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Brač. L’altra Croazia

[Pubblicato su Sette/CorrieredellaSera il 22 agosto 2014] Potrebbe sembrare strano che la prima cosa si venga consigliati di fare una volta arrivati a Brač, sia salire sulla cima di Vidova Gora, la più alta delle isole dell’Adriatico. Ottocento metri sopra a quel mare per cui, in definitiva, siamo arrivati fin qui, tra pini neri, salvie e rosmarino selvatici, mulattiere e pietre in rovina. Si sale non solo perché da qui si gode il miglior, e forse unico nel genere, panorama sulle isole della Dalmazia, ma perché, in fondo, è questa la miglior prospettiva per rendersi conto che Brač è un’altra isola. Verde, anzi verdissima, con le sue valli coltivate a vite, e puntellata di baie blu e architetture dorate. Lo sguardo spazia dalla vicina Hvar, fino all’isola di Vis e a Korčula, quindi a Lastovo. Siamo, almeno con gli occhi, vicino alle isole Tremiti, tanto che nelle guide si legge che, nei giorni particolarmente limpidi, si riuscirebbero a scorgere persino le vette dell’Appennino… Poco importa, perché è a ciò che è più vicino che dobbiamo guardare. Ai sentieri ben disegnati, ai porti, alle case e alle chiese che paiono sistemate con una certa ragionata armonia. Brač è, di fatto, l’opera diligente del lavoro dell’uomo. Dei contadini che hanno allineato con perizia i vitigni di Plavac Mali, il “piccolo blu”, e piantato ulivi fin da quando Venezia, che dominò l’isola dal 1420 al 1797, pretese che nessun giovane dell’isola potesse sposarsi prima di averne interrato un centinaio (Tarca, che con i suoi 40 ettari nei pressi dell’eremo di Blaca, tra Bol e Milnà, è l’uliveto più grande delle coste croate, è recentemente stato riportato in vita). Persino la spiaggia di ghiaia simbolo di questa isola, Zlatni Rat, il Corno d’Oro, giusto ai piedi di Vidova Gora, deve la sua forma mutevole all’opera umana, e cioè a quando, all’inizio del XX secolo, a Bol fu costruito l’edificio della prima cooperativa vinicola dalmata e parte della pietra usata per le fondamenta venne gettata in mare, quindi spinta dai venti meridionali verso quella spiaggia, che si allungò e prese così a modificarsi a seconda delle correnti e delle maree.

Ma se si desidera sapere qualcosa dei tanti Ercole che composero l’architettura apparentemente semplice dell’isola, è meglio recarsi al Museo di Brač, ospitato nel vecchio palazzo Radojković a Škrip, e dedicarsi all’osservazione dei bassorilievi che ritraggono quelli che erano spesso schiavi o prigionieri di guerra, estrarre la famosa pietra bianca dalle cave diPlate, Oklade, Zastražišće o Rasohe. Quest’ultima ne conserva forse il più antico: un Ercole scolpito nella pietra da uno degli intagliatori di Diocleziano che da questa cava prese la pietra che servì a realizzare il suo palazzo spalatino. La città di Spalato è, in effetti, a sette miglia dalla costa settentrionale. Troppo vicino per non trasformare quest’isola in luogo di villeggiatura ideale, in un buen ritiro per la nobiltà e artisti raffinati della vicina Split. Così le architetture di Brač sono costellate da dotte citazioni, da richiami a frequentazioni aristocratiche. E se nelle cave venivano istruite intere generazioni di scalpellini, sotto la guida di Giorgio da Sebenico, Niccolò di Giovanni Fiorentino e Andrija Aleši, le ville e i castelli vedevano crescere e soggiornare poeti, scultori, scrittori.

A Pučišća, un fiordo verde nella costa nord orlato da case in pietra raggruppate intorno al palazzo rinascimentale fortificato della famiglia Žuvetić, il lungomare un tempo era riservato solo ai nobili e agli artisti. Qui nel 1516 fu aperta la prima scuola privata, nel 1868 fu la volta della prima sala di lettura, poi, nel 1956, di quella che viene definita la scuola dei “sarti della pietra”, ancora oggi frequentata da centinaia di studenti di tutta Europa. «Brač sembra il posto ideale per l’arte» dice Ivica Karnincic, collezionista, mecenate e organizzatore di workshop a cui ha sempre partecipato Igor Zidić, direttore della Galleria Moderna di Zagabria e più volte curatore degli artisti croati al Biennale di Venezia. «È un’isola facilmente raggiungibile, ma pur sempre un’isola. E, per fortuna, ancora poco costruita. Nelle mie residenze artistiche sono passati più di centoquaranta tra pittori, scultori, videomaker, e tutti hanno amato e tratto ispirazione da queste atmosfere». Ivan Rendić, il primo scultore moderno croato, citato a ripetizione come un eroe, è nato qui. Sono suoi alcuni monumenti funerari nel cimitero di Supetar, uno dei maggiori centri di Brač, dove l’artista passò parte della sua vita. Sue, le statue sull’altare maggiore della Chiesa di Nostra Signora dell’Annunciazione di Milnà (detta anche Anglišćina dal nome del castello in cui, secondo la storia popolare, sarebbe cresciuto un lord inglese), la cittadina i cui cantieri di Pantera Vlaša diedero i natali a una particolare barca a vela chiamata “brazzera” che per molto tempo fu la più diffusa nell’alto Adriatico. E suo, il progetto del campanile nel villaggio di Ložišća, a ovest dell’isola: una manciata di case e alcune centinaia di abitanti arrampicati sulle colline carsiche e che hanno avuto per dote un’architettura forse sproporzionata, eppure ormai una delle poche ragioni per arrivare fin qui.

Molti dei lavori di Rendić erano finanziati (anche con bottiglie di vino che venivano dalla corte di Vienna) da una delle famiglie storiche dell’isola, quella di Vladimir Nazor, scrittore e poeta croato diventato famoso proprio per le descrizioni bucoliche di villaggi rurali come il vicino Bobovišća; oggi un’infilata silenziosa di case, finestre spesso sprangate e cipressi, fino al piccolo porto naturale davanti al quale la statua del poeta è seduto nell’atto di scrivere. Il turismo di massa qui è merce rara. Il mare sembra un lago e i gatti ti fanno compagnia. Per avvertire ancora la vita aristocratica importata da Spalato bisogna andare a Sutivan. Come un centinaio di anni fa, le dimore patrizie si affacciano sul piccolo porto naturale sovrastate dal campanile barocco. Le barche a vela ora si fanno più grandi e le spiagge nelle baie di Stiniva, Livka, Stipanska o Vicia Luka, più affollate. D’altra parte qui, ogni estate, si organizza il Vanka Regule, il festival degli sport estremi: dal parapendio al kitesurf, dal kayaking al climbing, che poi sono tra le attività apparentemente più gradite dal turismo. La fortuna di Sutivan si deve tuttavia a un dignitario di Diocleziano che, mentre l’Imperatore si costruiva il suo palazzo a Spalato, iniziò i lavori per il suo, proprio dove ora si trovano le belle e antiche residenze estive, tra cui la villa barocca di Girolamo Kavanjin. Quella del villaggio di Nerežišća, immerso in una valle incontaminata, e una volta capoluogo dell’isola, è dovuta invece all’originale connubio tra le case dei contadini che si trovano ai bordi del centro abitato, piccole costruzioni con cortili murati dove custodivano pecore e muli, quando non grotte adattate per essere abitate, le (anche) troppe chiese, e i palazzi signorili in cui una volta risiedevano i podestà e i governatori veneziani. Alcune portano ancora scritti nei balconi, nelle corti e nei giardini, i fasti del periodo barocco: le case Garafulić, Bohan, Avancanić , Defilippis, Harašić sono le più belle e si trovano lungo la strada che va dalla chiesa di Santa Margherita a quella di Nostra Signora del Carmelo orgogliosa custode di una pala d’altare del pittore veneziano Carlo Ridolfi.

Sono i tesori nascosti dell’isola di Brač, piccola nelle dimensioni ma grande nelle ambizioni, e che è capace di regalare contributi d’arte inaspettati per un eden croato spacciato più per le trasparenze verdi e turchesi (e un po’ fredde) delle sue acque, per le sue calette incastonate nella pietra, e per i tour enogastronomici tra olio, formaggi e vino. Poi a Pučišća, nella chiesa parrocchiale di San Girolamo, sull’altare di Sant’Antonio, ecco un dipinto di Palma il Giovane, l’allievo di Tiziano le cui pale ebbero enorme fortuna anche in Dalmazia. E, nella chiesa di Nostra Signora dell’Annunciazione di Milna, un altro maestro del tardo barocco veneziano, Gaspare Diziani. Fino a Bol, nel monastero domenicano, con una Madonna con Bambino e Santi del Tintoretto. Lontano dal mare, stavano anche gli eremiti, monaci e monache spesso fuggiti dalla minaccia turca e che hanno lasciato forse tra le tracce storiche più affascinanti dell’isola. La zona di Murvica, a est di Bol, ricca di grotte di calcare, gole profonde e fitta vegetazione, era ideale per questo tipo di rifugio. Sorsero così monasteri e conventi nelle vicinanze delle grotte di Stipančić e di Drakonja, la famosa Grotta del Drago: lunga una ventina di metri e divisa in quattro navate-corridoi conserva, nel cuore di Vidova Gora, rilievi della Madonna, degli angeli e di un drago spaventoso memoria degli antichi culti pagani. Si arriva fin qui preferibilmente accompagnati e dopo una camminata di quattro ore, così molti preferiscono andare direttamente all’eremo più famoso, e più accessibile, di Blaca, oggi anche museo. Addossato sulla roccia, con una facciata che quasi scompare in essa, comprende una chiesa, una ricca biblioteca di 10 mila testi di astronomia, fisica, geodesia e letteratura classica, mappe e spartiti, camere con arredi originali, pianoforte a coda compreso, e un osservatorio astronomico tra i più importanti della Croazia. Lo volle l’ultimo sacerdote residente qui, Niko Milićević, morto nel 1963, e anche ultimo testimone di una ricchezza culturale che andava dall’invenzione di nuovi metodi di apicultura allo studio degli astri, all’apertura di una scuola per i bambini dei villaggi vicini. Di tutto questo raccontano i discendenti della famiglia Vranjičić di Nerežišća, i fratelli Luka e Zoran, da sempre guardiani di questo luogo sospeso tra silenzio e mare, e di cui ora, sono anche un po’ padroni.

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