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Futuro incerto. Felicità a momenti…

Poco meno di un anno fa Jacques Attali si è trovato a dover riscrivere la sua Breve storia del futuro (Fazi ed.) che aveva completato dieci anni prima. I sopraggiunti scenari, politici, tecnologici, economici, imponevano un aggiornamento. Nuove domande, nuove visioni, nuove possibilità di azione sul corso degli eventi, e la stessa, pressante, necessità di rispondere a cosa e come sarà la nostra vita futura. Anche se le predizioni non sono che acute analisi di ciò che si è già infiltrato nell’attualità, un presente ad alta intensità perfetto per finire in qualche serio saggio sociopolitico o in fughe cerebrali verso il 2050 e oltre, il modo in cui una società si immagina nel futuro non è comunque cosa di secondaria importanza. La fantasia galoppa insieme alla nostalgia e alimenta le nostre capacità utopiche. Non è un caso che negli ultimi mesi le eterne domande sull’Uomo e sulla forma della sua esistenza prossima ventura su questo pianeta, siamo arrivate dai così detti film di fantascienza (Arrival, ultimo in ordine di apparizione, e aspettando Blade Runner 2049 il prossimo 6 ottobre, dello stesso Denis Villeneuve); e che parallelamente l’immaginario futuribile degli anni Novanta abbia intriso le serie televisive cult del momento (Strange Things, per dirne una), come i passatempi planetari alla Pokémon Go.

Quasi ci fosse il bisogno di mettere dei punti fermi, una sorta di continuità familiare, tra l’oggi e quello che ci aspetta. E del resto, la realtà aumentata, la tecnologia che secondo tutti i report sarà l’innovazione tecnologica più invasiva dei prossimi anni (e visto gli investimenti e la velocità con cui si sta sviluppando, c’è da crederci), con la sua possibilità di farci interagire con il mondo, dagli annunci pubblicitari di una piazza alle etichette di un prodotto al supermercato, è stata la promessa tecnologica più sobillata da cinema e letteratura dell’ultimo periodo. Così, oggi che possiamo andare al Supermercato del Futuro di Milano Bicocca e, sfiorando i cereali, sapere, non solo le informazioni nutrizionali, ma anche l’origine delle materie prime, le istruzioni per lo smaltimento, o i commenti dei clienti; ora che armati di visori possiamo immergerci al tempo di Augusto e assistere alla costruzione dell’Ara Pacis lungo la via Lata (l’attuale via del Corso), in Campo Marzio; e che persino farsi dare un passaggio da un’auto con guida autonoma è già possibile, almeno per alcune famiglie di Göteborg, e il prossimo anno di Londra, che stanno partecipando al Drive Me Project di Volvo, in attesa del lancio commerciale del 2021; pare evidente che la vita del futuro, almeno quella blandita dalle performance tecnologiche, è già qui.

Poi però uno si siede nella sala di un museo (per la precisione la Triennale di Milano, durante l’evento di Meet Media Guru che ha ospitato Gabo Arora, direttore creativo delle Nazioni Unite, nonché fondatore di LightShed, start-up che studia l’impatto sociale della realtà virtuale, e Tim Jones, CEO di Artscape, no-profit canadese che si occupa di trasformazione urbana), indossa i soliti visori Oculus Rift e si ritrova immerso nel campo profughi di Zaatari in Giordania, dove vivono quasi cento mila rifugiati siriani scappati dalla guerra. Guidati dalla voce della dodicenne Sidra, ci si muove tra fango e nuvole, teloni e lamiere, bambini e bambine che ci provano ad andare a scuola, a fare ginnastica, che condividono il pane. L’hanno chiamata la tecnologia per l’umanità, che riaccende l’impulso umanitario e l’empatia e ci fa uscire dall’indifferenza. Ma il film in realtà virtuale a 360° Clouds over Sidra è anche un’indicazione su come si possa uscire dal rischio di non sense della performance tecnologica. Su cosa significhi in realtà quella promessa di prosperità che sta nel refrain: “la tecnologia ti cambia la vita”. Più importante delle congetture su cosa saremo in grado di fare con un semplice touch, è capire allora quali scelte dovremmo fare per utilizzare in modo costruttivo gli iper poteri fornitici dalla tecnologia.

Dipende da noi se guardiamo ai flussi migratori, alle connessioni sempre più facili fatte di reti, fibre, ma anche di oleodotti o strade percorse a piedi, come una ragnatela che ci imprigiona nelle nostre paure, o come la possibilità di disegnare una nuova geografia. Quella, per esempio, che l’indiamo Parag Khanna, politologo, geo-stratega, e soprattutto grande viaggiatore, ha illustrato nel suo ormai libro di culto Connectography (Fazi Ed.), e che, in barba ai muri e ai confini sempre più alti, vede in questa connettività globale un’opportunità (e un’ineluttabilità) di crescita. Anche etica. Gabo Arora dal canto suo ha annunciato che presto potremmo essere in grado di avere una realtà virtuale live, un’esperienza “walk around” che consente di entrare nello spazio e interagire con esso a 360 gradi. Tutto dipenderà, ancora, dal genio dell’essere umano che, piuttosto che assistere agli eventi, vi partecipa e li costruisce. Ne Il pianeta nuovo. Come la tecnologia trasformerà il mondo, Oliver Morton, lo scrittore inglese a cui è stato intitolato l’asteroide 10716, invece di limitarsi a dipingere scenari apocalittici post (sicuri) disastri ambientali, ci mostra gli strumenti che l’intelligenza dell’uomo ha a disposizione per riprogettare, o meglio re-ingegnerizzare, il mondo. Anche tralasciando lo studio di tecniche per catturare e ridurre la presenza di CO2 nell’atmosfera, è pensando a opere più vicine a noi come il progetto Mose per Venezia, che difende le meraviglie della laguna veneziana (e la possibilità di goderne) da maree alte fino a tre metri e da un innalzamento del livello del mare fino a 60 centimetri nei prossimi cento anni, che si può capire quanto l’Uomo può fare per rendere questo pianeta ancora desiderabile. Perché valga la pena ancora percorrere il Viaggio, pur conoscendo tutti i rischi e i tempi che ci aspettano.

Dubai è, secondo molti (e anche se Parag Khanna consiglia a tutti di migrare verso il Circolo Polare Artico), l’intenso presente in cui germina il nostro futuro. Qui, nelle vicinanze delle Emirates Towers, nel 2019 aprirà ufficialmente il Museum of the Future che già ospita mostre, simulazioni e dimostrazioni interattive sulle innovazioni che, con maggior probabilità, produrranno cambiamenti su salute, istruzione, città intelligenti, energia e trasporti. Nell’ambizione dei suoi fondatori, questo dovrebbe essere un incubatore di ispirazioni. Dall’altra parte del mondo, intanto, questo mese (aprile 2017, ndr) inaugura l’Apple Park, il nuovo campus voluto da Steve Jobs (che di visioni e rivoluzioni nella tecnologia personale se ne intendeva) nel cuore della Santa Clara Valley. Edifici curvi con grandi vetrate, distese verdi e colline, tre chilometri di sentieri per correre e camminare, un frutteto, un laghetto, nove mila piante autoctone resistenti al clima secco, e naturalmente, oltre agli uffici, un teatro, un caffè, un centro per i visitatori. Ma soprattutto, il progetto di Foster + Partners sostituisce oltre 464 mila metri quadrati di cemento con il verde. E, grazie a una delle più grandi installazioni di pannelli solari al mondo, grazie alla sua ventilazione naturale, l’Apple Park sarà interamente alimentato da energia rinnovabile e non richiederà alcun riscaldamento e condizionamento per nove mesi l’anno.

Dire che è così che vorremmo che la tecnologia ci aiutasse a vivere e lavorare in futuro è fin troppo scontato. Senza troppe ansie alla Bill Gates da robot revolution (o rebolution per dirla alla francese), e gli annessi e pur necessari quesiti su chi e come dovranno essere compensate le entrate di quel quaranta per cento (secondo gli economisti della Oxford University) che, nei prossimi cinquant’anni, non avrà un impiego. Recentemente la Nasa ha fatto stare con il fiato sospeso e lo sguardo all’insù annunciando la scoperta, a quaranta anni luce da noi, di sette pianeti simili alla Terra. Più di uno, ammettiamolo, ha pensato alla fuga. Ma anche per anche per quella, bisognerà aspettare che scienza e tecnologia ci diano una mano. E non è detto che sia la soluzione.

Articolo pubblicato su Dove aprile 2017

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