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I bambini e il denaro

Me lo compri, mamma? Quante volte lo abbiamo sentito. Come la solita, accondiscendente, risposta. Quello che però sappiamo meno è che, nonostante tutta questa rincorsa al possesso, i bambini hanno ben chiaro cosa si possa comprare o meno con il denaro. Tante cose, senza dubbio, ed è per questo che sarà meglio fare un lavoro ben pagato, persino due se si vuole comprare una casa, ma con i soldi non si possono ottenere né il rispetto degli altri, né l’amicizia o la felicità, e se proprio devi chiedere un prestito, meglio rivolgersi a una banca che a un amico. Lo dicono i mille trecento bambini degli ultimi anni della scuola primaria usati come campione per la ricerca I Soldi Fanno la Felicità? I Bambini e il denaro in Italiavoluta da Orizzonti TV, la prima web tv dedicata all’educazione finanziaria, in collaborazione con le università di Udine e Cattolica di Milano. Ingenuità e precoce idealismo?

Non proprio: «I bambini hanno una visione più sociale che economica della realtà e valorizzano il capitale sociale» dice Emanuela Rinaldi, ricercatrice di sociologia dell’Università di Udine e responsabile scientifico del progetto, «è solo crescendo, nella preadolescenza, quando gli stimoli del mercato e dei media li indurranno a un maggior consumo, con il primo cellulare, le scarpe griffate, il motorino, che diventeranno più attenti al profitto». L’infanzia, insomma, è l’età del bene comune, ma anche il periodo giusto per piantare i semi di un futuro buon uso del denaro. Peccato che la paghetta, un modo per iniziare i più piccoli alla gestione responsabile dei soldi, sia in Italia una pratica poco usata: «Il modello imperante è ancora quello “a richiesta”, mentre in altri Paesi, come in Inghilterra, può capitare che anche ai ragazzini di 11 o 12 anni venga data una somma mensile piuttosto consistente con cui comprarsi di tutto, dai vestiti al cibo. Non c’è da stupirsi dopo tutto: in Italia è la stessa indipendenza economica degli adulti, che spesso ricorrono ai genitori per le spese correnti, che è differente».

Un’educazione finanziaria virtuosa e un’altra sbagliata comunque non esistono. Premiare con il denaro un buon voto a scuola? Per alcuni motivante, per altri il rischio è la perdita del valore della gratificazione personale. Compensare a suon di euro i lavoretti in casa? Una cosa positiva, a patto che venga fatto in egual misura e quantità tra fratelli e sorelle. Importante invece, è l’esperienza fatta ogni giorno in famiglia: il genitore che fa spese compulsive, che gioca d’azzardo, che non riesce a controllare le uscite o per contro è votato all’accumulo, sono i modelli su cui si costruisce la cultura del risparmio o dello spreco. Certo, anche le carte di credito, i pagamenti virtuali tramite app o on line, hanno modificato la percezione dell’entità del consumo e delle occasioni di spesa: «Spesso i ragazzini non si rendono conto del costo di suonerie, oroscopi, giochi on line, ricariche, mentre i genitori, che raramente vigilano, vedono materializzarsi la spesa solo sull’estratto conto a fine mese» continua Rinaldi.

Eppure i bambini sono in grado di capire l’importanza del denaro e della sua mancanza. Il loro linguaggio, già a otto e nove anni, anche grazie ai messaggi che arrivano dalla televisione, comprende termini come taglio dei costi, licenziamento, crisi del lavoro, e una povertà che, dato rilevato negli ultimi anni, non dipende più solo dalle proprie mancanze o capacità, ma anche da fattori esterni. E se pure citano la lotteria come strumento per diventare ricchi (per altro al pari di avere una buona istruzione!), sono al tempo stesso consapevoli dei rischi e ne hanno timore. Anche mostrarsi eccessivamente parsimoniosi può aprire la strada ad ansie sul controllo o sull’accumulo di denaro. Bisognerebbe se mai aumentare le occasioni che legano al denaro un’esperienza positiva, cosa che succede, e qui gli studi concordano per tutte le età, quando si usa il denaro non solo per sé, ma anche per gli altri. Se parte della paghetta è destinata a un regalo, se ci si ricorda di offrire un dolce, di materializzare un pensiero con un oggetto, allora i soldi si rivelano per quello che sono: uno strumento e non un fine.

(Articolo già pubblicato su Gioia! N. 13 aprile 2018)

 

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