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A scuola di cinese

[Pubblicato su Gioia! del 12 dicembre 2015] Un iPad in mano, e tre bambini che si divertono a interpretare, e riprendere, la scenetta di due amici che vanno al ristorante e ordinano Xiaolongbao, i ravioli al vapore specialità di Shanghai. E lo fanno, naturalmente, parlando cinese. Succede nella scuola primaria dell’Istituto Marymount di Roma, dove lo studio della lingua di Mao, come dice Paola Mattioli, che a spiegare come insegnare intonazioni e logogrammi fin da piccoli è andata fino all’Università di Barcellona, va in pagella. «Non è più come un tempo. Oggi si può imparare una lingua così lontana dalla nostra anche giocando. La tecnologia, e le tante app sviluppate, ci aiutano. Come aiuta la fantasia propria dei bambini che più facilmente vedono, e quindi memorizzano, dietro il segno astratto del carattere cinese, un uomo che cammina, un sole…».

Ma le potenzialità dei più piccoli nell’apprendimento del cinese non finiscono qui. Come dice Renata Cirina, direttrice della scuola dell’infanzia del Collegio San Carlo di Milano, che il cinese curricolare lo ha inserito dalla scuola materna, «da zero ai sei anni i bambini hanno la capacità di ripetere i suoni nella loro perfezione. Inoltre, avvicinarsi anche attraverso l’arte o il cibo, a un’altra cultura, dà loro la possibilità di sperimentare modi diversi di relazionarsi e di conoscere». Perché in fondo, è questo che vogliono i genitori. Ben consapevoli che sì, studiare il mandarino è anche un utile esercizio per rafforzare memoria, concentrazione e manualità (motricità fine) attraverso la bella scrittura, ma che soprattutto sanno che il “mondo Cina” si imporrà sempre di più nelle società del futuro. Dialogare con loro, capirli, porterà quindi molti vantaggi. Così, se per ora, nelle scuole statali, secondo il progetto del MIUR, l’ingresso dello studio della lingua cinese è previsto solo per le secondarie superiori (circa 150 gli istituti di secondo grado che hanno attivato l’insegnamento extracurriculare), sono i genitori stessi che, privatamente e come era stato per la lingua inglese, iscrivono i figli a corsi di lingua cinese.

«Non abbiamo numeri globali, ma nella nostra sede di Milano, arrivano una decina di richieste la settimana, e non sono poche» dice il presidente e direttore scientifico dell’Asian Studies Group Paolo Cacciato. «La verità è che molti sono disposti a pagare per vincere quella che a tutti gli effetti è una sfida per un’educazione internazionale. Per questo abbiamo creato dei testi appositi, con un drago che accompagna il bambino nella grande scoperta della lingua, ma alla fine garantiamo anche una certificazione ufficiale, e, per rispondere alle richieste, abbiamo attivato un progetto di partnership con le scuole statali offrendo una sorta di convenzione (corso di 13 settimane con massimo cinque alunni per gruppo da 120 euro)». Anche i bambini, a cominciare dai quattro anni, che studiano alla Fondazione Italia Cina ricevono il loro Youth Chinese Test erogato dal ministero della cultura cinese. «Iniziamo con canzoni e filastrocche visto che i suoni risultano molto musicali e per i più piccoli è più facile imparare le parole di base o le parti del corpo», dice la coordinatrice didattica Jada Bai. Poi ci sono quelli che la lezione di cinese se la organizzano a casa, magari con un gruppetto di compagni di scuola, continuando quella tradizione tutta italiana dell’istruzione fai–da–te delle lingue…

E chissà se tutto questo riuscirà a compensare un ritardo rispetto a molti Paesi europei, come Inghilterra o Spagna, dove la possibilità di studiare la lingua cinese a scuola è data per scontata. In aiuto a loro, anche il metodo “facilitato” inventato dalla figlia di un calligrafo e ceramista e fondatrice a 24 anni di un motore di ricerca in lingua cinese, Shaolan Hsueh. Chineasy, questo il nome del nuovo approccio allo studio del cinese, propone una grafica stile fumetto, colori sgargianti e soprattutto i logogrammi trasformati in disegni dall’illustratore israeliano Noma Bar per rendere il significato immediatamente percepibile. Il tutto tradotto in un libro e in un gioco (in Italia ora editi da L’Ippocampo) con cartoline per intrattenersi “indovinando” più di sessanta parole cinesi. Che, è bene ricordarlo, sono pronunciate e capite da quasi un miliardo e mezzo di persone nel pianeta. Semplicemente la maggioranza.

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