Controbalzo
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Arrigo. Il calcio che non è nel pallone

A volte un romanzo è più profondo della realtà. Forse non ci dice della cronaca esatta, ma ci trasmette quel vivere emozionale che è spesso il senso delle cose. Questa è l’attitudine (e non uso a caso questo termine) consigliata per chi si apprestasse a leggere Arrigo, la quasi biografia romanzata di Arrigo Sacchi di Jvan Sica* edito da inContropiede. Ho avuto la fortuna di fare una chiacchierata con Sacchi anni fa perché volevo mi parlasse della sua Romagna… ha finito con il parlarmi di sogni, miraggi, ideali di perfezione, stress… forse perché, alla fine, com’è scritto nel libro di Sica, l’inventore del calcio moderno non potrà mai liberarsi di quello che ha costruito. Gli altri sì, alcuni pure con un certo sollievo, ma Sacchi no. E quando sulle pagine dei giornali vedo rimbalzare ancora la notizia di un suo logoramento (qualcuno scrive persino che “di nuovo getta la spugna”), penso che scrivere di calcio in modo diverso sia necessario. E che romanzare onori la storia persino di più che realtà (soprattutto se la realtà è fatta da roba da fantascienza come Tavecchio presidente della FGCI). Devo alla chiacchierata con Sacchi l’avermi regalato sul calcio italiano uno sguardo diverso, quello di un pioniere, solo ma entusiasta, in lotta personale contro la mediocrità. «Da noi nessuno è abituato ad andare all’attacco. L’ultimo volta che lo abbiamo fatto è stato al tempo dei Romani…». Così alla fine anche tra le righe del libro di Sica si può leggere una metafora di questo Paese, perché “in Italia uno come lui non riesce proprio a starci: è uno che pensa che il mondo può cambiare grazie alle sue idee… In Italia uno come Sacchi lo odiano tutti.” E cioè uno che crede che la perfezione sia un’aspirazione possibile, che migliorare sia il motivo stesso per fare qualcosa, e che avere coraggio, smetterla di giocare in difesa, di essere parassiti, egoisti, serve solo a sopravvivere, ma non a vincere.

Tra le righe di Arrigo c’è anche lo specchio dei nostri media che all’inizio mal sopportano il “finto professore di calcio”, c’è il rapporto tra suddito e cittadino con Berlusconi, c’è tutta la difficoltà di promuovere il cambiamento, lo scontro con la supponenza delle vecchie guardie, del “così si è sempre fatto”, e l’eterna rincorsa con un’Europa sempre un passo avanti a noi: “Io sono stato in Olanda e in Germania, ho visto come si allenano l’Ajax e il Bayern Monaco, ti dico che è tutta un’altra storia, i metodi sono diversi, quello che si vuole dai calciatori è tutta un’altra cosa”. Certo il libro è anche un diario dei momenti topici, da quando il piccolo Arrigo impartisce lezioni all’intera scuola materna tirando tutti i calci da fermo, alla Forlimpopoli del 1975, passando per il Parma e quel 28 maggio 1987 in cui incontra Berlusconi per la prima volta. E poi il Milan. Gli inizi difficili, il sogno che si fa gioco, i trionfi. La storia è storia. Anche quella del calcio. Eppure lasciarla dentro i confini del campo sarebbe riduttivo. “Oggi per vincere si deve cambiare”, il che, è vero ieri come oggi, anche se, ieri come oggi, costa fatica, e qualche ansia squarcia la notte con qualche urlo di troppo. Io ho deciso di trasformare una sua frase in una sorta di koan da meditazione. I più azzardati lo interpretino pure come un nuovo slogan politico. In ogni caso, buona lettura.

Io sogno un calcio dove chi ha il pallone è fermo e tutti gli altri corrono (A. S.)

*Jvan Sica (Salerno, 1980) è uno scrittore con il desiderio di portare la letteratura sportiva sugli scaffali migliori delle librerie. Ha scritto L’Europa nel pallone. Stili, riti e 
tradizioni del calcio europeo, Una stella cometa. Biografia di Andrea Fortunato, Italia, 1982. Fa parte del gruppo di scrittori Sport in punta di penna e da anni tiene il blog Letteratura sportiva. Lontano dal computer fa la mezzala.

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