Donne
Leave a comment

Il bullismo femminile che nessuno vede

La cronaca li racconta raramente, anche se sempre più spesso (oggi questo) . Sono gli episodi che riguardano ragazze che minacciano, picchiano, seviziano altre ragazze. Compagne di scuola, per lo più. Che la scuola è il primo e il più grande palcoscenico dove mettere in scena se stesse. Nel panorama del bullismo femminile, fenomeno ignorato dalle ricerche e di cui non si hanno dati, la forma che prende di mira chi tradisce alcuni canoni estetici, è forse quella che maggiormente fa riflettere sul significato che assume il concetto di bellezza oggi. Perché può capitare che la bellezza, l’aspetto esteriore, diventi un modo per definire la soglia di esclusione o inclusione di una ragazza in un gruppo. E indicare, per conseguenza, anche la vittima predestinata.

La reginetta del reame

«La persecuzione della ragazzina “bruttina”, che veste male e non segue le mode, che non si trucca e magari è studiosa, in nome di un modello di femminilità piuttosto stereotipato, è una delle espressioni del bullismo intra genere» spiega Giuseppe Burgio, professore di pedagogia all’Università Kore di Enna, giudice onorario al Tribunale dei Minori di Palermo e curatore di Comprendere il bullismo femminile(FrancoAngeli), il primo saggio che analizza il fenomeno. «Va detto che, in questi casi, l’85 per cento del pubblico è formato da maschi: siamo cioè di fronte a una sorta di guerra tra pari per conquistare non solo l’ammirazione delle compagne, ma anche la popolarità e l’approvazione dei compagni. Il paradosso è che quel tipo di bulla sta interiorizzando un modello di femminilità non suo, ma imposto dallo sguardo maschile. Un modello in cui lei stessa, per cultura ed educazione, è ingabbiata». Anche il bullismo femminile infatti, è solo un circolo vizioso e viziato. Bulla e vittima condividono la stessa deformata gerarchia di valori e sono la faccia della stessa medaglia. Non è un caso infatti che le bulle scoperte a offendere e umiliare la “bruttina” in chat, a ferirne il viso, tirare o bruciare i capelli, in una escalation di violenza sempre più rapida, non si riconoscano come tali, bensì come brave ragazze che insegnano a chi non rispetta la regola estetica come essere più femminile. «Il bullismo è sempre normalizzante» continua Burgio, «Si picchia chi è diverso e non risponde ai canoni del gruppo dominante per renderlo “normale” e realizzare intorno a sé una realtà più omogenea. La bulla stessa soffre l’ansia di occupare il posto giusto nel mondo e la sua violenza in un certo senso la rassicura del suo essere, in questo caso, “brava e bella”».

Una gara senza limiti

In palio c’è il successo da conquistarsi sul palcoscenico della socialità, lo stesso palcoscenico, virtuale e reale insieme, che sentenzia chi è “in” e chi è “out”. «La paura più grande dei nostri tempi è quella di rimanere invisibili, privi di fascino, bellezza o potere» dice Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra esperto di adolescenza da pochi giorni in libreria con L’insostenibile bisogno di ammirazione(Laterza), «Questa competizione riguarda tutti, ragazzi e ragazze, anche se sono quest’ultime che nel tempo sembrano aver conquistato maggior terreno sul piano dell’espressione di sé. I maschi in certi casi finiscono con l’essere spettatori di una messa in scena di un concorso di bellezza e il rischio che in questa gara qualcuna possa trasformarsi in una bulla, esiste. D’altra parte, oggi non c’è più il castigo, il senso di colpa, e non ci sono più limiti chiari e condivisi: fin dove ci si può spingere per diventare famosi? Tutto, anche il reato più grave, può essere discutibile quando la motivazione delle nostre azioni risponde alla paura della vergogna e al bisogno di riconoscimento».

Quell’ansia di esclusione che coinvolge tutti

I genitori, gli adulti in genere, d’altra parte sembrano non capire il tipo di paura che può innescare il timore di non essere ammirata o popolare. Di essere brutta. «Dovremmo accompagnare le ragazze a crescere in modo autonomo e svincolarsi dagli stereotipi dominanti. Se pensassero di avere valore per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere per gli altri, non rischierebbero di cadere nell’ansia di esclusione, tantomeno nell’ansia di imporre se stesse denigrando le altre» conclude Burgio. Come dire che sul banco degli imputati non ci stanno tanto le bulle quanto i modelli mediatici di donne di successo stronze stile Il Diavolo veste Prada, le pressioni per essere magra, docile, collaborativa, votata alla parola e non all’azione, alla comprensione e non alla rabbia. Se i dati sono pochi, la letteratura sul bullismo ha messo in luce il ruolo dei media, sempre più violenti e pornografici, sulla desensibilizzazione emozionale alla base dell’incapacità di mettersi nei panni dell’altro.

Il bullismo femminile, bullismo invisibile

Tanto più che nel pensiero comune il bullismo femminile è solo una questione di maldicenze, macchinazioni sociali, pressioni psicologiche. Come spiegano invece Giulia Rodeschini e Giulia Selmi, tra le autrici del libro Comprendere il bullismo femminile(F.A.): «Sono le stesse insegnanti a riportare episodi di violenza fisica, salvo poi spiegarli come un fenomeno di maschilizzazione». L’incapacità di riconoscere al “gentil sesso” l’esercizio di rabbia e violenza è una delle ragioni della scarsa rilevazione del bullismo tra ragazze. Eppure, continuano le sociologhe: «Gli atti violenti con cui alcune bulle sfidano le visioni classiche del femminile possono essere anche un modo per costruirsi una propria identità e liberarsi dagli stereotipi». La vittima, in questi casi, è la “ragazza docile e carina”: peccato che, così facendo, si riproduca lo stesso conflitto tra “brave” e “cattive” ragazze, “belle” e “brutte”, voluto da una cultura sessista. La stessa cultura che, a ben vedere, ci ha bullizzato tutte.

Già pubblicato su Gioia! N. 12 del 2018.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.