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Le bollicine di Madame Clicquot

A ben guardare, se Barbe-Nicole Ponsardin non fosse diventata vedova Clicquot, sarebbe rimasta una delle tante mogli all’ombra del marito. Ma il marito morì, per tifo o per suicidio, nel 1805, proprio quando l’azienda familiare stava cominciando a prendere il volo, e lei, a 27 anni e poco più, lei che aveva frequentato il convento reale di Saint-Pierre-les-Dames (lo stesso di Maria Stuarda) e che, travestita da contadina, era stata salvata da una serva di famiglia e sottratta alla folla inferocita, invece di tirarsi indietro, decise di prendere un mano le redini dell’azienda. Su chi fosse, questa matrona severa e prudente che alcune cronache vogliono spregiudicata e trasgressiva nella vita privata, questa futura regina delle bollicine, lo si può leggere nel recente libro edito da Skira e scritto da Fabienne Moreau, storica e archivista della cantina Veuve Clicquot Ponsardin, che ha avuto accesso agli archivi della Maison.

0834 COP_9334_MoreaCliquot_ok:Layout 1Una storia che cominciò con la decisione di ampliare la proprietà acquistando 40 ettari nella campagna di Reims e terminò con 750 mila bottiglie di champagne prodotte contro le 60 mila iniziali. In mezzo, ci sono strategie di comunicazione moderne, come – diremmo oggi – il branding del nome Clicquot che per la prima volta apparirà sulle bottiglie, e una guerra porta a porta, dalla Russia a Metz, contro i contraffattori di vino ed etichette. Ci sono metodi efficaci per conquistare i mercati: quando a Reims arrivò l’esercito russo, madame Clicquot servì il suo champagne agli ufficiali. Quando i francesi ripresero il controllo della cittadina della Marna, lo servì a loro. Ma in seguito, nel 1814, nonostante l’embargo napoleonico, riuscì a far arrivare alla corte degli Zar 10 mila bottiglie del 1811, l’anno della grande cometa, e i russi furono legati a Madame per sempre.

Leggendo un altro libro culto sulla vedova Clicquot, quello di Tilar Mazzeo, si legge anche che lo champagne di allora era di un colore grigio rosato e molto più dolce. Alla signora delle bollicine dobbiamo allora anche alcune tecniche come il rémuage e il dégorgement (la sboccatura) che lo rendono più limpido, secco, con bolle più piccole (le bollicine…). Le bottiglie, sistemate su nuovi piani di legno scavati e inclinati, ogni giorno venivano ruotate di 90 gradi per staccare i sedimenti dal vetro e farli scendere sul tappo, poi sostituito. È il (suo) metodo champenoise che la vedova Clicquot mantenne segreto per 15 anni, senza che nessun cantiniere lo spifferasse alla concorrenza…

Infine, la vita privata. Perché gestire un’azienda, fare la donna d’affari in quel tempi era di per sé già trasgressivo. Barbe Nicole Ponsardin aveva cambiato il nome in Veuve Clicquot Ponsardin nel 1810, quando fu pronto il primo millesimato della sua gestione, e si vestì a lutto per tutta la sua vita. Si affidò, forse per convenienza, nella gestione, a uomini competenti come Louis Bohne ed Edouard Werlé che, dopo il 1830, comincerà a viaggiare per l’Europa portando lo champagne della vedova Clicquot in Germania, Austria, Polonia. Con quest’ultimo, di una ventina di anni più giovane e a cui lasciò l’azienda alla sua morte, si dicono di relazioni accese e pétillant… Certo convinse, quel che più importa, le vedove Pommery e Perrier a gestire, come lei, le imprese ereditate dai rispettivi mariti.

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