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La chiamavano #buonascuola

Francesco Avvisati è un analista dell’Ocse, l’istituto che monitora lo stato di salute dell’istruzione a livello internazionale. Con lui ho parlato di #buonascuola, di Invalsi e di come dovrebbe essere una scuola davvero utile al futuro dei nostri ragazzi.

Innanzi tutto, il tema dei voti come valutazione, con la rincorsa, tutta italiana, del 10 fin dalla prima elementare. Ma il voto è davvero funzionale alla formazione degli studenti? Ed è soprattutto un indice valutativo ancora valido?

I voti sono senz’altro strumenti importanti per dare un feedback all’alunno. Quello che caratterizza il sistema italiano però sono i tanti livelli di voto, sia nella sufficienza che nella insufficienza. Nella maggior parte dei Paesi l’insufficienza è una sola. Dare 2, 3 o 4 non fa di fatto alcuna differenza a livello di informazione e rischia solo di essere causa di demotivazione e scoraggiamento. L’Italia, come la Francia, ha ancora un sistema tradizionale, che segue lo schema di una scuola elitista destinata a selezionare più che a formare, e alla fine, tutto questo si rivela troppo punitivo.

Come valutare allora le competenze acquisite di un ragazzo o di una ragazza? Come questi ultimi possono scegliere il loro futuro in base alle loro capacità?

Innanzi tutto bisogna dire che in altri Paesi il voto massimo è molto più usato: in genere si è visto che viene dato al 5 per cento della classe. Se in Italia si fa un libro perché uno prende tutti 10, bene, in altri Paesi questo è un evento molto più comune. E questo perché si valuta solo se si è risposto bene alle richieste della scuola, e perché il voto, al contrario di quello che succede in Italia, non è un ritorno sulla persona. Questo è un problema della scuola italiana che poi risente un legame tenue con il mondo del lavoro o l’università. Certo, molte scuole aiutano lo studente nell’attività di orientamento, spesso però questo vale solo per quelli più bravi, per la selezione dell’élite intellettuale, non so quanto il sistema italiano sia capace di incoraggiare un grande numero di ragazzi e ragazze verso un impegno serio e un maturo orientamento al lavoro. Il voto di fatto, non dice nulla sulla capacità di rispondere al mercato del lavoro, su come le abilità acquisite possano davvero essere sfruttate nel futuro che si va a scegliere per se stessi. Questo è il pericolo di considerare il voto fine se stesso…

Spesso si valuta attraverso i test. Come essere certi che gli studenti e le studentesse imparino davvero e non acquisiscano solo le abilità per superarli?

Nel caso di test come Invalsi, si tratta di prove standardizzate che verificano un bagaglio minimo da acquisire. Ma anche all’Ocse di Pisa il grosso investimento lo si sta facendo proprio per migliorare queste prove e legarle a un’indagine sulle vere capacità degli studenti. Per esempio, l’utilizzo delle tecnologie permette di calare gli studenti in situazione quasi reali, come in un laboratorio virtuale di scienze, e svolgere esercizi molto più autentici. Cosa che renderà più difficile passare il test per tecnicismi…

Come è, o come dovrebbe essere, la scuola che fornisce gli strumenti migliori per capire il mondo di oggi?

Esistono vari studi sull’efficacia del buon insegnamento e non è una questione di strumenti didattici, digitali o meno. Quelli che in genere vengono riconosciuti come pilastri del buon insegnamento, anche in base a video ricerche dei TIMSS Video Study di Eckhard Klieme, sono i seguenti:

  1. assicurare un ordine nella gestione della classe, con una routine ben strutturata che indichi bene le sequenze della lezione; anche lavoro in gruppo è presente, ma tutto deve essere ben orchestrato dall’insegnante e non spontaneo, per garantire ordine e silenzio.
  2. garantire l’orientamento allo studente, ovvero personalizzare le attività, assegnare a ciascuno progetti stimolanti che richiedano un investimento reale.
  3. lavorare sull’attivazione cognitiva assegnando agli studenti contenuti impegnativi, compiti che richiedano di andare al di là delle proprie competenze: uno dei modi per farlo più comuni è per esempio l’attività di gruppo con team di abilità variabile e diversi ruoli.

In tutti e tre i casi, è importante che gli studenti sappiano quando stanno facendo bene, quali sono le loro forze o loro debolezze in modo continuo, con un percorso di autovalutazione e di informazione trasparente sugli obiettivi formativi che la classe si è prefissata. Per quanto riguarda il digitale, è bene ricordare che si tratta “solo” di uno strumento, che spesso consente però proprio di andare nella via della personalizzazione dell’insegnamento: il punto chiave resta però la preparazione e la formazione degli insegnanti.

Non c’è buona scuola quindi, senza una buona formazione degli insegnanti…

Quello che bisogna fare è anche un repertorio di buone pratiche e usarle in questa formazione. L’Ocse per esempio sta lanciando uno studio di video osservazioni comparative sulle diverse modalità di insegnamenti nei vari Paesi, ma esistono anche istituti di formazioni di insegnanti, come l’UCL, l’Institute of Education di Londra, o la piattaforma Néo, dell’Institut Français de l’Education di Lione che sono dei buoni esempi di videoformazione per chi insegna.

E per gli studenti?

Sembrerà banale, ma il tempo che si passa su una disciplina, è uno degli indicatori maggiori per sapere se possiamo dire di averla acquisita. C’è anche chi ha calcolato il tempo minimo di esercitazione per considerarsi esperti: 10 mila ore… Questo vuol dire che alla base di tutto c’è l’impegno, dato e richiesto. Non è un caso che, confrontando le capacità dei ragazzi e ragazze di 15 anni in tutto il mondo, le risposte migliori si hanno dagli studenti che studiano in sistemi asiatici, come Singapore o Corea: la principale differenza è legata proprio a come si concepisce il successo, ovvero non al talento innato ma alla capacità di impegnarsi.

Sport, musica, volontariato, cosa serve al nostro cervello oltre allo studio e per apprendere e per sviluppare le proprie abilità e vocazioni? 

Studiare musica, fare teatro, sport o qualsiasi attività extrascolastica, comporta benefici che sono di per sé un valore. Per la verità non ci sono studi scientifici rigorosi sul tema, anche se c’è un libro dell’OCSE che riassume le prove sui benefici dell’educazione artistica e musicale (Winner, E., T. Goldstein and S. Vincent-Lancrin (2013), Art for Art’s Sake?: The Impact of Arts Education, Educational Research and Innovation, OECD Publishing, Paris). In genere si crede ci sia una correlazione tra lo studio di musica e matematica, ma non è provato. Quello che invece è assodato è che la regolarità dell’esercizio e la disciplina che lo studio di uno strumento musicale comportano, hanno un diretto beneficio sugli studi. In pratica, si impara ad imparare, e si impara cosa significa progredire, con l’esercizio e l’applicazione, verso qualcosa di bello e di utile. Questo esercizio amplifica anche la maturità sociale ed emotiva, la consapevolezza di sé. Si tratta quindi di innescare un’esperienza positiva dell’apprendimento che potrebbe cambiare anche chi va male a scuola poiché la motivazione allo studio può arrivare anche da altre attività, come dimostrava il film documentario della Berliner Philharmoniker ‪Rhythm Is It! . Certo, tutto questo, va esplicitato con lo studente che deve essere sempre consapevole di quello che succede nella sua mente…

Nella foto, una classe disegnata da Grant and Mary Featherston per  The ‘Inside-Out’ Project

1 Comment

  1. Articolo molto interessante. Concordo pienamente sul fatto che l’Italia e la Francia hanno ancora un sistema tradizionale “che segue lo schema di una scuola elitista destinata a selezionare più che a formare”. Infatti anche in Francia stanno tentando di riformare il sistema.
    Mi è piaciuto molto l’aspetto che lega lo studio di uno strumento musicale con i benefici che si possono ricavare anche nello studio. L’impegno costante che dà esiti positivi. L’importanza di non mollare perché alla fine sarà raggiunto un obiettivo importante e fondamentale per il proprio futuro. Troppo spesso, purtroppo, la scuola italiana non dà questo incoraggiamento o stimolo, anzi.

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