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La rivincita delle black model

Sembra quasi uno dei revival a cui ci ha abituati il mondo della moda. Un tormentone che ogni tanto si ripropone come lo stile marinaro o la stampa animalier. Perché era l’estate del 2008 quando Vogue Usa si chiedeva “It’s fashion racist?” e oggi, ancora, siamo qui a domandarcelo. E ce lo domandiamo perché, oggi come anni fa, le top model del momento decidono di esternare il loro disappunto. Dalla cover di ElleUK di aprile Jourdan Dunn, per esempio, non usa mezzi termini e dice che sì, ora ci sono più ragazze di colore di qualche anno fa, ma finché questo sarà considerato un fatto su cui scrivere, finché non sarà semplicemente una non-notizia, lei non potrà ritenersi soddisfatta. Intanto, insieme alla sudanese Nykhor Paul e all’inglese Leomie Anderson, tra un post e l’altro su Twitter, Instagram e YouTube, dove poche settimane fa la stessa Anderson ha pubblicato il video tutorial How to survive as a black model, continua a lamentarsi di quella che viene definita la discriminazione del backstage: parrucchieri che non sanno come trattare i capelli crespi e afro, truccatori che non hanno prodotti adeguati per esaltare la pelle scura, stylist impreparati.

Cosa che per altro diceva già Tyra Banks, prima donna di colore ad apparire sulle copertine di GQ nel 1997, quando, per aggiudicarsi il catalogo di Victoria’s Secret, aveva dovuto portarsi il parrucchiere “da casa”… Eppure, a leggere i report delle ultime settimane fashion di New York e Parigi, la moda non si è mai sentita così inclusiva e democratica. «L’evoluzione nel settore è evidente e va di pari passo con quello della società. Basti pensare a come, negli Stati Uniti, prima Michelle Obama, una donna nera, laureata ad Harvard, avvocata, bella, potente e spesso immortalata sulle copertine di Vogue, e poi le figlie Sasha e Malia, stiano diventando le nuove icone dello stile, al pari dell’ultima ninfa di Chanel, Willow Smith» dice Vulkan Ludvick Mihaci, presidente dell’agenzia di modelle Elite Management Worldwide, che continua: «Ma sono i dati che ci dicono che qualcosa sta cambiando. Fino a poco tempo fa il guadagno delle così dette black model arrivava esclusivamente dagli Stati Uniti. Oggi invece il loro reddito è equamente diviso nelle piazze di Londra, Parigi, Milano, e anche nel look mostrano con orgoglio, non solo il colore della pelle, ma anche i capelli naturali, che siano ricci o afro». E, scorrendo le campagne o i lookbook, da Valentino ad Alberta Ferretti, ce ne si accorge. L’angolana Amilna Estevao; la nigeriana Mayowa Nicola; la capoverdiana Alecia Morais. E ancora l’iper presente Liya Kebede, etiope, scoperta da Tom Ford e, secondo Forbes, l’undicesima modella più pagata al mondo; la giamaicana Tami Williams; la metà ciadiana e metà polacca Anais Mali che, nell’ultimo numero di Vogue Francia, cammina per le strade di Cuba; poi infine, su tutte, la rivelazione diciannovenne dominicana Lineisy Montero che nel 2015 ha calcato ben 68 passarelle di fila, da Prada a Chanel, passando per Louis Vuitton, Céline, Balenciaga… e che su Instagram alterna look da sfilata e smorfie, espressione Magnum by Zoolander compresa.

«Costruirsi un personaggio, avere migliaia di follower sui social e diventare una potente influencer è quello che serve oggi per costruirsi una solida carriera nel fashion system, il colore della pelle c’entra poco» dice il fotografo Toni Thorimbert. «La moda è un business, non dimentichiamolo, e va dove è utile andare. Già a metà degli anni Novanta in America, per questioni di politically correct, non potevi fare foto di gruppo che non prevedessero un afroamericano o un ispanico. Ora credo sia più il bisogno di rispondere al richiamo diffuso di non presentare, non solo razze definite, ma neppure generi, età… ». Di strizzare l’occhio insomma alle nuove generazioni che, oltre a essere quelle anagraficamente inclusive, sono anche le più disposte a subire il fascino delle tendenze e investirvi danaro. Ecco allora che quell’inno alla diversità così apprezzato a Parigi sulla passerella di H&M assume un significato meno idealista: modelle dai tratti afro o asiatici, magre e curvy (Ashley Gramm), transgender (Andreja Pejic e Hari Nef) e agé (Pat Cleveland). Meno idealista ma, appunto, più cool. Cosa che ha praticamente detto lo stilista americano Zac Posen, apprezzato dalla first lady Michelle Obama e da attrici come Naomi Watts e Uma Thurman, durante l’ultima settimana della moda newyorkese, quando ha fatto sfilare venticinque (su trentatré) modelle di colore; reso omaggio alla principessa Elizabeth Nyabongo Bagaaya di Toro (ex ministro, una delle prime donne africane a essere ammessa a Cambridge e la prima ad apparire sulla copertina di Harper’s Bazaar) chiudendo lo show con la vincitrice della prima stagione di Africa’s Next Top Model l’ugandese Aamito Lagum; e mettendosi in spalla la statement bag di Ashley Chew griffata con l’hashtag #BlackModelsMatter, finita guarda caso insieme a lui su Instagram.

Poi, certo, è successo che la foto delle labbra della Lagum è stata ricoperta da insulti razzisti e sessisti e il risveglio nella realtà della strada (quella vera) è stato rapido. Quello che invece resiste a ideologie e disillusioni quotidiane, è che forse ha nella moda solo una delle sue rappresentazioni, è l’african style mania che, generata da un’economia e una classe media in rapida crescita, coinvolge artisti, designer, fotografi e giovani imprenditori, capaci di offrire al mondo interno un nuovo punto di vista. Un nuovo mal d’Africa, che già ci prese con le opere di fotografi come Seydou Keita e Malick Sidibé o artisti come Yinka Shonibare, e che ancora seduce attraverso mostre (Making Africa, che ha avuto la sua prima tappa al Vitra Design Museum di Weil am Rhein, e fino al 26 agosto sarà al Centre de Cultura Contemporània di Barcellona) e citazioni onnipresenti di ricami tribali, frange, stampe Wax, inserti di piume, intarsi che sembrano tatuaggi. Basta del resto dare uno sguardo a Trueafrica.co, un sito che raccoglie le giovani voci africane in tutto il mondo, dalla cultura alla tecnologia, per accorgersi di quanta energia e innovazione esistano in un continente noto invece per guerre e povertà. Voci che vogliono lasciare il segno e farsi sentire. Black model comprese.

Articolo pubblicato su Gioia! numero 13 del 9 aprile 2016.Schermata 2016-03-31 alle 10.16.30

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