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Anoressia e maternità

[Pubblicato su Gioia! del 7 maggio 2015] «È stato un figlio desideratissimo, facevo foto alla pancia ogni mese, poi quando è nato, avevo la fissazione che non mangiasse abbastanza. Non so se fosse perché non potevo allattarlo, ma ero angosciata dalle quantità e dagli orari. Per fortuna, avendo lavorato sulla mia anoressia, ero consapevole di quello che mi stava succedendo. Così lo guardavo, mi dicevo che non era deperito e mettevo a tacere la mia ansia». Giovanna (nome di fantasia) è una delle tre milioni di persone che in Italia hanno sofferto e soffrono di disturbi dell’alimentazione (quasi il 90 per cento donne), oggi pesa 60 chili e non 37, ha due figli e con il secondo, liberatasi delle ultime paure, ha deciso di allattare a richiesta anche con il biberon, facendo suo il motto “se mangia bene, se non mangia, va bene lo stesso”. Perché il punto è questo. Cosa succede quando le ragazze che hanno avuto disturbi dell’alimentazione diventano madri? Cosa ne fanno di quel carico di esperienza e di quel ruolo di potente nutrice attribuito loro dai tempi della Dea Madre?

Carl Gustav Jung definiva questo archetipo “la magica autorità del femminile”, che insieme nutre e intossica, protegge e genera angoscia. Eppure, come sostiene Maria Teresa Balasini, psicoterapeuta, già consulente del Centro per il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale Niguarda e direttore scientifico presso l’Associazione Erika che per lo stesso ospedale sta seguendo un progetto di potenziamento dei percorsi di cura e sostegno a chi è in fase di dimissione: «Nelle donne con problemi alimentari, il momento della gravidanza è spesso di relativo benessere: si sentono piene dal figlio che le occupa, meno angosciate del vuoto emotivo che hanno provato. Inoltre, se si sono affrontati in profondità i problemi e si è acquisita una certa consapevolezza, il rapporto madre figlio può rivelarsi persino più pulito da quegli aspetti inconsci che attribuiscono al cibo significati altri». Il che comporta, mi spiega, che davanti a un figlio che si arrabbia e non vuole mangiare, una madre che avrà ben elaborato il suo vissuto saprà insegnargli che l’emozione della rabbia non necessariamente deve risolversi nel rapporto con il cibo, potendo trovare altre soluzioni come sbattere una porta, urlare, parlare…

Fabiola De Clercq, fondatrice e presidente dell’associazione ABA, lo ha provato sulla propria pelle: «Io stessa sono stata anoressica, ma quando ho avuto mia figlia non ho trasferito la mia ossessione nel suo cibo. Come è di costume in Francia, semplicemente, invece di imporglielo, glielo proponevo, dandole qualsiasi cosa volesse e senza orari fissi. E ora, da terapeuta, posso dire che le mie pazienti, diventate mamme e finalmente senza il disturbo alimentare che incalza, riescono a lavorare ancora più lucidamente sulle cause del malessere». Tuttavia, non è così semplice. Anoressia e bulimia sono patologie complesse per cui il termine guarigione può avere un duplice significato: «Se noi intendiamo la guarigione nell’accezione di scomparsa totale dell’assetto mentale, non possiamo dire che questa avvenga» afferma Laura Bellodi, psichiatra e direttore del Centro per i disturbi alimentari, d’ansia e ossessivo compulsivi del San Raffaele di Milano. «È più preciso dire c’è una fase di remissione, durante la quale si può certo anche affrontare la maternità. Su come poi l’educazione alimentare data ai figli possa essere influenzata dalla pregressa malattia, è vero che in genere, c’è un’attenzione massima a non trasmettere negatività al bambino e che si predilige un’alimentazione molto sana. Poi però, arriva l’adolescenza, e qui il rischio si fa più alto. Perché se la fase acuta si può superare, i comportamenti “anoressici” restano. Permangono cioè certe tendenze ossessive, certe rigidità nei bisogni, la difficoltà nell’affrontare i cambiamenti. È bene ricordare che, in sette casi su dieci, dall’anoressia si passa a periodi più o meno lunghi di bulimia. E la bulimia è persino più pericolosa per i figli poiché, se da una parte nega la convivialità, dall’altra offre molte tentazioni di cibo-consolazione».

Sia chiaro però, non si tratta di colpevolizzare la figura materna, bensì di riconoscere la centralità della relazione madre figlio. Cosa che, considerato anche l’aspetto ereditario della malattia (scienza e genetica hanno ormai dimostrato che nelle famiglie con problemi di alimentazione, la concentrazione di persone malate è significativamente maggiore che nel resto della popolazione), non si può negare. Bene fa tuttavia Alessandra Arachi nel suo nuovo libro Non più briciole (Longanesi), a stigmatizzare gli stereotipi della mamma “colpevole” dell’anoressia della figlia. «Nessuno nega il potere del nutrimento, ma c’è una differenza sostanziale tra generare un rapporto con il cibo e generare una malattia mentale. E l’anoressia è una malattia mentale di cui il cibo è solo la forma», dice Arachi. Una malattia di cui spesso si rincorre l’aspetto sensazionalistico e i cui esperti, come osserva la mamma protagonista del romanzo, sono più numerosi dei tifosi di calcio. «Bisogna fare attenzione» conclude Arachi «nessuno si improvviserebbe oncologo con la stessa leggerezza».

4 Comments

  1. Aurora Moncada says

    Gentile Signora Ravasio e gentili lettori,
    sono una studentessa della laurea magistrale in psicologia clinica.
    Vi scrivo per ricevere ulteriori informazioni a proposito dell’argomento anoressia-maternità.
    Sto scrivendo la mia tesi di laurea, che ha come indagine principale quello di verificare come una donna con un disturbo alimentare possa vivere un momento delicato come la maternità. E’ un argomento di cui si parla poco, di articoli scientifici ne ho trovati pochi e in letteratura scarseggia come ricerca.
    Qualcuno mi può aiutare?
    Grazie di cuore a tutti!
    Aurora Moncada

    • Buongiorno Aurora,
      hai contattato le persone qualificate che ho intervistato per questo articolo? Potrebbe essere un inizio. Se vuole scrivimi in privato e vedo come ti posso aiutare con i contatti.

  2. cecilia says

    Gentile dott.essa, sono la mamma di una giovane donna anoressica da oltre vent’anni e madre single di uno splendido bambino di 5 anni del quale ci occupiamo noi nonni quando mia figlia, medico chirurgo, e’ impegnata nei suoi turni lavorativi. le scrivo perché sono seriamente preoccupata x le sue condizioni psico fisiche che negli ultimi tempi, anche a causa della elevata conflittualità esistente col padre del piccolo, stanno peggiorando. per circa tre anni, e’ stata seguita da una psicoterapeuta e da uno psichiatra, ma con scarsi risultati. temo che possa accadere qualcosa di irreparabile e non so che cosa fare anke perché esiste un procedimento presso il tribunale dei minorenni di mediazione familiare imposto dal giudice x abbassare il livello di conflitto. il bambino e’ sereno ed e’ legatissimo a noi nonni. mi aiuti con un suggerimento che mi permetta di scalfire la corazza di ostinazione con la quale mia figlia si protegge impedendo qualsiasi interferenza nel suo stile di vita.
    la ringrazio
    mamma e nonna in difficoltà

    • Cara Cecilia, purtroppo io posso esserle solo umanamente vicina e capire le sue difficoltà, ma non ho le competenze, né la preparazione, per darle consigli e suggerimenti. Ci sono centri, associazioni, medici, che invece si occupano di queste tematiche in modo specifico e aggiornato. Se lei fosse una mia conoscente, mia sorella, una mia cara amica, le direi questo: cerchi un ente serio che l’aiuti ad affrontare questa situazione. Sono certa che ogni cosa ha una sua soluzione. A presto, Mimosa

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