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Se l’app spia le nostre mestruazioni

Margaret Atwood, la scrittrice de Il racconto dell’ancella, aveva previsto anche questo. Qualcuno che sorveglia il nostro ciclo mestruale, prendendo appunti su fertilità, desiderio sessuale, umore. Solo che quel “qualcuno” è un’app utilizzata da quasi 10 milioni di donne americane, Ovia, ora al centro di un’inchiesta pubblicata dal Washington Post per un uso non proprio corretto dei dati personali raccolti, e poi ceduti ai datori di lavoro. «Nelle condizioni d’uso ci sono spesso clausole che consentono all’app di cedere informazioni sensibili, ma gli utenti non sembrano fare attenzione» dice Giampaolo Dedola, ricercatore di Kaspersky Lab, azienda di sicurezza informatica che da pochi giorni ha rivelato i dati di uno studio che vede il 63,5 per cento degli italiani tanto disinteressanti alla privacy digitale da essere disposti a dare l’accesso totale ai propri dati in cambio di (poco) denaro.

Se sapessero che il così detto mercato “femtech” – app benessere comprese – varrà 50 miliardi di dollari entro il 2025, cambierebbero idea. Ma cosa fare per proteggersi? «Anche l’anonimato, in alcune tipologie di servizio, non funziona» continua Dedola. «Pur fornendo un nome falso, sono contesto e relazioni a far risalire a noi. Prima di tutto, bisogna quindi valutare da chi o cosa vogliamo tutelarci. Aziende? Spam? Criminali? Meglio iscriversi solo ai servizi necessari e controllare che i dati non siano cedibili a terzi: più soggetti sono coinvolti maggiore è l’esposizione. Utile anche l’uso di un password manager, un tool che consente di gestire password diverse e capace di mantenerne traccia in modo da poter capire, nel caso di un furto di dati,  arriva e capire i dati esposti… Infine, configurare le opzioni di garanzia di app e device e non condividere le credenziali di accesso con nessuno, familiari compresi».

Già pubblicato su ELLE Italia n.18 del 2019

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