Donne
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Archibugi: un corto contro la violenza

[Articolo pubblicato su Lei Web il 25 novembre 2013]

Con È stata lei la regista romana entra dentro un carcere e ritrae la vita e i pensieri di un uomo violento. Un cortometraggio che pone domande scomode, ma capace di regalarci, alla fine, persino un sorriso e una speranza

È il secondo anno, dopo Giulia ha picchiato Filippo, che partecipa alla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Puoi spiegarci che significato ha per lei il 25 novembre? Le commemorazioni hanno sempre una faccia bifronte. Si caricano di retorica e il rischio è che in un solo giorno si esaurisca un dibattito che andrebbe fatto tutto l’anno. D’altra parte però, questo coinvolge tante energie che altrimenti andrebbero disperse. Così, anche se mi sia stato chiesto poco tempo fa, e nonostante io stia preparando un documentario per il Festival di Torino, ho accettato volentieri.

È stata lei parla di violenza sulle donne dal punto di vista degli uomini. Perché è necessario parlare di questione maschile quando si discute di violenza? Femminicidio è ormai una parola abusata. Se ne parla tanto e talvolta così male che non si aiuta a operare una vera sensibilizzazione sul problema. Mostrare invece un punto di vista inedito, carica di nuovo interesse e fa riflettere su ciò che non si riesce, chissà perché, a raccontare.

 Per la prima volta si pone al centro della scena una domanda scomoda, soprattutto in un periodo in cui si parla invece di inasprimento delle pene: cosa fare di questi uomini? Il film si svolge interamente in carcere dove il protagonista (Claudio Santamaria, ndr) è rinchiuso da sei anni per violenza. Non ha carattere documentaristico, è una sorta di novella cinematografica. Il mio desiderio era quello di fare un passo avanti nella riflessione: è davvero utile il carcere in questi casi? O l’istituzione carcere è rimasta indietro rispetto alla coscienza civile e al tipo di reati? Sia chiaro, nella mia opera non c’è nessuna volontà di cedere al giustificazionismo tipico della violenza maschile, ma il cambiamento deve essere antropologico e forse, questi stessi uomini possono aiutarci a compierlo. Non possiamo rinchiuderli, dobbiamo farli vedere.

Un altro aspetto di cui si parla poco, ma a cui lei accenna con realismo e delicatezza, è quello della violenza assistita. Del danno psichico che subiscono i minori che assistono a violenza… L’uomo che compie violenza pensa di non aver fatto niente male. Neanche al figlio di sei anni che ha visto sua madre massacrata di botte. Ma l’idea di crescere pensando che queste cose possano accadere come se fossero una delle tante, diventare adulti considerando la famiglia, le donne o se stessi solo come possibile territorio di esplosioni, questo ci dovrebbe far riflettere e portarci a trovare delle risposte efficaci.

Gli uomini e le donne sono spesso anche genitori. In È stata lei, la magistrata di sorveglianza è una mamma che ha un rapporto particolare con il figlio. Qual è il ruolo della famiglia nella prevenzione della violenza di genere? Io ho una formazione libertaria, sono sposata con il figlio della scrittrice femminista Carla Lonzi, ho due figlie femmine e un maschio e, nonostante tutto, mi accorgo di fare io stessa delle differenze. La verità è che come genitori possiamo fare molto poco rispetto a ciò che siamo. Dobbiamo lavorare su noi stessi, non sui nostri figli. Avere coscienza dei propri limiti, accettarli e chiederne perdono. Bisogna essere una cosa, non dirla o farla.

Amore e violenza. È possibile che non si riesca a scindere questo legame? La cosa che più mi ha colpito nelle dinamiche della violenza maschile è che sono spesso identiche, indipendentemente da ceto sociale o credo religioso. E sono simili anche le storie d’amore: il colpo di fulmine da parte della donna che, altrettanto frequentemente, è appena uscita da una delusione amorosa, lui che ti riempie di regali e ti aspetta ogni giorno sotto casa con una sorpresa… È la proposizione di un amore romantico, idealizzato, che vive di esteriorità più che di vera relazione. La verità è che la spirale della violenza comincia in modo molto semplice: quando ci viene chiesto di accontentare l’altro perché altrimenti si incupisce o si arrabbia, quando cominciamo a diventare uno strumento per il suo benessere pratico ed emotivo. Ed è già qui che dobbiamo dire basta, coscienti che non siamo venute al mondo per compiacerli.

Il film si chiude con una battuta di un ragazzo che scherza sulla violenza… Spesso i più giovani lo fanno. Non è sarcasmo, è un’ironia spogliata di cinismo e questo, a mio parere, ci dice che, forse, loro sono già un passo avanti. Almeno questa, è la speranza (ndr).

A questo link di You Tube si può vedere il docufilm dell’anno scorso Giulia ha picchiato Filippo

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