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Bambine nel pallone: un calcio ai pregiudizi

«Lei lo sa che in America il calcio femminile è più famoso di quello maschile?». Capelli lunghi tenuti in una lunga coda, scaldamuscoli rosso acceso e scarpette bicolori. Orgogliose e determinate, sempre con il pallone ai piedi, le allieve della scuola calcio Milan Ladies sembrano davvero sapere il fatto loro. Hanno passato un’ora buona a difendere ed attaccare, prima una squadra, poi l’altra, ogni tre minuti. «Via! Non forzare la giocata! Fatti vedere! Chiama la tua compagna! L’avversaria va battuta, ma con il cervello! Non correre a duecento all’ora se poi ti incarti», grida l’allenatore. Eleonora, Angelica, Viola, Anna, Elena, Paola, Giulia, Michela… hanno dagli otto agli undici anni e sono il futuro, e la speranza, del calcio femminile in Italia. Un fenomeno che, va detto, rispetto ai numeri europei, dall’Inghilterra alla Germania, dalla Francia all’Olanda e Spagna, in Italia si sta imponendo da pochi anni, soprattutto da quando, nel 2015, la FIGC ha chiesto alle società di serie A e B di aprire al settore femminile con (almeno) venti bambine tesserate. Ma, prima di questo obbligo, i calci al pallone le bambine li tiravano già.

Alla scuola Milan Ladies, per esempio, hanno un’esperienza consolidata e dal prossimo anno daranno il via a una collaborazione con le scuole primarie e secondarie di primo grado del capoluogo lombardo proprio per promuovere questa disciplina. La Fiammamonza invece, di anni di calcio femminile alle spalle ne ha addirittura quaranta, e le bambine che arrivano allo storico stadio Sada partono dai sei anni. «Le più piccole sono le più tenaci e non saltano neanche un allenamento» dice Loris Arrigucci, dirigente e padre, lui stesso, di una calciatrice. «Alla fine, bisogna solo lasciarsi alle spalle i pregiudizi che associano il calcio ai soli maschietti. Ma lo sport, e il calcio, sono passioni che anche le bambine hanno il diritto di esprimere. Per questo, inserirsi in una scuola completamente a femminile è importante: trovarsi, come è successo a mia figlia, unica femmina in una squadra con altri diciotto maschi, rischia di farti sentire sola e inadeguata, quando invece, le bambine che amano il calcio ci sono e sono sempre di più».

Il bello poi, è che sanno tutto. I nomi dei calciatori e delle calciatrici famose, il calendario delle competizioni ufficiali, i risultati delle partite. «Mia figlia mi obbligava a interrompere lo zapping davanti a una qualsiasi partita di calcio. Anche di Serie C. E in casa nostra non siamo certo tifosi», dice un genitore. Ma c’è di più, perché parlando con allenatori e allenatrici, si scopre che il calcio delle bambine è persino più bello. «Le bambine sono una passione infinita. Non sono spinte dall’ambizione di fama o successo come spesso capita con i maschietti. Loro giocano solo per amore del calcio e per divertimento. Poi certo, e si vede sempre di più crescendo, si rivelano più diligenti e con maggior voglia di imparare rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Non so se perché sentono di dover sempre dimostrare che anche una femmina può giocare a calcio, ma questo è il risultato» dice Roberta Antignozzi, ex calciatrice di Lazio, Roma e Inter, e oggi allenatrice delle esordienti dell’AC Milan, la versione rosa della squadra che milita in Serie A e che visiona, in società dilettanti e oratori, le bambine più talentuose del territorio lombardo, raddoppiando, in tre stagioni, il numero delle bambine tesserate.

Ma anche Roberto Mazzola, che allena le ragazzine del Brescia, è della stessa opinione: «Avendo allenato entrambi, posso dire che, per quanto possa sembrare strano, le femmine sono più predisposte alla fatica dei maschi. Sono più motivate, ma soprattutto, mentre in ambito maschile, anche per la pressione dei genitori, il risultato è quasi un’ossessione, tra bambine e ragazze prevale il gioco, e si lavora con più serenità». E sarà per i risultati ottenuti dalla prima squadra (il Brescia è seconda in classifica in Serie A e partecipa alla Champions League), ma al Centro Sportivo Club Azzurri di Mompiano, arrivano genitori, e bimbe, da tutta Italia, tanto che la società sta cercando di organizzare una scuola calcio solo femminile nella città di Brescia, per accogliere, oltre al centinaio di bambine presenti, anche quelle che purtroppo qui non riescono a trovare posto. Anche la maglia viola della Fiorentina, prima in classifica in Serie A, è molto ambita dalle bambine, e questo nonostante la Fiorentina Women’s FC esista solo dal luglio 2015, gettando le basi per il settore giovanile con due squadre under 12 che comprendono piccole dagli otto agli unidici anni. «Nelle primissime settimane di attività c’erano solo sette bambine e faticavamo a trovarne di nuove. Poi, promuovendo il progetto calcio femminile nelle scuole della città e durante le partite di Serie A maschile della Fiorentina allo stadio Franchi, le richieste sono così aumentate che quest’anno siamo stati costretti a interrompere le iscrizioni», dice il responsabile della comunicazione del settore giovanile femminile Gregorio Mattia Orlandi.

Il problema dei numeri, però, resta. Soprattutto quando si tratta di partecipare a tornei e allora, le bambine di otto e dieci anni, si trovano spesso a competere con squadre di soli maschi. C’è chi trova questa esperienza utile per accrescere la motivazione; e chi pensa che, giocando solo tra femmine, le bambine acquisiscano invece più consapevolezza del fatto che il gioco del calcio, maschile o femminile, abbiano pari dignità. Ma in fondo, quel che è importante è divertirsi. Perché dietro il dare due calci al pallone, e ai pregiudizi, si cela un insegnamento più grande: il rispetto nei confronti di compagne e avversarie, l’imparare a fare squadra, a condividere regole comuni, il piacere del gioco e perché no, anche la delusione della sconfitta. Che tanto poi, a pensarci bene, in quel campo di calcio avete già vinto tutte.

Articolo già pubblicato sul numero di aprile 2017 di Style Piccoli / Corriere della Sera

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