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Animale a chi?

Se anche l’edizione 2016 di Torino Spiritualità conclusasi da pochi giorni, titolo D’Istinti Animali, ha deciso di riflettere sul rapporto tra il bipede più potente del pianeta e le altre specie viventi a lui vicine, significa davvero che tra Uomo e Animale qualcosa è cambiato. Avremmo mai pensato di parlare di etica, intelligenza, persino giudizio (su di noi si intende) in riferimento a quei docili quadrupedi che di solito abitano le nostre case? Perché un conto è fare l’abitudine alla pet therapy, l’altro è considerare, come suggerisce l’etologo olandese Frans De Waal, che gli animali abbiano una loro moralità, un’intelligenza complessa capace di mettere in atto comportamenti che prevedono gentilezza, compassione, pazienza. “Io l’avevo già capito”, starà pensando qualcuno, ma qui si tratta dei maggiori esperti mondiali. Si tratta del saggista Richard C. Francis (in libreria con il nuovo Addomesticati, Bollati Boringhieri) che spiega come, in realtà, tra uomini e animali ci sia stata una sorta di mutua addomesticazione. Che questo processo evoluzionistico sia stato utile più a “noi” che a “loro” poco importa, perché il risultato, a ben vedere, è una sorta di somiglianza, di comunione di istinti, che ha quasi cancellato la distanza tra “animalità” e “umanità”. È così che, quando apriamo la porta di casa, scriviamo al computer o ci concediamo un bagno caldo, c’è ormai sempre un essere peloso a condividerne l’esperienza. La leggenda popolare vuole che animali e relativi padroni abbiano persino dei tratti comuni, morfologici e caratteriali. E d’altra parte, se all’inizio la comunicazione zoppica, siamo pure disposti a impararla.

A scuola di convivenza

«Un tempo si andava dall’educatore per farsi obbedire, oggi, l’ottanta per cento delle persone che viene da noi, cerca un modo per costruire, nel rispetto reciproco, una nuova famiglia» dice la responsabile degli educatori Enpa Giusy D’Angelo. «Il cane e gatto utili ancora presento negli anni Sessanta non ci sono più. È cambiata la cultura, l’investimento emotivo e persino le aspettative. Tanto che, a mettersi in gioco, a educarsi, è più l’uomo che l’animale, che vuole essere informato sul modo migliore per nutrirlo, crescerlo, capirne la personalità. Da qualche anno inoltre, come già succede in Stati Uniti e Inghilterra, i centri di adozione e gli allevamenti migliori adottano quella che viene chiamata la Pet Match Adoption: non è più la famiglia che sceglie il cucciolo, ma la struttura che, dopo averla valutata con test ad hoc, propone l’animale con la personalità a lei più idonea. Animale che per altro non viene concesso subito, ma dopo varie visite, perché fino agli otto mesi, per una crescita equilibrata il cane ad esempio non dovrebbe essere separato dal luogo di nascita». Difficoltà (giuste) che per altro non impediscono agli italiani di essere un popolo ad alto tasso di animalità. Secondo il Rapporto Italia 2016 di Eurispes, nelle nostre case vivono circa 60 milioni di animaletti. In pratica, almeno una famiglia su due ha in casa, nell’ordine, gatti, cani, pesci, uccelli, conigli, criceti, tartarughe e animali esotici. E per loro generiamo, tra croccantini speciali, scatolette gourmet, ma anche shampoo, spazzole, ossi per la dentizione, accessori di bellezza, un giro di affari di 1.830mila euro l’anno (dati Assalco Zoomark 2015). Senza contare che sempre di più li vogliamo con noi negli hotel, sulle spiagge, nei ristoranti e nei luoghi pubblici.

Umano non umano

Perché di fatto, l’umanizzazione dei nostri quadrupedi è un business. E anche, diciamolo, un’illusione. Siamo infatti così sicuri che ci capiamo? Che non siano, come scrivono la biologa Lisa Vozza e il neuroetologo Giorgio Vallortigara in Piccoli equivoci tra noi animali (Zanichelli) solo affettuosi malintesi? Forse siamo noi che proiettiamo su di loro le nostre emozioni, che attribuiamo azioni ed intenzioni perché, sia detto in modo scientifico, se il nostro bassotto ci si avvicina quando siamo tristi, non è certo perché condivide con noi l’emozione, ma solo perché ha imparato a riconoscere le diverse espressioni della nostra faccia. E non è forse un presuntuoso equivoco prevedere Spa per animali dove i poveri cani sono sottoposti a idromassaggi, percorsi rilassanti e dimagranti, impacchi con oli essenziali e massoterapia? Qualche settimana fa a Londra, l’artista Dominic Wilcox ha persino inaugurato una mostra a loro dedicata. Quadri sistemati all’altezza del collare, opere odoranti, crocchette sparse ovunque, istallazioni a forma di prato e vasche oversize piene di palline. Un successone, ci si chiede solo se non era meglio una corsa al parco. Così come del resto, il tentativo spasmodico di attaccare loro la nostra gourmet mania, compreso lo street food d’autore, con tanto di Ape Car itinerante che offre dai mini cupcake agli snack proteici (a Milano, Dog Sweet Dog). I libri di ricette per cani poi, non si contano più, compresi quelli per preparare a casa biscottini alla pancetta e alle erbe, mentre a Trieste ha aperto un panificio dedicato, Hov-Hov dove acquistare gelati biscotto, torte a forma di cuore, palline alla spirulina e pretzel alla selvaggina fatti rigorosamente con ingredienti naturali.

Community a quattro zampe

Viene da chiedersi dunque di chi, e di cosa, si abbia bisogno di compagnia. Intorno agli amici animali si stanno costruendo di fatto corpose comunità. È la pet sharing, versione a quattro zampe della sharing economy, che comprende piattaforme di condivisione per darsi una mano quando si è in vacanza o si ha bisogno di ospitalità (animaliallapari.net e petsharing.it), motori di ricerca per pet-sitter (petme.it), ma anche iniziative reali come gli aperitivi organizzati dalla Lega del Cane, o quelle iper-reali a cui hanno dato vita chi si occupa di animali abbandonati, violati, malati. E anche se la LAV assicura che il randagismo è sempre in miglioramento, è in cucce come quelle di ProgettoQuasi.it, che si occupa di far adottare cani disabili, anziani o maltrattati, o dell’Alpeggio delle Coccole in Val d’Intelvi, in cui si recuperano animali sfruttati, che nasce un rapporto davvero nuovo tra Uomo e Animale. Che poi le bestie vere sono dappertutto e non si distinguono dal numero di zampe.

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Articolo pubblicato su Gioia! n. 40 ottobre 2016

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