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Afghanistan. La salute, la pace e le donne

«Con me lavorano altre centocinquanta donne. Sei di loro sono formatrici specializzate, cinque medici specialisti, trentadue tirocinanti, cinquanta ostetriche, sette anestesiste, tre farmaciste… All’inizio, non erano molte le donne che venivano nel nostro ambulatorio, ma nell’ultimo anno siamo passate da cento a mille visite e, con la sensibilizzazione delle zone rurali, vogliamo arrivare a 1500 nel 2017». Chi parla è la dottoressa Saida Said, direttrice del Maternity Hospital di Herat, Afghanistan. Nell’ambito del progetto Science for Peace, grazie a Fondazione Veronesi, Rezai Foundation e il supporto dell’ambasciata italiana di Kabul, nel 2013 è stato aperto un ambulatorio per la diagnosi del tumore al seno, nel 2015 è arrivato il primo mammografo, e ora altre due donne sono state formate per diventare tecnici di radiologia. «Tutto ciò è servito a far crescere la fiducia nella nostra assistenza sanitaria, ma prendendosi cura della propria salute, le donne fanno un passo avanti anche nel loro status» continua Said.

«Vengono, per lo più sole o accompagnate da sorelle, donne madri, casalinghe, studentesse, e, dal 2017, riusciremo a fare qui anche biopsie e agoaspirato». Perché non è mai facile essere donne in Afghanistan: secondo i dati di UnWomen, se al lavoro sono ormai il 19 per cento; se, come mai prima d’ora, occupano posizioni di potere (27,7 per cento in parlamento), è pur vero che l’87 per cento di esse ha subito una forma di violenza e le discriminazioni sono all’ordine del giorno. La scienza è comunque uno dei primi strumenti per il miglioramento delle condizioni di vita. Cosa che sarà ribadita alla conferenza Science for Peace in programma il 18 novembre 2016 all’Università Bocconi di Milano. Tema: Migrazioni e futuro dell’Europa: se il numero di profughi nel mondo è ormai cifra record, pochi sanno che ben l’86 per cento di essi trova rifugio in paesi in via di sviluppo, magari gli stessi colpiti da conflitti o dove patologie facilmente prevenibili con vaccini e accorgimenti igienici sono invece causa di morte.

Articolo pubblicato sul numero 44 di Gioia! novembre 2016.
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