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Te la do io l’adultescenza….

L’anno scorso sono stati più di un milione. Stimabili e compìti professionisti che con mesi di anticipo hanno prenotato un workshop per imparare a costruire un razzo e partecipare a missioni spaziali interattive. Chi non ce l’ha fatta a rientrare tra i fortunati astronauti in erba, ha ripiegato su sessioni di stargazing mixate a canti di gruppo. E poi i grandi classici del divertimento all’aria aperta, come altalene nei boschi, tiro con l’arco, gare in kayak, paintball, ping pong e wakeboarding. Il summer camp per adulti, almeno negli Usa, è ormai una realtà. Gente solitamente abituata a dormire in alberghi di lusso dove pure la morbidezza del cuscino è customizzata, e che invece è disposta a pagare più di 100 dollari a notte per condividere dormitori stile colonia post bellica. Ma del resto, tra i fondatori di Space Adult Academy, Camp Grounded (nella foto un momento della Guerra dei Colori) o Camp No Counselors, ci sono ex top manager di multinazionali, consulenti di grandi società, vice presidenti, e chi meglio di loro sa quanto sia importante staccare prepotentemente la spina. Così, in pochi anni, queste oasi per funster si sono moltiplicate dalla East alla West Coast. E, pare difficile a credersi, senza sensi di colpa. È sufficiente dire che si tratta di una versione “active” di digital detox e nessuno, dal New Yorker a Fortune, osa gridare alla fuga dalle responsabilità, al danno generazionale che starebbero compiendo questi adultescenti (traduzione un po’ stonata del francese adulescence che sta a indicare l’adulto che mantiene psiche e comportamenti adolescenziali) incapaci di crescere.

Da noi, è bene dirlo, tira tutta un’altra aria. Basta farsi un giro in libreria o tra le locandine dei film, per portarsi a casa materiale sufficiente per richiedere d’urgenza una seduta di supporto psicologico familiare. Che si tratti dei rimbrotti di Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet (La fatica di diventare grandi, Einaudi) o dei buddy movies stile Forever Young di Fausto Brizzi e Nos Futurs di Rémi Bezançon, sempre pronti a ricordarci quanto sia fuori luogo quell’ostentata nostalgia della spensieratezza degli anni dell’università, è tutto un puntare il dito su questa generazione (la nostra) di sognatori dell’ultima ora: genitori incapaci di autorevolezza e inadeguati persino nella trasmissione del sapere di base; narcisisti egotici che non sanno accettare il tempo che passa; creduloni depressi ancora in balìa di relazioni da tredicenni… Nel suo Senza Adulti (Einaudi), Gustavo Zagrebelsky si chiede dove sia finito il tempo della maturità e della pienezza, il tempo in cui ci si lasciano alle spalle turbamenti e fragilità per diventare, come si deve, persone responsabilmente serie, ma non ancora cinicamente vecchie. Un’idea, ascoltando le parole di Enrico Oggioni, presidente fondatore di Osservatorio Senior insieme a Alessandro Rosina, Gianpiero Scilio e Isabella Cecchini, ce la possiamo fare: «In realtà agli adulti di oggi spetta un grande lavoro di accudimento. Fino a qualche hanno fa ci si godeva la pensione a 55 anni, oggi sappiamo che lavoreremo fino a 70 anni, manterremo i figli fino a tardi e nel frattempo corriamo dietro ai genitori tra badanti e cure». Come dire, se siete alla ricerca di quell’adulta serietà di cui sopra, cercatela pure schiacciata tra gli sbuffi dei nativi digitali e l’energia destabilizzante degli arzilli zoomer, ovvero i “boomer with zip”, che dopo i 65, a quanto pare, diventano, loro sì, i primi frequentatori di teatri, cinema, vacanze, centri benessere, e persino delle aule di sentenze di divorzio perché, con una longevità a elastico così rassicurante, una seconda vita anche sentimentale non si nega a nessuno.

Preso atto della situazione, pare evidente che non c’è mai stato invece momento migliore per cercare di sentirsi di nuovo ragazzini. Di chiedersi quando è stato il momento in cui abbiamo smesso di divertirci. Di ridere fino alle lacrime e senza senso, di non pensare al tempo, agli impegni di domani, della prossima settimana. E non si tratta di crearsi delle occasioni, ma di essere consapevoli della necessità. Senza scomodare il “primo uomo” leopardiano che “sopisce dentro ciascuno di noi”, o il Puer aeternus di Carl Gustav Jung, nulla si può dire contro il bisogno di mantenere un’anima infantile che comprenda immaginazione, creatività, estro, divertimento, gioco. Anche perché, definire per esempio il gioco per gli adulti come un’attività superflua, è difficilmente sostenibile. Tanto che uno studio recente di due ricercatori dell’Università di Zurigo ha confermato che giocare con una certa sistematicità consente, non solo di avere risultati più brillati sul piano accademico, ma di essere anche più produttivi e innovativi sul lavoro e aver maggiori possibilità di governare lo stress. Sarà per questo che, a casa dei giganti della Silicon Valley, da Google a Facebook, non mancano mai zone gioco con bigliardini, amache volanti, pouf rotolanti e muri da imbrattare a piacimento. Per inciso, colorare è il passatempo emergente degli adultescenti. L’amministratore delegato della casa editrice americana Michael O’Mara Books (in Italia è la serie Art Therapy de L’Ippocampo) che a maggio 2012 pubblicò il primo The Creative Colouring Book For Grown-Ups, ha dichiarato al New Yorker che in trent’anni di onorata carriera non avevano mai visto qualcosa di simile. Più di cinque milioni di volumi venduti nel mondo e una lista di titoli (a cui concorrono altre case editrici) che non sembra avere fine. Tanto che il prossimo 2 agosto sarà il primo National Coloring Book Day, mentre ormai sono stati trasformati in libri da colorare per adulti da Game of Thrones (Bantam Books) a Doctor Who (BBC).

Forse saremmo più sereni se ci ricordassimo, come scrive sempre Zagrebelsky, che le età della vita “non esistono nella natura, ma solo nelle culture”. In fondo, fino a qualche decennio fa, la stessa infanzia non era minimamente contemplata. Al limite, vi si sopravviveva. Mentre l’adolescenza a ben vedere, grazie anche alle ultime conquiste della neurobiologia, è scoperta recente. Il che ridimensiona anche tutto questo dramma della perdita dei riti di passaggio che, a meno che uno conservi i denti da latte fino ai quarant’anni, costituiscono mutamenti ahimè inevitabilmente fisiologici. La verità è che, nella società contemporanea, l’elemento concreto con cui si parametra l’essere giovani è, nostro malgrado, quello della produttività, cosa che per altro ci è richiesta da ogni dove, dalla famiglia al lavoro, o come direbbero gli anglosassoni, from cradle to grave (dalla culla alla bara). A volte, è vero, non ce la si fa. E allora ti leggi le lamentazioni di Marco Marsullo (I miei genitori non hanno figli, Einaudi) sulla mamma che non lo apprezza abbastanza e il padre con la sindrome di MacGiver tutto campagna e fattoria, e capisci che invece sì, dopo tutto e tutti, una vacanza dagli obblighi e dai doveri ce la meritiamo proprio. Se, come capita nel migliore dei casi, si ha a che fare con adolescenti che invece dei problemi con i brufoli ce li hanno con la caccia ai vampiri, o con capi che vampiri lo sono e basta, il consiglio è quello di lasciare sul comodino delle responsabilità una vecchia e impolverata edizione di Oliver Twist. Non preoccupatevi nemmeno di accennare alla trama. Solo un breve biglietto: Buona fortuna. Noi, si parte. Da soli.

Articolo pubblicato sul mensile Dove di aprile 2016.Schermata 2016-04-21 alle 18.39.02

 

 

 

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