Me.
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a mo(n)do mio

A volte penso che questo blog sia una sorta di seduta collettiva. Una Costellazione Familiare via web per allargare le nostre capacità di comprensione del reale. Ma a me piace molto intravedere nei macro-comportamenti delle riflessioni personali. Mi piace ascoltare le cose del mondo e della natura e credere che ci siano delle cose anche per me. Certo, quello che ci sta dicendo il mondo in questi giorni non è piacevole. Ci ricorda l’inadeguatezza dell’essere umano, la nostra colpevole indifferenza alla potenza della Natura, e ci ricorda che forse, come mi ripete spesso un’amica,: «Noi siamo solo in vacanza nel Paese di Dio». Meglio togliersi le scarpe quindi, abbassare il tono di voce, e non dimenticare che, dopo tre giorni, l’ospite (ospitato in vacanza) puzza (questo lo dico io). Durante il nostro breve e virale soggiorno, non resta allora che cercare una via esistenziale per sfangarla al meglio. Senza far troppo la figura degli ingrati, e facendo di tutto per non trovarsi, magari all’ultimo momento, a provare a rimediare. Credo che tutto ciò abbia a che fare con un uso intelligente del libero arbitrio, e con il vivere con dignità poiché, come ben è chiaro dagli eventi di queste settimane, morire con dignità è un’illusione colossale. Una possibilità che non ci è data. Passando ai  macro-comportamenti invece, oggi ho avuto una sorta di illuminazione. Perché è da giorni che, reduce da ogni tipo di evento pubblico (dalle manifestazioni del 12 a difesa di Scuola e Costituzione all’Assemblea delle Donne di ieri sera), leggo e ascolto commenti (condivisibili) di donne che non si riconoscono più nelle rappresentanze istituzionali. Trentenni inorridite dai discorsi vetero-femministi, studentesse disilluse e ciniche, giovani donne paralizzate dalla loro precarietà. Ma, nonostante, queste lamentazioni, sono sempre lì. A confrontarsi rabbiosamente con la mediocrità di queste posizioni di potere, a condividere con emotività persino l’insuccesso di questa comitati di pseudo-politici navigati. Una sorta di Sindrome di Stoccolma in cui le vittime non sono altro che le donne di cui è stata sequestrata anche la progettualità verso un futuro. Forse sarebbe il caso di tagliare questo legame morboso e riappropriarsi della nostra libertà (che abbiamo). Di guarire dal bisogno di avere un’autorità che ci conforta sulla nostra bravura e, infine, di riconoscere e chiamare con il proprio nome i nostri sequestratori di futuro. Così, di nuovo libere (capisco forse ora appieno il senso dello spettacolo Libere di Cristina Comencini), potremmo riappropriarci della nostra dignità,  e toglierci finalmente quel velo di rabbia, di insoddisfazione e di rancore che offusca la nostra gioia. E il nostro senso nel mondo.

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