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Massimo Morozzi Tribute

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Il 12 aprile 2014, proprio mentre a Milano si a prima la settimana del Salone del Mobile, è mancato Massimo Morozzi, una delle intelligenze più libere e radicali della nostra architettura. Così mi è venuto in mente un articolo che scrissi per Casa Vogue nel 1999 sugli Archizoom e l’architettura radicale. Lo sono andata e rileggere e, in questo file in parte corrotto, ho scovato una forza e un coraggio che è raro trovare al giorno d’oggi. Rinnovo ora la gratitudine per aver incontrato e parlato con Morozzi, come con Branzi o Bartolini. E in suo tributo, in omaggio a un’intelligenza visionaria e insieme ottimista, ripubblico quello che ho scritto 15 anni fa.

Archizoom trentatré anni dopo. Dopo l’avventura comune, le parentele incrociate, i progetti di ciascuno, le delusioni, i successi personali. Dopo trentatré anni di nuovo insieme a Lisbona, in una conferenza stampa per inaugurare la mostra al Museo del Design. E a Parigi, virtualmente riuniti al nuovo Centro Georges Pompidou che, bontà sua, ha acquistato tutto l’archivio dei disegni e delle fotografie di un lavoro progettuale e mentale che è nella storia del design e dell’architettura internazionali. Ne uscirà un libro. E ancora, dopo trentatré anni, su queste pagine. In una sorta di incontro epistolare che non vorrebbe celebrare, rivendicare, rimpiangere. Solo raccontare. La parola a loro dunque. A Dario e Lucia Bartolini, a Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello e Massimo Morozzi. Sei ex-ragazzi che fondarono, parafrasando il nome del gruppo di architetti inglesi Archigram, gli Archizoom. Era il 1966. I can’t get no…., le note del manifesto musicale dell’insoddisfazione di un’intera generazione riecheggiano ancora. È l’inizio della storia. A quei tempi il divertimento maggiore sembrava quello di tagliare prismi di poliuretano. Loro lo fecero con un filo caldo seguendo una morbida linea sinusoidale: nacque la Superonda. «Archizoom» dice Andrea Branzi «è stata un’esperienza di vita comune. Eravamo insieme a Londra al concerto dei Rolling Stones, insieme respiravamo l’aria di grande crisi del periodo, la caduta delle certezze». Altro che fantasia al potere. «C’é stata una grande esperienza di amicizia», ripetono Dario e Lucia Bartolini «di comunanza e di stimolo intellettuale. Ci univa e ci divertiva una grinta ironica: era il rifiuto del padre». I ricordi in prosa di Gilberto Corretti: «Archizoom era ed è una questione di amicizia. Il resto è cronaca, punto e basta. Ci siamo conosciuti sui banchi intarsiati di graffiti e oscenità di una facoltà di architettura, che stronzo il prof, mi presti le dispense, telefonami stasera. Abbiamo studiato e dato esami insieme. Ci accomunava la simpatia reciproca, la passione politica, la molteplicità d’interessi, la competitività nei riguardi di gruppi concorrenti, la sicurezza e la presunzione delle proprie idee, la solidarietà fra di noi, la disponibilità al rischio, la voglia di gioco leggero, il gusto per la provocazione intellettuale, la passione per i viaggi e le buone letture. Archizoom è stato un laboratorio esistenziale che ha distillato le indoli personali e professionali di ciascuno di noi. E per lungo tempo, fu una voce comune nella quale il solista non si distingue dal coro».

Già, amicizia. Chissà se si può scrivere la storia dell’architettura radicale, un movimento che voleva liberare la disciplina dai rigidi vincoli razionalisti, come una storia di persone unite dalla passione. Perché la passione c’era. Con gli entusiasmi, «una sorta di enorme concentrazione mentale» dice Andrea Branzi, e con gli ideali. Anche politici. «La mia personale lettura della storia dell’architettura radicale» scrive Paolo Deganello «tende a valorizzare la cultura politica che ha dato significato alla nostra battaglia disciplinare. Abbiamo portato dentro l’architettura le grandi contraddizioni sociali e politiche. E anche se abbiamo scritto moltissimo, è soprattutto attraverso i progetti che abbiamo parlato. Le nuove generazioni, che hanno da tempo abbandonato l’agire politico, rimangono affascinate dalle nostre forme per l’immediatezza eversiva e trasgressiva dei nostri progetti, più che per le nostre buone intenzioni. Ma le nuove generazioni hanno smesso di credere che possano esistere spazi per il progetto al di fuori dell’accettazione acritica dello stato presente delle cose. La logica e l’ideologia del mercato, la razionalità produttiva, i rapporti di potere, che erano poi i temi della nostra radicale contestazione, sono diventati ormai ambiti indiscussi e indiscutibili entro cui bisogna fare progetto». In un contesto storico così, il progetto radicale poteva essere solo Superonda. Per alcuni un divano, per altri uno schienale, per tutti, una grande invenzione. Come la serie di modellini Dream Beds dello stesso anno. Microuniversi dove regnava solo un’entusiasmante anarchia creativa.

Ma l’utopia degli Archizoom esisteva già nel presente. Si trattava solo di avere il coraggio di vederla. E come spesso succede, l’immaginazione finisce prima o poi con l’avvicinarsi molto alla realtà. «Alcune delle nostre intuizioni», le parole sono di Massimo Morozzi, «le ho comprese fino in fondo solo dopo. Solo dopo ho scoperto che parte dei concetti della No Stop City sono stati lungimiranti. Chiunque di noi abbia visto una piazza in una cartolina d’inizio del secolo, avrà notato una città vuota, fatta solo di architettura. La stessa città, cinquanta anni più tardi, è piena di oggetti, di persone, di macchine. Merci e prodotti in movimento che predominano sulle strutture murate. Allora, con un progetto estremizzante e provocatorio, noi descrivemmo la città come un supermercato. Un quadro non molto distante a quello che si trova oggi a Tokio. Una metropoli in cui le vie non hanno nome e che si configura come una totale accumulazione di cose senza ordine apparente: è la No Stop City. Con essa noi rompemmo tutte le divisioni e le gerarchie architettoniche, ribaltando ogni scala del progetto». Non è un caso che all’ultima edizione di DocumentaX a Kassel questa visione degli Archizoom, sia stata presentata come uno dei progetti guida degli anni Novanta. Che Rem Koolhaas, nel suo libro-bibbia S, M, L, XL, riconosca l’importanza del contributo radicale, mentre Daniel Libenskind afferma che la sua ricerca è partita proprio dove era arrivata la No Stop City. «Più che una teoria» continua Andrea Branzi, «la No Stop City fu un progetto generazionale. Avevamo capito che era iniziata un’epoca nuova, che stava avvenendo una mutazione decisiva: era finita l’epoca delle avanguardie storiche ed era iniziata quella dell’avanguardia permanente. Dopo di che, il design e l’architettura non furono più le stesse». Neppure la moda, che per la prima volta in quegli anni in cui si pensava di poter progettare di tutto, venne disegnata come un oggetto banale basato su una semplice costruzione geometrica. Era il 1973 e, alla Triennale di Milano, gli Archizoom si presentarono con un progetto di dressing design firmato dai Bartolini: Vestirsi è facile, si leggeva nel manifesto. Certo è difficile non pensare che non siano che sogni relegati nella memoria. Eppure, …. I can’t get no….. la storia continua. Una storia fatta anche di contraddizioni, paradossi, metafore nella normalità. In quell’illusione razionalista che, rifiutando la complessità, ha segnato la crisi del ruolo stesso dell’architettura contemporanea.

E oggi che il design è difatto il protagonista del mercato-metropoli, ritorna il concetto di architettura come componentistica diffusa e l’importanza, soprattutto con l’avvento dell’elettronica, della microscala dell’esperienza individuale. Fatta di quei gesti di libertà, per dirla con Morozzi, che ciascuno di noi compie e che non bisogna abbandonare per evitare di cadere in nuovi conformismi. «In questo senso», afferma Morozzi, «la storia della radicalità è uno strumento perpetuo. Una guardia che non bisogna mai abbassare. È come un fazzoletto quadrato in cui una pallina tende naturalmente ad andare sempre verso il centro. Essere radicali significa togliere quella pallina e vedere quello che succede per assumere semplicemente un punto di osservazione diverso». Se questo sarà sempre possibile, allora I can’t get no continuerà a essere un’energetica colonna sonora, e la storia del pensiero radicale non avrà una fine. Gli Archizoom invece, si sciolsero quando alcuni componenti si trasferirono da Firenze a Milano. Non ci fu una spaccatura, una divisione, una data precisa. Alcuni loro pezzi, come il Safari, un divano componibile con struttura in fiberglass e rivestimento in pelouche finto leopardo realizzato nel 1968 da Poltronova a cui per altro il Museo del Design di Lisbona ha dedicato un’intera sala, o la poltrona AEO firmata da Paolo Deganello, un progetto di seduta scomponibile, sono stati venduti a prezzi rilevanti in aste londinesi e americane. Altri, sono in possesso di gelosi collezionisti. In Italia, a parte alcuni documenti archiviati nel Centro Studi della Comunicazione di Parma, è rimasto veramente poco. Ritorna in mente allora lo slogan che gli Archizoom inventarono per pubblicizzare un’installazione riempita solo dalla voce di una bambina che descriveva un mondo meraviglioso. «È una cosa talmente bella che non ve la meritate», diceva. Ma questa forse, è un’altra storia.

 

 

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