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Il potere dell’abito

Quando John Molloy rese di pubblico dominio, con il libro Dress for Success, il termine power dressing, era il 1975. In Italia l’aborto era reato, vigevano delitto d’onore e matrimonio riparatore, e si poteva divorziare solo da cinque anni. L’unico potere da esibire, accessoriato da un certo desiderio di emancipazione, era forse quindi quello di indossare i pantaloni. E certo non al lavoro o in televisione. Il recente ordine di servizio di mamma Rai a giornalisti e giornaliste ha fatto notizia: richiamare gli uomini a giacche in tinta unita grigie o blu evitando cravatte fantasia o sgargianti, e le donne a braccia coperte e colori sobri, è sembrato un editto puritano. Strano. Perché ormai è dimostrato che il modo in cui ci si veste influisce su come gli altri ci percepiscono, e che andare a un colloquio di lavoro adeguatamente abbigliati fa la differenza. Ma c’è di più, secondo una ricerca della Northwestern University, nell’Illinois, chi veste bene (nel senso di appropriato), pensa bene. Basta indossare un camice bianco di un medico e, indici alla mano, la nostra attenzione aumenta vertiginosamente. Lo stesso camice lo crediamo di un pittore? Ecco che le perfomance intellettuali cadono di nuovo.

Si chiama enclothed cognition, ovvero come e perché l’abito condiziona processi cognitivi e abilità di base. Ora, sarebbe un azzardo dire che Daria Bignardi, nel suo appello al rigore, abbia pensato di incidere anche sulla qualità del contenuto, ma negare che il look abbia il potere di dare autorevolezza al ruolo che si intende ricoprire, rischia di essere perdente. Guardiamoci intorno. E chiediamoci se Marc Zuckerberg sarebbe ugualmente identificabile come il genietto della Silicon Valley se si vestisse come David Cameron. O se Christine Lagarde conserverebbe la stessa autorevolezza apparecchiata come Sharon Stone. E noi, andremmo mai a una riunione di lavoro vestite come alla festa di compleanno di nostra figlia? Vanessa Friedman, nel suo blog sul New York Times, parlò per prima di “merkelizzazione” dei look femminili: abiti sempre uguali, senza fronzoli o colori eccessivi, come la strategia migliore per evitare che l’attenzione si concentrasse sull’aspetto. E non è un caso che gli esperti di dress code siano categorici sull’abito da ufficio: poche scollature, massimo tre accessori (e orecchini che non siano lampadari), tacchi moderati e gonne al ginocchio.

E non si tratta, come qualcuno suggerisce, di una limitazione alla femminilità, ma, a guardarlo per quello che è, di uno strumento di comunicazione. Chi è appassionato di serie tv, lo sa. Claire Underwood, First Lady di House of Card, sempre ingessata in tubini super rigidi, o Alicia Florrick di The Good Wife, che in sette stagioni non ha mai scoperto le ginocchia, insegnano l’arte di non cambiarsi mai d’abito pur indossando cose diverse ogni giorno, perché il look deve stare sempre un passo indietro alla persona. Tornando alla realtà, fu Kate Betts, in Everyday Icon: Michelle Obama and the Power of Style! a incoronare l’ultima flotus come la regina del dress code contemporaneo. Lei, che tra gonne a ruota, leggins e scarpe basse, accostati a look griffati, è diventata un’icona sia per le donne di tutti i giorni che per chi frequenta la stanza dei bottoni.

A nessuno è sfuggito che Michelle usa gli abiti come messaggio diplomatico: in Missoni quando viene in Italia per Expo, in Vera Wang con i cinesi, in Mary Katrantzou a Londra. O politico: indossare Narciso Rodriguez, omosessuale, sposato, figlio di immigrati cubani, durante il discorso dello Stato dell’Unione è un chiaro riferimento all’impegno per i diritti LGBT. Ma se la moda è un codice, uno strumento di comunicazione, quelli che la moda la fanno, sono i primi a sovvertire questo vocabolario. La femminilità garbata di Anna Wintour rotta solo da massicce collane, l’eleganza disinvolta e senza trucco di Carine Roitfeld, il prezioso ‘educanda style’ predicato da Miuccia Prada, e persino gli eccessi di Donatella Versace, sono l’esempio di una moda, e di un dress code, piegati alle singole (e forti) personalità. E, ripetiamo, la femminilità, per di più vista da occhio maschile, c’entra poco. Come ci ha ricordato Kate Middleton indossando, durante il viaggio in India, un abito cucito da una ragazzina di Mumbai per tre dollari l’ora, l’abito è solo questione di potere. E da molti punti di vista.

Schermata 2016-06-09 alle 15.50.20Articolo pubblicato sul settimanale Goia! 9 giugno 2016.

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