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anche no

Questa mattina tre donne in termine di gravidanza si sono presentate in Parlamento per fare il loro dovere. Un’altra donna all’ultimo momento si è rimangiata la parola e ha pensato che il proprio dovere fosse fare il proprio interesse. Ieri, una delle donne partorienti, ha detto che sarebbe stato un bel gesto che un’altra donna della parte avversa non avesse approfittato del suo stato (cosa che solitamente fanno i maschi quando vedono nella maternità delle colleghe la strada libera alla loro carriera) per far valere le sue ragioni e, quasi per cortesia istituzionale, si fosse astenuta. Oggi, quella che ha cambiato idea, rivendica il diritto di difendere le sue ragioni e la sua famiglia. Senza accorgersi che, entrambe, stanno solo passando solo da un harem all’altro. Da un potere maschile all’altro. Vedo questa massa indistinta di grisaglie incravattate canuta e pingue e mi dico: questo non è un Paese per donne. Questo non è un posto dove le donne possano stare senza rischiare di perdere se stesse. Il primo errore da evitare dunque, se vogliamo davvero che il futuro sia femmina, è quello di rincorrere un’assimilazione al sistema-maschio. Si parlerà di vero cambiamento quando saremo capaci di mandare a gambe all’aria i soliti tatticismi e  davvero, dire no, a questi schemi di potere. Alla fine è solo una questione di priorità: se davvero vogliamo che ci siano più donne a rappresentarci, è il caso di trovare il prima possibile dei punti di unione e non continuare a svendere pezzo per pezzo il poco che ci rimane.

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