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24 ore in sala parto

Comincerà il prossimo 23 febbraio la nuova Serie Factual, modo engagé per dire, Reality Show, 24 Ore in sala parto, format dell’inglese Channel 4 e in onda su canali come Real Time (Digitale Terrestre Free Canale 31, Sky canali 124 e 125 e in HD, Tivùsat Canale 31). La diretta dalla sala parto aveva già interessato un mio post, ma allora era un episodio estemporaneo legato a una starlette della televisione. Qui, invece, parliamo di una serie intera. Di un grande fratello piazzato dentro un ospedale, perché di questo si tratta, a scrutare dolori e gioie, sofferenze fisiche e estasi emotive, lacrime e sorrisi, vita e morte. Non so come questo «straordinario esperimento televisivo», così come è stato definito, possa essere inserito nel club delle storie vere e delle fonti documentaristiche. Io mi sono un poco documentata sulla realtà dell’evento parto in questo pianeta e, se devo dirla tutta, c’è poco di spettacolare e televisivo. Però, tra un vagito e una lacrima di nonna, tra un taglio di cordone e un’episiotomia, magari la rete o  le reti in questione potrebbero mandare, a mo’ di titoli di coda, qualche dato, quello sì, vero. Per esempio, e vi invito a leggere la relazione di Serena Donati, che ci dice che in un anno a livello globale, 358 mila donne sono morte in conseguenza della gravidanza e del parto mentre ancora sono 7,6 milioni i bambini che muoiono prima di raggiungere i 5 anni di età. Rispetto ai 546 mila decessi materni stimati nel 1990 ci sono stai dei progressi, è vero, ma non sufficienti a raggiungere l’obiettivo di una diminuzione annua nell’incidenza del fenomeno del 5,5 per cento, contro un trend attuale di appena 2,3 per cento. Tanto per fare invece il punto sulla situazione del Bel Paese, dove la mamma è sempre la mamma, si sappia che l’Italia è al primo posto in Europa per numero di tagli cesarei, il 38 per cento delle nascite (con una variabilità regionale compresa tra il 2 e il 60 per cento), e quindi anche al primo posto dell’eccessiva ospedalizzazione di un evento che, a parole, tutti gioiosamente definiscono naturale. Naturale e, in troppi casi ancora, mortale. Perché di parto si continua a morire, mentre resiste una cultura machista e cattolica che santifica la donna che «in un gesto d’amore, si è consumata nel momento in cui ha donato la vita». La parole le ho carpite dall’omelia che ha risuonato nel Duomo di Crotone dove si sono tenuti i funerali di Gessica Rita Spina, ragazza di 18 anni morta il 20 gennaio scorso all’ospedale San Giovanni di Dio, e per il cui decesso oggi ci sono 11 indagati (e filmate anche questo). E vorrei continuare, sempre rimanendo in tema di estatica figura della mamma-madonna-generatrice di vita, mettendo l’accento sull’aumento vertiginoso, di cui poco si parla, dell’aumento delle gravidanze tra ragazzine. Qualche numero: 5 mila under 19, di cui quasi 300 minori di 15 anni che ogni anno, in Italia, mettono al mondo un bambino. Solo al San Paolo di Milano nel 2010 ci sono stati 78 parti di ragazze under 21 (il 4,2 per cento del totale), di cui 14 fra giovanissime e una buona quota persino al di sotto dei 16 anni, soglia minima per poter assumere la potestà genitoriale. In molti casi bambine (ancora) che dovrebbero occuparsi di altri bambini e che con ogni probabilità sono arrivate in quella sala parto non per scelta consapevole, ma perché ignare o impreparate a qualsiasi forma di contraccezione. Ma d’altra parte noi viviamo in un Paese che vieta alla televisione pubblica di dire la parola preservativo, ma basta prendere in mano il telecomando per sorbirci, con tanto di certificato di scientificità (siamo in ospedale), l’esegesi televisiva del parto naturale. Da cui tutti, dovremmo imparare.

P.S. e non mi si dica che non posso dire nulla su questa trasmissione perché non l’ho ancora vista. Mi si consenta di dire che io, in sala parto, ci sono stata. Ed ero la prima attrice, non il cameramen.

4 Comments

  1. Sto dalla parte di Cirillo, dei cattolici tradizionali e fedeli, credo nella donna che sia anche, e sottolineo anche, madre.
    Ciò detto, questo reality mi sembra una cretinata imperiale, uno svilire la persona, in questo caso la donna, con un frugare nel dolore e nella gioia che dovrebbero essere intimi.
    Il problema non è la contraccezione, il problema è spiegare che cosa sia l'amore.

  2. Manuela Mimosa Ravasio says

    Grazie Paolo per il tuo intervento. Io devo dirti che dalla parte di Cirillo non ci posso stare. Cirillo fu il mandante dell'uccisione di Ipazia, e con essa della Scuola di Alessandria. Quindi, poiché ho amore per l'intelligenza e credo che l'intelligenza in certo senso sia anche amore, non posso stare dalla pare di chi, per invidia o brama di potere, le ha violate entrambe. Poi Cirillo fu fatto santo, certo. Di quei Santi di cui non avremmo bisogno, mentre l'intelligenza e l'amore ci servono come l'aria. Quanto alla donna-madre, puoi, se vuoi, leggere il mio post http://www.ipaziaevviva.com/2011/01/il-giorno-della-memoria.html, ma la maternità non può essere né una missione, né un'imposizione, tantomeno uno spettacolo. Io ho come l'impressione che questa sia una società malata, che invoca i santi solo perché non sa comportarsi meglio.

  3. La storia insegna che la vicenda è piu complessa di come si racconta nei film e sulle responsabilità di Cirillo molti sono i dubbi. la storia non sembra univoca e il dissenso è ammesso. È con quel Cirillo che mi schiero. Comunque contro questo reality. Grazie per la garbata risposta. Dissentire non significa odiare. Non molti lo comprendono. Tu sì. È a tuo merito. Grazie

  4. Manuela Mimosa Ravasio says

    non capisco perché sia sparita questa riposta di Paolo:

    Paolo Pugni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post “24 ore in sala parto”:

    La storia insegna che la vicenda è piu complessa di come si racconta nei film e sulle responsabilità di Cirillo molti sono i dubbi. la storia non sembra univoca e il dissenso è ammesso. È con quel Cirillo che mi schiero. Comunque contro questo reality. Grazie per la garbata risposta. Dissentire non significa odiare. Non molti lo comprendono. Tu sì. È a tuo merito. Grazie

    io non l'ho cancellata..

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