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Bene comune

[Articolo pubblicato sul mensile Amica di marzo 2014] Seduti al caffè della piazza del Duomo di Matera, la Terra dei Sassi si stende immobile davanti alla civita, la Città Vecchia. Dietro l’arco di tufo si nasconde il Recinto, una corte su cui si arrampicano le case di pietra che una volta ospitavano le monache. I materani la chiamano il vicinato perché è qui che, da sempre, si ritrovavano insieme ai compaesani. Siamo nel cuore della comunità materana e, da qualche mese, anche di Casa Netural, un luogo di co-working rurale e co-living che accoglie innovatori sociali desiderosi di scambiare spazio, tempo e idee con il prossimo. Andrea Paoletti, il fondatore, la chiama la comunità del fare, l’incubatore di sogni, una domus per lo scambio di saperi. Lui abita nel mezzanino, gli ospiti, a turno per tre settimane, nell’open space arredato con mobili di recupero. Prima si presentano al resto della compagnia, lavorano insieme, poi, la domenica, gita di gruppo nelle terre della Basilicata. Aglianico e progetti, senza nessun obiettivo perché in comunità, dice lui, «Si sta per opportunità e non per opportunismo».

Paoletti, prima di fermarsi a Matera, ha passato qualche anno nell’ecovillaggio scozzese della Findhorn Foundation e quattro mesi nella residenza artistica della Fondazione Pistoletto a Biella, perché – secondo assunto – «La capacità di tessere legami non si improvvisa e la strada che porta alle nuove comunità ha radici lontane». L’atmosfera che si respira all’interno del FabLab di Torino ad esempio, è quella di un’officina medievale. Costola del co-working ToolBox, ormai 150 persone tra architetti, commercialisti, avvocati, grafici o traduttori che ha scelto di sperimentare un nuovo modo di lavorare condividendo competenze e relazioni, FabLab aiuta chiunque decida di varcare la soglia dell’ex fonderia a dare letteralmente forma alle proprie idee. A disposizione, stampanti 3D, tagli laser e frese, ma soprattutto conoscenze manuali e tecnologiche, strumenti e tempo per ricerca e manutenzione. Può succedere, ed è successo, che arrivi un ragazzo con l’idea di produrre una bicicletta di legno. In FabLab ha studiato per mesi, insieme ad altri makers, i telai, le misure, i pesi. Poi, in 20 ore, i pezzi sono stati fresati e ora il file del suo progetto è lì nella banca dati: un nuovo sapere a cui tutta la comunità di artigiani 2.0 può accedere.

Tenersi le idee tutte per sé, oggi non conviene più. Conviene invece raccontarsi agli altri e mettere in Rete la propria intelligenza. Conviene collavorare, per usare il termine coniato da Nicola Palmarini, direttore europeo dell’IBM Human Centric Solutions Center, che poi significa portare dentro i processi produttivi il valore aggregativo della nostra umanità. Meno leadership e più partecipazione quindi, condivisione al posto di competizione. «Il primo che parlò di comunità nei luoghi di lavoro fu Adriano Olivetti», dice il filosofo Roberto Esposito. E non è un caso che quel senso di responsabilità sociale che stava alla base del suo pensiero oggi sia, per così dire, tornato di moda. Ma Esposito è anche l’autore di un libro premonitore nella definizione delle moderne comunità: (Communitas. Origine e destino delle comunità, Einaudi, ndr), quella che recupera l’etimologia originaria della parola communitas derivante dalla somma di cum e munus e che ha il significato non di entità chiusa, bensì di dono reciproco, apertura verso l’esterno, scambio.

Nulla, più delle tecnologie digitali ha potuto amplificare questa esperienza di fiduciosa condivisione. Senza la Rete, sarebbe difficile trovare altri ecoaddicted disposti a darti, gratis, un pezzo di terra da coltivare. E invece, in Inghilterra, più di 55 mila persone hanno unito beni e passioni agricole entrando in Landshare. C’è un impiegato part time che aveva bisogno di un appezzamento a Wakefield, nel West Yorkshire, per seguire le orme del bisnonno e fare un orto per produrre marmellate, sottaceti e chutney, e l’ha avuto in prestito da un avvocato. C’è una ricercatrice che è disposta a tenere nella sua serra trenta piante di fragola per non lasciarle al freddo dell’inverno scozzese e alcuni cittadini del Northampton che desiderano piantare un frutteto che fornisca mele a chilometro zero alla scuola del quartiere. Persone che si sono cercate on line per costruire relazioni nel mondo reale e che, più che il senso di appartenenza, condividono l’idea di uno stile di vita. The people who share, per citare il titolo della ricerca di Collaborative Consumption, è di fatto una sorta di società parallela che si scambia case e auto, baratta oggetti e condivide luoghi di lavoro e vacanze. Ma è anche la cartina di tornasole della trasformazione antropologica del cittadino-consumatore che, invece di possedere, preferisce avere il bene a disposizione, senza alcun vincolo di proprietà. Meglio regalare al figlio 18enne un’auto o farlo entrare nella fratellanza del car sharing di BlaBla Car o Car2go? Meglio isolarsi in una suite di un albergo o abitare una casa vera? A guardare i numeri di Airbnb, si direbbe che la preferenza sia per la seconda scelta: in un anno, gli italiani che hanno scelto di mettere on line i propri gusti e interessi per sistemarsi tra i cuscini di chi, pur lontano, un po’ ci somiglia, sono aumentati del 354 per cento.

Certo, alla fine è probabile che gli altri sappiano un po’ più della nostra vita e che il concetto di privacy venga ridimensionato, ma senza fiducia e scambio una comunità non si costruisce. Quando poi dalla condivisione dei valori, si passa a quella degli spazi, la costruzione è ancora più impegnativa. Gli otto nuclei familiari del co-housing torinese di Porta Palazzo si sono riuniti ogni settimana per tre anni. Tre anni per decidere come organizzare una banca del tempo che potesse garantire la funzionalità del micronido e del laboratorio di bricolage. All’inizio, le aspettative sono altissime. Si ricerca un’oasi ideale, la pace sociale. E poi scopri, come è successo a una signora del co-housing milanese Bovisa, che anche per mettere la piscina non basta contare le quote condominiali, ma è necessario entrare in un percorso collettivo, con tanto di psicologi e sociologi, che aiuti a decidere all’unanimità. Oggi, la signora, la piscina, la usa, ché non sempre può andare fuori Milano quando fa caldo, e ha pure scoperto che mettere a disposizione il suo tempo di maestra in pensione per occuparsi dei bambini è in fondo un modo per vivere meglio. Perché, ancora, più che una casa, quello che si costruisce è uno stile di vita, e perché, più che inquilini, si diventa una sorta di confraternita urbana che con molto pragmatismo cerca di realizzare servizi mancanti. Con pochissimo retaggio ideologico e molto desiderio di cittadinanza partecipata, si può arrivare lontano. Un esempio? Qualche settimana fa, utilizzando una piattaforma di crowdfunding, l’azienda di energie alternative Windcentrale ha provato a coinvolgere gli olandesi nel finanziamento di un parco eolico: in tredici ore, hanno risposto in 1700 raccogliendo un milione e 300 mila euro. In Italia, il crowdfunding, e la conseguente nascita di nuove comunità economiche, è ancora immatura: «Si perde tempo a cercarvi un nuovo modello di business, quando in realtà sono solo la spia di un’innovazione sociale», ma Alessandro Brunello, in libreria in questi giorni con Il Manuale del Crowdfunding (Fag Ed.), che va in giro per gli atenei a spiegare perché la messa in condivisione di un progetto è il primo passo per realizzarlo, assicura che, dagli agricoltori agli artisti, il salto dalla community online alla comunità offline è ormai collaudato.

Che cosa c’è di più concreto e conviviale che sedersi intorno a un tavolo e mangiare? Era il 2010 quando, a Chicago, alcuni designer inventarono le Sunday Soup, brunch che riunivano donne e uomini interessati all’arte. Il format è piaciuto a Katia Meneghini e Thanos Zakopoulos e oggi la loro Tavola Periodica è una comunità itinerante che finanzia opere tra design, cibo e sostenibilità. Un foodraising creativo che occupa showroom o musei e che, con una pennetta rigata di pasta, sceglie il progetto da sponsorizzare sopperendo talvolta alla cronica mancanza di fondi delle istituzioni. Una spinta che ha catalizzato anche le forze dei Cittadini Creativi di Milano, guidati da Daniela Selloni del Dipartimento di Design del Politecnico, nel progettare una serie di servizi per il quartiere. Si sono costituiti dopo assidue frequentazioni al Mercato della Terra in Largo Marinai d’Italia e, in sei mesi di riunioni settimanali di co-design, hanno disegnato la forma ideale per la propria comunità. Pensionati, grafici, avvocati e architetti che condividono competenze professionali e conoscenza del quartiere; costruttori di fiducia e di potere contrattuale con l’altro Comune, quello istituzionale, a cui ora, come attore collettivo, presentano dalla biblioteca per lo scambio degli oggetti agli sportelli per il cittadino. E se la cosa vi sembra utopistica, date uno sguardo a quello che succede a New York, dove i cittadini del Lower East Side, sotto la guida dei professori Lara Penin ed Eduardo Staszowski del Parsons DESIS Lab The New School for Design, stanno realizzando The New York Office for Public Immagination. Ogni domenica e lunedì, quando la comunità residenziale si ritrova per istituire la Talk on the block (la chiacchierata dell’isolato) o decidere quali esercizi commerciali sarebbe preferibile mettere e togliere, arrivano sempre gli inviati di Bill De Blasio. Sanno che in questa identità collettiva, che si nutre di Rete e si realizza nelle strade, c’è una possibile via d’uscita dalla crisi. Non è un cambiamento di poco conto. È la ripresa di un dialogo tra l’Io e il Noi, tra l’online e l’offline, che se ancora non definisce il punto di arrivo, prova almeno ad allontanarsi dall’angusto immobilismo dei nostri tempi. Stare insieme, formare comunità, dopo tutto è un cammino, non un traguardo. E soprattutto, non è una soluzione, ma una scelta.

per saperne di più… Quello che mio è tuo (What’s mine is yours) titolava Rachel Botsman nella bibbia della sharing economy che, secondo Collaborative Consumption crescerà del 15 per cento nei prossimi cinque anni. In Italia, secondo la ricerca di Duepuntozero (Doxa), il 13 per cento ha utilizzato almeno una volta i servizi sharing, un dato che conferisce un certo potere di innovazione sociale a questo fenomeno. Come dice Marta Mainieri, autrice di Collaboriamo! (Ed. Hoepli) e organizzatrice di Sharitaly, il primo convegno sull’economia collaborativa, scambiarsi beni e servizi non è più una roba per tipi stravaganti. Secondo Forbes, la sharing economy nel 2013 ha creato un reddito di 3,5 miliardi di dollari, mentre le previsioni per il carsharing dicono di un giro d’affari vicino a 10 miliardi di dollari per il 2016. Per ora, gli italiani, con 130 start up attive nel settore, hanno aderito con un certo entusiasmo alla condivisione di case e camere da letto: un totale di 12 mila ospiti ogni giorno per 80mila scambi nell’ultimo anno (per avere un’idea dell’entità del fenomeno: Airbnb nel 2012 ha assicurato 10 milioni di notti per oltre 4 milioni di ospiti, più che in tutti gli Hotel Hilton).

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