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Il mito di Airbnb. È tutto vero?

Che cosa fai se è metà maggio e ti sei messa in testa di andare in Islanda? L’aereo lo trovi, certo, e quella sarà la spesa minore che affronterai. Poi inizi a prenotare e, come avevi letto in ogni dove diffidando, scopri ci dovevi pensare almeno sei mesi prima. Trovare una sistemazione decente in Islanda, a meno che non si abbia una grande disponibilità di denaro (media di una doppia tre-stelle-si-fa-per-dire con bagno privato 300 euro), o un grande spirito di adattamento (ti piazzi con la tua tenda dove vuoi), può risultare difficile. Senz’altro, tra le soluzioni che promettono di essere più economiche (per quanto economica può essere l’Islanda), c’è l’uso di Airbnb che consente di mettersi in contatto anche con i privati che affittano case o parti di esse. Il #giroinIslanda è stato quasi per intero organizzato prenotando su Airbnb. Era la prima volta che facevo questa esperienza con la famiglia, esperienza che, come amano ripetere gli inventori della piattaforma, “permette di creare autentici legami con le persone che ti ospitano”, e quindi del luogo, e di vedere anche le mete più comuni con altri occhi. Ecco, tanto per sfatare un primo mito dirò che noi, su quindici notti passate fuori, di “local” ne abbiamo incontrati quattro: una la mattina mentre ripartivamo; l’altro all’arrivo e solo perché stava cercando di riparare un bagno che non c’era; un altro ancora per caso puro; e l’altra perché obbligatoriamente presidiava una casa evidentemente troppo bella per essere lasciata a incauti avventori che si trattenevano al massimo due notti. Per il resto, costume di un Paese civile e super sicuro, abbiamo ricevuto sempre messaggi che ci dicevano il codice della scatolina fianco alla porta in cui avremmo trovato le chiavi di casa. Non che i messaggi e le mail non fossero gentili, ma, semplicemente, di “local” non ne abbiamo incontrati. Non abbiamo avuto nessuna piacevole conversazione con loro. Ma, badate bene, questa potrebbe essere anche una buona notizia. Cominciamo dunque.

Alla casa di Reykjavik siamo infatti arrivati di notte (almeno secondo l’orario e non della luce) e avere un box chiavi esterno ci ha permesso di non disturbare la ragazza che ci ospitava. La casa alla fine era un seminterrato, l’acqua era lava o ghiaccio (copywrite #ladolescente), ma vabbè, siamo a inizio vacanza e va tutto bene.

A Stykkishólmur c’è stata forse una delle esperienze più piacevoli, perché mentre stavamo aprendo la porta, abbiamo visto un papà che “parcheggiava” un doppio passeggino nel giardino e che ci è venuto incontro. Era il nostro host. Ci dice subito che ha appena fatto le pulizie estive in casa, il che in Islanda vuol dire: “Togliti le scarpe prima di mettere piede in casa e lascia come trovi”… Comunque la casa è carina e pulita, la cucina è in realtà un fornello da campo che ha nascosto in un cassetto (supponiamo che la attrezzeranno poi), ma il bagno è nuovo di zecca. Va da sé che l’host non l’abbiamo più visto, ma noi ripartiamo contenti lo stesso.

A Súðavík la casa era invece di una famiglia francese. Devo contattarli telefonicamente perché io ho pagato una stanza con bagno privato, ma loro non hanno fatto in modo che gli altri ospiti non entrassero… Devo regolare io il traffico? Evidentemente sì. La pulizia è un optional, l’acqua calda pure, ma del resto è estate (8 gradi). Senza contare che i tedeschi occupano la cucina con odori di cavoli e birra, e allora noi, stanchi, con spesa fatta, usciamo a cena fuori. A questo punto, una domanda che ci frullava da qualche giorno in testa si è fatta esplicita. Perché, se in qualunque albergo o residence, anche due stelle, capitassero cose simili, ci si può sempre rivolgere al titolare del suddetto albergo, far notare la mancata corrispondenza tra ciò che si è pagato e ciò che si è trovato, andarsene, e chiedere un rimborso. Inoltre, uno sa cosa aspettarsi da una pensione, un albergo, un agriturismo o un hotel di lusso. Ci sono standard condivisi (la pulizia è il minimo sindacale neh!!), e ci si adegua. Ma quali sono gli standard di Airbnb? Come sono regolamentati? Chi li stabilisce e controlla? Ho fatto queste domande al management Airbnb e mi è stato risposto che Airbnb non ha un controllo qualità, non ci sono standard, tutti possono accedere alla piattaforma. L’unico modo per valutare la “qualità” è leggere le recensioni degli ospiti.

Ora, se uno legge le recensioni di molte case, vedrà che sono per lo più uniformi tranne in pochi casi. Io stessa ho letto commenti entusiasti di soggiorni che certo non rispettavano standard minimi di pulizia. Come può succedere questo? Abbiamo percezioni diverse? Abbiamo pretese diverse? Oppure, poiché non siamo in un hotel tradizionale, ci accontentiamo e non pretendiamo standard che esigeremmo altrove? Forse scrivere una recensione negativa costa più “sforzo” e si preferisce lasciar perdere? Certo, va detto per correttezza, io sono una vera rompiballe. Ho un passato di giornalista che ha lavorato nel settore del turismo e qualche cosa sui requisiti minimi di ospitalità la conosco. Come so cosa è un bagno pulito, o che sembri tale, una camera confortevole, e che si propone di esserlo. Questo quindi, mi può rendere un tantino ipercritica. Però, c’è un però. Vorrei ricordare infatti che dietro alla storia più bella del mondo del “Ti ospito a casa mia”, c’è un giro d’affari piuttosto consistente. A maggio scorso Airbnb ha reso noto un rapporto che diceva che, nell’anno 2016, l’impatto economico generato sulle attività economiche in Italia era stato di 4,1 miliardi di euro. Il guadagno totale degli host italiani invece era invece di 621 milioni di euro (host che dallo scorso luglio hanno cominciato a pagarci le tasse, su quel guadagno). Bisogna anche dire però che gli host in Italia sono circa 121 mila e che il loro guadagno medio è in realtà di 2200 euro (lordi) ciascuno. Detta così, fa un altro effetto. Inoltre, la filosofia delle recensioni per cui “uno-vale-uno”, sarà bene ricordare che lascia il tempo che trova. Se io offro del vino scadente a 100 persone di cui solo una sa veramente riconoscere l’effettiva qualità, questo di fatto non migliora la qualità del vino in sé.

Quanto ai guadagni di Airbnb, davvero questi sconosciuti, li ho chiesti e non li ho avuti. Non erano autorizzati a darmeli. Da notare che, per ogni giorno di prenotazione, si paga una media di 20 euro di servizi, che non sono le pulizie, o il servizio dovuto dall’host. Sono, mi dicono sempre da Airbnb: «Della fee Airbnb che varia dal 5 al 15 per cento del subtotale della prenotazione. Si calcola sulla base di alcuni fattori tra cui ad esempio: durata del soggiorno e caratteristiche dell’annuncio». Per dieci notti in sostanza, uno finisce con il dare quasi 200 euro a Airbnb. Per cosa? Non per il controllo qualità, abbiamo visto, non per le pulizie o la formazione degli host, non per evitare di caricare gli host stessi di un costo, ma solo per la gestione della piattaforma. Bene.

Ma continuiamo il viaggio. A Hvammstangi il cottage era in una bella posizione sul fiordo. Chiavi sempre nella scatoletta con codice, ormai siamo esperti. Siamo soli, anche se c’è un’altra parte della casa con un’altra stanza che ci sembra occupata. La doccia allaga il bagno, ma al telefono l’host non risponde. Non lo risentiremo mai. In compenso, nella notte arrivano gli altri ospiti, che scopriamo francesi, che si mettono a friggere in mezzo alla notte. Un’altra mazzata alla favola della grande e bella comunità che si incontra. Perché, diciamocelo, siamo il mondo che siamo: se fossimo così meravigliosi andrebbe diversamente, non credete? La verità è che se hai vent’anni hai voglia che ti vada bene tutto, e infatti frequenti gli ostelli, che ce ne sono di strafighi e super economici, per il resto, dopo i trenta gli amici te li scegli, i coinquilini pure, che hai già imparato che andare d’accordo è difficile soprattutto se sai che domani si riparte.

A Eyjafjarðarsveit, nella bella campagna di Akureyri, la casa, una villa, è veramente bella. Noi abbiamo una grande camera sul terrazzo con vista sulle montagne con idromassaggio e tutto il resto. Tutto sembra una meraviglia, poi ci accorgiamo che “il tutto” è invece un poco posticcio. Nel bagno piccolo manca il soffitto, parte della pavimentazione dell’esterno è stata lasciata in cemento, mancano delle rifiniture, come le cornici di alcune porte e dei marmi. Io sono un poco fissata, è vero, e poi da “architetta” quando vedo che qualcosa non va, mi metto a passare al setaccio tutti i dettagli. Ci viene il sospetto che la signora (che giustamente sempre presidia la casa) abbia finito i soldi a metà villa e stia cercando di mettere a frutto la lussuosa dimora. Mi viene allora in mente ciò che disse a una conferenza sulla sharing economy Adam Arvidsson, e cioè che se non ci fosse tutta questa penuria di denaro, nessuno si metterebbe a condividere la propria casa o auto. E quanto al mito del “valore esperenziale”, sparisce nell’analisi qualitativa dei dati che rivelano che, in realtà, l’esperienza è standardizzata, omologata. Insomma, uguale per tutti…

A Eskifjörður (nella foto sopra dei nuovi cottage costruiti sul fiordo), arriviamo un tardo pomeriggio di tempesta e l’host sta riparando il bagno che ancora non c’è. È simpatico davvero, ma francamente, a noi non serve un host simpatico, serve un host professionale. Che lasci la cucina pulita, che se dice che c’è la lavatrice non è che poi te la fa pagare a parte, che non mi chieda di aiutarlo a fare questo business perché, appunto, noi non siamo amici, io sono il cliente, tu l’imprenditore. Punto. Sono cattiva? Forse, ma la qualità è l’unica strada per preservare un’attività e anche un business, un’impresa che dà lavoro a tanta gente, quella dell’ospitalità. Che sia fatta attraverso piattaforme, o classiche prenotazioni in classici hotel (che per altro si stanno muovendo con forme di ospitalità altrettanto economiche e friendly). E anche i nostri diritti di consumatori, per altro, a meno che la strada sia pretendere sempre meno credendo di far parte di una fraterna comunità di ospiti e di risparmiare.

A Hvolsvöllur dormiamo invece in cottage in mezzo alla campagna. Chiavi nel box esterno la porta, indicazioni stradali perfette, nessun contatto con host. Le istruzioni per l’uso della cucina o del WiFi, o del dvd sono però ben visibili. E dentro c’è tutto, pulitissimo, organizzato, funzionale, piacevole e accogliente. Come in un albergo, mi verrebbe da dire. E il punto è proprio questo, perché se si vuole accedere all’industria dell’ospitalità, o si vuole giustamente rimodellarla, finalmente innovarla, mi chiedo se davvero si può compensare la mancanza di standard con un buon storytelling. Mi direte, ancora, c’è la fiducia e ci sono le recensioni di chiunque… (uno-non-vale-uno, lo ripeto). Io penso invece che si parla di soldi, di business, di competenze specifiche, e quindi di servizi da offrire e tasse da pagare.

Concludo dicendo che per un paio di notti (a Borgarnes e Tálknafjörður) abbiamo usato anche guesthouse con bagno in condivisione, cosa piuttosto comune in Islanda, soprattutto perché è l’unico modo di spendere una media di 150 euro a notte per una doppia (che è poi la stessa cifra di Airbnb). D’altra parte c’è sempre una prima volta, e se i bagni non sono stile caserma sovietica, ce la si può pure cavare senza traumi eccessivi… La nostra vera esperienza extra, l’abbiamo fatta lì. Con la famiglia norvegese allo stesso piano, con il padrone della Guesthouse che alla mattina presto beveva birra, e la passeggiata in spiaggia con chi c’era. Non ci siamo portati a casa un nome e cognome, ma una bella sensazione, sì.

P.S. Come tutto il diario, anche questo è un racconto personale e non ha pretese di indagine statistica o sistematica. Ho fatto delle riflessioni e posto delle domande, anche perché raramente mi piace andare dietro la marea dei facili entusiasmi. Conosco persone che hanno avuto esperienze negative con Airbnb e l’hanno semplicemente ritenuto “una cosa che può accadere visto che vai in casa d’altri”… Altre invece super contente, anche se poi vai a vedere e hanno speso quanto in un hotel di lusso…. Devo dire che ho riusato Airbnb per prenotare un paio di notti in Engadina. Avevo un buono da sfruttare e l’ho usato. Il giorno prima della partenza, l’host Piero, mi manda un messaggio e mi dice che la chiave dello Studio la potevo prendere presso la reception di un albergo. Che gentile. Così arriviamo, e scopriamo che non solo la chiave stava nell’albergo, ma anche lo Studio che, appunto non era che una bella camera d’albergo. E Piero, l’host, non era altro che un’agenzia.

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