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Amsterdam, it’s shopping

È terapeutico, liberatorio e persino adrenalinico. Fare shopping piace e, che storciate il naso o meno, è una delle attività più piacevoli, e unisex, quando ci si trova in viaggio. Così, anche se andate ad Amsterdam con la scusa che è il 125esimo anno dalla morte di Van Gogh, che la nuova hall del Rijksmuseum e dello Stedelijk sono bellissime, così come lo sarà il nuovo ingresso del Van Gogh Museum, varrà prendere un volo aereo, anche solo per divertirvi a comprare e schiacciare il naso sulle vetrine. Amsterdam, d’altra parte, chiama alla leggerezza e al sorriso. Si può, e si deve, indulgere all’effimero, al piacere dell’inutile. Vi siete mai chiesti perché Amsterdam è la città dei fiori? Certo, i tulipani, la bolla, i girasoli e bla bla bla… ma è perché durano poco, come la bellezza, e per questo valgono di più. I migliori li trovate da Pompon in quell’angolo di Prinsengracht in cui basta sedersi e guardare…

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Certo, i fiori non sono esattamente quello che si può definire un trofeo di viaggio. Scansati gli zoccoletti in legno o in finta ceramica di Delft (a meno che non si tratti di quelli in feltro di Shirdak, fatto incetta di qualche souvenir-citazione culturale della mostra del momento da portare a mamma e papà, non resta che buttarsi sul design, ormai il vero genius loci fatto oggetto. Saltato a piè pari il mega mall di Moooi in Westerstraat che sembra di essere a Milano, meglio optare per i bottoni in stampa 3D di Femke Roefs & Leoni  – li trovi anche da The Frozen Fountain e sembrano ricami di zucchero – o per le spille e i gioielli in tessuto filati a mano da appuntare a cappelli, borse, gilet, di Macon & Lesquoy. Una delizia.

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È il futile, o il materiale povero, che diventa pregiato e emotivamente indispensabile (lo voglio!), come gli spazzolini da denti seduti sulla ruota panoramica da vetrina di De Witte Tanden Winkel, una sorta di boutique per i vostri denti, o le scatole da fiammiferi con brillantini e stampa Frida Kahlo di meChicas. Ad Amsterdam, comunque, chi fa shopping, deve prendersi tempo anche per un po’ di relax e qualche caffè. Da Denham, mentre ti stanno aggiustando su misura un jeans, puoi servirti un caffè o un cappuccino. I cupcakes serviti con il tè sono addirittura nelle vetrine di The Darling, una boutique per fare incetta di abiti vintage chic o T shirt su misura. Più art oriented il nuovissimo Cloud Art & Coffe: qui a essere vendute sono foto e opere d’arte, ma un succo bio o una cheescake te le gusti lo stesso, magari seduto su una poltrona di modernariato.

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La vera mania, certo, sono le T-shirt. Un po’ in versione Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, e piene zeppe di citazioni nostalgiche tra sit com del passato e miti pop. Da Moku, in Runstraat, le trovate disegnate in esclusiva da designer di grido. Da Universe on a short, c’è di tutto e per tutte le età, personalizzazione compresa, of course. Versione d’artista quelle a edizioni limitata della Galerie Bart, mentre i malati di Star Wars e vari eroi Marvel non possono perdersi Dekunstboer. Poco più in là, per altro, c’è A Space Oddity, un abisso di piacere per i maniaci di tutte le serie televisive da 9 a 90 anni…

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Ma poiché, almeno un piede in qualche museo, lo si deve pur mettere, prova inconfutabile richiesta è il trofeo di viaggio con tanto di adesivo della blasonata istituzione culturale. Dopo le recenti rimesse a nuovo, i museum shop di Amsterdam rispondono a pieno all’istinto compulsivo di ogni shopaholic che si rispetti. Dentro l’ormai famigerata vasca da bagno, così come i locali chiamano il bianco avamposto futurista piazzato in aggiunta al vecchio edificio dello Stedelijk da Benthem Crouwel Architects, oltre al ristorante, la bellissima libreria boutique offre il meglio del design nordico. Non solo grandi classici tipo Tapio Wirkkala, ma anche le stampe a mano su seta di Hellen van Berkel, i teli in cotone organico di Ferm, e gli utensili magici da cucina (leggi Tate Otama) di Mikiya Kobayashi. Nel museum shop del Rijksmuseum invece, proprio non ci se la fa a non portarsi a casa la riproduzione in plastica delle posate barocche degli still life da gourmet di Willem Claesz. Almeno, io, non ce l’ho fatta. Perché in una città che apprezza l’attimo che fugge, essere troppo seri non è saggio.

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