Adolescentia
Leave a comment

Cosa insegniamo ai nostri figli

L’esempio vale più di mille parole. Spero che su (almeno) questa affermazione si possa essere tutti d’accordo. Quindi facciamo uno sforzo ulteriore e domandiamoci cosa, ogni giorno, insegniamo ai nostri (ingestibili dicono) figli. L’altra sera per esempio ero al cinema e nel bel mezzo di una scena topica la signora della fila davanti, leggermente spostata sulla mia sinistra, ha tirato fuori dalla borsa il suo smartphone 37 pollici e si è messa a scrivere dei messaggi su Whatsapp. Quasi quasi riuscivo a leggere l’argomento della chat, se non che il riverbero luminoso dello schermo era così fastidioso da costringermi, dopo qualche minuto, a chiederle cortesemente di abbassare (almeno) il cellulare. Alla fine del film, la bionda signora con il filo di perle si è scusata dicendomi: «Non volevo disturbare, volevo solo sapere come stava mia figlia e scambiare due messaggi». Non le ho risposto. Avevo appena visto dei brandelli di cervello deflagrare sulla faccia di un altro e, quindi, non le ho risposto. Come non vi dico che, sarà capitato anche a voi, ancora oggi, ogni volta che sono a cinema o a teatro, almeno un bip ci scappa sempre.

Il giorno dopo poi, avevo il ritiro delle pagelle da scuola. Una data, come si conviene, fissata a inizio dell’anno scolastico in modo da far sì che, con tutto comodo, i genitori possano prendersi almeno qualche ora di permesso. Peccato che la scuola, dice per disguidi di software (disguidi che si ripetono costantemente e quindi prevedibili in vero), alle 16 stava ancora cercando di stamparle. Con il conseguente caos determinato da genitori esasperati, lunghe code davanti alle aule, una dirigente che affannosamente faceva su e giù per i piani a portare i documenti man mano stampati, e i voti recitati a voce a mo’ di rosario a chi non aveva tempo di aspettare i comodi del computer. «Vi auguro buona fortuna. Avrete un bel da fare quando dovrete pretendere dai ragazzi organizzazione, rispetto delle regole e del prossimo, e persino dell’autorevolezza della scuola» ho detto alla coordinatrice (che rassegnata ha annuito).

Ma d’altra parte, questi ragazzi sono sempre attaccati al telefonino e certo non rispettano più l’istituzione scolastica come una volta. Questi ragazzi al rientro a casa si avvolgono in un mutismo quasi autistico e nulla dicono di quello che succede a scuola, al parco, in gita. Se uno o più professori non si prende nemmeno la briga di svolgere il programma di base, se qualcuno li insulta apostrofandoli con epiteti tipo “fai schifo, sei un deficiente”, e non è magari nemmeno uno della tua età…  Una volta ho chiesto a una mamma se reputava che certi episodi di “bullismo educativo” fossero importanti. La risposta è stata «No. Non è studio». «E allora come pretendi che ti venga a raccontare cose che non ti interessano?», mi sono chiesta. Non sono mica scemi. Non lo sono affatto. Loro imparano, imparano ciò che noi insegniamo loro.

E cosa insegniamo? Insegniamo loro che il telefonino si può usare ovunque, a cena, al cinema, mentre entriamo in un negozio, alla guida dell’auto. Insegniamo loro che, se capita una cosa che li riguarda in prima persona, effettivamente li riguarda, altrimenti, se poco poco coinvolge il tuo vicino, meglio andare oltre. E soprattutto, evita di parlarmene che le cose importanti (nella vita) sono altre. Non che ci siano evidenze scientifiche su questa strategia (anzi, è esattamente il contrario), ma noi glielo insegniamo. Insegniamo loro che la scuola, l’istituzione fondante del nostro Paese, l’unico motore che dovrebbe aiutarli nel non essere definiti semplicemente come neet, è nei casi più fortunati un casuale incontro di singolarità dalla buona volontà, e in quelli meno fortunati, un’organizzazione educativa dalla scarsa professionalità. Insegniamo loro che, anche se non fai bene il tuo lavoro, ma il posto è statale (e magari sei un’insegnante), va bene lo stesso. Anche se usi l’insulto per giudicare i più deboli, anche se non sai niente di pedagogia moderna, di scienze dell’educazione, del mondo in cui vivo io (ragazzo) e in cui tu (insegnante) dovresti educarmi a stare.

Lo so, è un po categorico, ma rende l’idea. Così magari io faccio la solita figura di quella che li difende a prescindere, ma davvero, prima di scagliare pietre, dovremmo, come generazione guardarci bene allo specchio. E poi, per quel che mi riguarda, mi stupisco sempre delle incredibili risorse di questi ragazzini. Che, nonostante tutto, riescono a trovare una strada in questa schizofrenia, in questa incoerenza tra parole e fatti, tra ispirazione indotte e realtà. Una volta li ho sentiti dire: «Quella è incapace, dobbiamo far da soli». Sì, forse è meglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.