importanti per dare un feedback all’alunno. Quello che caratterizza il sistema italiano però sono i tanti livelli di voto, sia nella sufficienza che nella insufficienza. Nella maggior parte dei Paesi l’insufficienza è una sola. Dare 2, 3 o 4 non fa di fatto alcuna differenza a livello di informazione e rischia solo di essere causa di demotivazione e scoraggiamento. L’Italia, come la Francia, ha ancora un sistema tradizionale, che segue lo schema di una scuola elitista destinata a selezionare più che a formare, e alla fine, tutto questo si rivela troppo punitivo. Come valutare …

Swarovski delle meraviglie

Ci sono voluti 34 milioni di euro e qualche mese ma alla fine gli Swarovski Kristallwelten il 30 aprile riapriranno le porte. Le Camere delle Meraviglie più visitate d’Austria, ispirate al castello di Ambras, avranno nuovi incanti: il paesaggio invernale di 150mila brillanti disegnato da Tord Boontje, le illusioni ottiche e metropolitane dell’artista sudcoreana Lee Bul, la stanza caleidoscopio di Studio Job. E nel giardino con il famoso Gigante, una nuvola creata dal duo Cao e Perrot che fluttua, con 600mila cristalli montati a mano, sopra un lago nero e un’area di 1400 metri quadrati. E per le pause, c’è il Daniels Café & Restaurant degli archistar Snøhetta. Info: kristallwelten.swarovski.com

Cercasi avversario disperatamente

Nel suo libro You cannot be serious (in italiano Sul Serio) John McEnroe scrive che uno dei momenti più tristi della sua carriera è stato quando il suo eterno rivale Björn Borg ha lasciato il tennis uscendo una sera dal campo di Flushing Meadows e non tornando mai più (o quasi). Forse Borg aveva capito che, se a lui bruciava essere il numero Due, anche essere il numero Uno, senza un secondo che tenesse ancora più in alto il podio, non doveva essere una grande soddisfazione. Le epopee del tennis, e dei suoi protagonisti, sono scandite da grandi rivalità. Roger Federer (l’immenso, l’inarrivabile) non potrebbe essere così grande senza la sua nemesi Rafa Nadal, che infatti l’ha battuto più volte, e pure con una certa costanza, senza per altro scalfire la convinzione che era l’altro, lo sconfitto, il più grande di sempre. E poi Sampras e Agassi, Chris Evert e Martina Navratilova, Becker e Lendl.. che sono quelle che io ricordo. Ora, dopo la finale persa a Madrid da Rafa, appare chiaro che il tempo ci sta sottraendo …

Grasso è bello

[Articolo pubblicato su Gioia! del 1 maggio 2015] E se ci avessero raccontato la storia sbagliata? Se “mangiare magro e leggero” non avesse poi tutti quei benefici effetti su peso e salute come ci hanno insegnato? Qualche mese fa, sulla copertina del Time campeggiava un invito piuttosto perentorio: “Eat Butter” con tanto di inchiesta che decretava la fine della guerra ai grassi. Poi ecco che Economist e Forbes incoronano come libro rivelazione su tema food e salute il best seller di Nina Teicholz The Big Fat Surprise: Why Butter, Meat and Cheese Belong in a Healthy Diet (La grande sorpresa dei grassi: perché burro, carne e formaggi appartengono a una dieta sana, qui l’intervista completa). In poche parole, come e perché abbiamo, e pure sbagliando, guardato ai cibi grassi come il diavolo in tavola. «La verità è che quando, negli anni Settanta, ci hanno detto che i regimi alimentari a basso contenuto di grassi erano i più salutari, le prove da studi clinici erano poche» dice Teicholz. «Ricerche recenti invece, guidate da scienziati di Harvard, …

Mangiate burro. Parola di Nina Teicholz

Nina Teicholz è una giornalista scientifica specializzata in food e nutrizione. Il suo libro The Big Fat Surprise: Why Butter, Meat and Cheese Belong in a Healthy Diet  è stato definito dall’Economist e da Forbes il libro rivelazione su tema food e salute dell’anno. Io ne ho parlato nel mio pezzo per Gioia! sulle diete LDHF (low carb high fat). Qui l’intervista completa. Quali sono le più recenti ricerche che ci confermano che una dieta a basso contenuto di grassi non è poi un regime alimentare così sana? Il più grande studio clinico mai condotto nella storia della scienza della nutrizione è stato sulla dieta povera di grassi e i risultati furono pubblicati nel 2006. Si chiamava Women’s Health Initiative e fu condotto su quasi 50 mila donne negli Stati Uniti, la metà delle quali sono state sottoposte a una dieta povera di grassi. Dopo un decennio, i ricercatori hanno scoperto che la dieta a basso contenuto di grassi non aveva apportato alcun beneficio su malattie cardiache, diabete, cancro o altre malattie. Tuttavia, poiché tali constatazioni contraddicevano il pensiero comune non sono state prese in considerazione. Negli ultimi dieci anni, sono stati condotti altre decine di studi (Shai …

Sul cibo, le donne e le cucine

Giovedì scorso, alla vigilia dell’inaugurazione dell’Expo,  sono stata invitata a presentare il libro di Stefano Pronti di cui avevo parlato in anteprima con una lunga intervista su Sette/CorrieredellaSera. Si tratta di un libro storico, dotto, molto diverso dai libri sul cibo che siamo abituati a vedere negli scaffali delle librerie e infatti, insieme a me, al tavolo dei relatori c’erano esperti di cultura gastronomica come Davide Paolini e Giovanni Ballarini. Ora, ci sono sempre tanti modi per leggere i libri, e soprattutto, a meno che non si voglia parlare sempre al solito cenacolo chiuso, i libri vanno fatti leggere. Anche a chi come me, di storia e di ricettari antichi, sa veramente poco, ma che ama, come dico, fare connessioni. Comunque chissà perché poi si finisce sempre a parlare di Masterchef e della spettacolarizzazione del cibo, e perché io, alla fine, parlo sempre di donne. Almeno un po’. In fondo, in una tavola di sempre-uomini e sempre-un’occasione. Perché nella mia conversazione con il professor Pronti, ho spesso chiesto non solo dei cibi e dei cuochi, ma anche delle cuoche. O …

Maccaroni. Una vecchia storia.

[Intervista pubblicata su Sette/CorrieredellaSera] Un lavoro di ricerca durato più di cinque anni e iniziato quando l’Expo era solo un pensiero, attingendo dagli archivi di Stato, vescovili e privati. E perquisendo, scortato da due archiviste, tra fondi e collezioni, documenti e stampe antichi, molti dei quali precedenti il Quattrocento, per andare alle origini delle cucine locali su cui si è costruito il culto della tavola italiana. Stefano Pronti, storico e critico d’arte piacentino, ex direttore di Palazzo Farnese e del teatro di Piacenza, ammette apertamente di non amare quella creatività che nell’ultimo Novecento ha deviato la tradizione gastronomica del Bel Paese. In casa sua, la moglie, cuoca sublime, cucina ancora la Lingua di bue allo scarlatto alla maniera di Ada Boni, l’unica che ricorda quella che si mangiava negli anni Cinquanta, quando i macellai giravano la lingua nel salnitro per sei, sette giorni, fino a farla diventare, appunto, scarlatta: «Questo è un tipo di cucina che abbiamo perso in modo irrecuperabile», dice. La cucina a Piacenza, in Italia e nei secoli, il libro che raccoglie …