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Ai confini del corpo

[Pubblicato su Dove novembre 2015] Per impiantarsi un biochip tra il pollice e l’indice ci vogliono cinque secondi e un bisturi con ago di circa tre millimetri. Nessuna anestesia e tanta voglia di sperimentare che cosa, nella vita di tutti i giorni, significa connettere il proprio corpo alla Rete. Lo sta facendo Povel Torudd, ideatore del progetto e capo comunicazione di Kaspersky Lab Europe, una delle più grandi aziende al mondo che si occupa di sicurezza informatica. Insieme alla comunità svedese di bio-hacking BioNyfiken, Kaspersky Lab sta provando a passare dall’Internet of Things all’Internet of Us. Da un mondo in cui sono gli oggetti a essere connessi e parlanti tra loro, a un’umanità connessa a sua volta e dotata di un corpo “aumentato” con una tecnologia che permette di aprire porte, accedere ai device personali, fare acquisti. «Dopo pochi giorni dall’impianto, mi ero già dimenticato di avere un chip. E oggi, passati otto mesi, penso a lui solo come a un “aggiornamento” utile per il mio corpo, ma è anche piacevole sentirsi parte di una piccola comunità di cyborg che sta sperimentando questa tecnologia», racconta Torudd. È la nuova dimensione della bioaugmentation, dove una stretta di mano si trasforma in una raccolta e trasmissione di dati (problemi sulla sicurezza inclusi), e il corpo, in un organismo senza più confini fisici o funzionali.

Si tratta forse di un altro pezzo di strada verso una corporeità “altra” che cammina in parallelo con la spasmodica ed eterna ricerca dell’umanoide perfetto. Tra gli ultimi, il Leonardo (Da Vinci) Android giapponese presentato al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, regalava persino l’illusione di riportare in vita un corpo da tempo consegnato alla storia. Grazie a un sofisticato sistema che recepiva la voce umana e la riproduceva con tanto di movimenti delle labbra, il lip-sync, sembrava persino di poter ancora parlare con il genio del Rinascimento. «Sono convinto che Leonardo considerasse il corpo umano come un’analogia del funzionamento dell’universo e che, se fosse vivo oggi, avrebbe scelto la robotica per indagare il mistero dell’essere umano» ha detto durante la presentazione Minoru Asada. Perché l’ottimizzazione o la riproduzione fedele del corpo umano, o dei suoi pezzi di ricambio, non sono solo una chimera, ma anche solo una piccola parte del viaggio che si sta compiendo intorno al corpo.

«In realtà abbiamo riprodotto molto poco del nostro corpo. E per quanto le protesi e gli impianti siano sofisticati e simili al vero, rimangono dispositivi estranei, artificiali, tanto che a volte i pazienti finiscono con il preferire non averle» dice Giulio Sandini, ricercatore di Robotica, Scienze Cognitive e del Cervello dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. «Il fatto è che noi abbiamo la tendenza ad antropizzare, a vedere tutto attraverso il corpo. La costruzione di un robot può aiutarci invece a capire come siamo fatti, non tanto nell’involucro, quanto nei meccanismi cognitivi, nei comportamenti». In altre parole, nella vita del corpo. Che guarda il bicchiere perché lo dovrà afferrare, che si muove, tocca, comunicando sempre con il prossimo. Il corpo umano, di fatto, è questo. O almeno è in questa sua relazione con l’altro che trova la sua unicità. «Con il corpo noi incontriamo il mondo, desiderando l’altro e l’altrove», dice Franco Rella, filosofo e saggista autore, tra gli altri, di Ai confini del corpo (Garzanti). «Come ricordava Merleau-Ponty, è il corpo che ci permette di cogliere “la carne del mondo”, e nonostante l’esperienza di esso sia stata oggi resa più opaca dalla possibilità di comporlo e ricomporlo attraverso protesi e trapianti; dall’aver acquisito tecniche che ci permettono di limitare il dolore; e persino dall’insistenza nell’esibirlo attraverso i media, incuranti di nudità, vergogna o varie bruttezze; nonostante tutto questo appunto, il corpo rimane un mistero. Quasi che possedesse una voce inquieta, un mormorio di fondo ineliminabile. Noi possiamo provare, secondo l’antico sogno di Cartesio, a renderlo “macchina”, ma alla fine, quando si torna al corpo, quando lo si percepisce fiorire in un abbraccio, come diceva Sartre, ci troviamo costretti ad ammettere che esso è qualcosa di creaturale e quindi destinato a uscire dal mondo. Perché il corpo ci parla, nonostante tutti i potenziamenti, della nostra finitezza», conclude Rella.

Una finitezza a cui non ci arrendiamo. Se non altro perché stiamo diventando ossessivi nella manutenzione ordinaria della carrozzeria (per il quarto anno consecutivo la medicina estetica è cresciuta del 7,3 per cento, la chirurgia plastica del 3, dati Aicpe), nel salutismo esasperato, nella volontà sempre più esplicita di determinare il nostro corpo, sesso compreso. Non è un caso che tra cinema e serie televisive di culto, abbondiamo di circumnavigazioni intorno a quel corpo che ancora non siamo riusciti a portare sotto il nostro controllo. Orange is the new Black, Transparent, o The Danish Girl, tanto per citare i più recenti, rivendicano di fatto la necessità di determinare il proprio corpo. Il rifiuto di esserne schiavi e l’intimo desiderio di diventarne padroni. Oggi, più che ieri, si può. Perché, come dice il genetista Edoardo Boncinelli, «quando l’aspettativa di vita era di quarant’anni c’era ben poco da osare, ma ora, abbassata la soglia del dolore, forti e sani, il coraggio di agire sulla carne cresce». Del resto, la posta in palio è alta. Tutto avviene attraverso il nostro corpo. Dalla parola al gesto. Dalla gioia al dolore. Tutti conoscono il piacere di camminare scalzi in un bosco, la libertà di mescolarsi nudi alle onde, il piacere di un abbraccio. Il corpo solo non è corpo. Esso vive e racconta “il” e “nel” mondo. Grosso, spesso obeso, quando occupa, e mostra, l’opulenza dell’Occidente. Piccolo, ritirato, rintanato, se deve ricavarsi uno spazio anche solo per sopravvivere. «Il mondo si legge anche nel suo rapporto con la corporeità» dice ancora Rella. Non si legge, certo, in quelle “marionette moderne”, per citare una definizione di Giulio Sandini, che sono i robot e che comunque hanno bisogno di essere programmati e governati da un essere umano. Tra l’altro, come viene sottolineato, essi sono solo una delle possibilità di imitare il corpo umano così come lo concepiamo da sempre. Ridotto a funzione o movimento, potremmo benissimo ritrovarlo nelle forme di un disco rotante, di un’asta, di una torre girevole. Sarà il caso di pensarci.

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