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Andrea Bianchi: il silenzio dei passi

Ho intervistato Andrea Bianchi per un articolo pubblicato su Dove (Wilderness). Aveva appena pubblicato Il silenzio dei passi e stare a piedi nudi nella sabbia, nel bosco o nella neve, mi sembrava un bel modo per raccontare la wilderness. Ecco qui l’intervista integrale.

Quando hai cominciato e perché a camminare a piedi nudi?

È cominciato tutto per caso durante una camminata in montagna con la mia bambina. Lei si è tolta le scarpe, e io, che già indossavo delle scarpette minimali, ho provato a fare qualche metro scalzo. Sono bastati dieci minuti per farmi capire che in quell’esperienza c’era di più dell’aspetto meccanico. Ho poi continuato a camminare scalzo a casa e in giardino, e i “passi nudi” sono diventati per me una sorta di ricerca personale e interiore. Un modo per stare in contatto con me stesso attraverso il contatto con la natura.

Ti sei anche documentato su quello che scoprivi?

Certo. Nel mondo anglosassone di barefoot hiking si parla molto e se ne scrive, altra tradizione è quella tedesca che prevede percorsi ad hoc… Io preferisco compiere a piedi nudi dei sentieri naturali, anche quelli che all’inizio sembrano impensabili, in alta quota. Man mano che si va avanti il senso di libertà cresce e si scopre che è proprio la natura del piede umano a venirci incontro per superare i limiti.

Si tratta quindi di una pratica adatta a tutti?

Non è un attività estrema, ma una pratica di benessere e quindi è adatta a tutti. In fondo, noi siamo nati scalzi, e abbiamo percorso da scalzi chilometri e chilometri. Un secolo di calzature ci ha fatto perdere una consapevolezza che però è rimasta nel Dna e se abbiamo pazienza questa consapevolezza la possiamo recuperare. Possiamo lasciare che il tempo ispessisca la pianta del piede, che si formi uno strato adiposo che aiuta a supportare le asperità. Poi certo, bisogna rieducare l’appoggio del piede: la calzatura appoggia di tallone, da scalzi invece si atterra di avampiede e il tallone sfiora il terreno… Questo è l’unico modo per poter camminare scalzi senza farsi male, ma è anche un modo che porta benefici alla nostra postura, scarica ginocchia e colonna vertebrale, e fa recuperare l’arco plantare.

Chi viene a camminare a piedi nudi con te?

Tutti. Incontro le pesone anziane che camminando a piedi nudi si ricordano della loro infanzia, ma anche giovani che vogliono camminare scalzi anche nei parchi delle loro città. Organizzo di solito d’estate dei barefoot days nelleDolomiti, due giorni di cammino con pernottamento in rifugio, ma cammino anche nei borghi, nei parchi secolari… C’è stata comunque una risposta fortissima che ho interpretato con il bisogno di liberare qualcosa. È un bisogno forte comunque perché fa superare i timori e le paure di farsi male, del dolore…

E cosa succede dopo?

Succede che la gente si meraviglia. Ma questa grande attenzione che si mette nell’appoggiare il piede, nel metterlo a contatto con sassi, foglie, terreni secchi o umidi, si traduce anche in una sorta di meditazione che porta a percezioni sottili, a una consapevolezza sempre più interiore, silenziosa, di vicinanza al mondo che ci circonda. Stare senza filtri a contatto con la terra la fa percepire anche a livello di energia. Quello che succede quindi, è un universo di esperienze che felici come bambini. Non bisogna trasformare tutto in una gara. Si tratta invece di una ricerca che le prime volte magari dura solo qualche minuto. E poi con il tempo si affina…

Nell’immagine di apertura “Barefoot” by Markus Spiske is licensed under CC BY 2.0

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