Controbalzo, educazione
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Cosa c’entra il calcio dell’Ajax con Maria Montessori

Giusto un anno fa ero a una conferenza sul Metodo Montessori con persone che venivano da tutta Europa. Uno dei panel era tenuto da Ruben Jongkind, ovvero l’ex responsabile del Talent Development dell’Academy all’AFC Ajax di Amsterdam e coautore del Plan Cruyff. Mi è tornato in mente quando l’altra sera l’Ajax si è conquistato i quarti di finale della Champions League eliminando il Real Madrid e in cui molti commentatori, a volte esaltandosi, ritrovano il rivoluzionario calcio totale di Johan Cruyff. L’età media dei giocatori dell’Ajax è di 24 anni, la più giovane della Champions League, con un capitano, De Ligt, nato nel 1999, e il centrocampista genio Frankie De Jong, classe 1997.

Uno dei pilastri principali del visionario Plan Cruyff era la riforma dell’Accademia giovanile dell’Ajax, che avrebbe dovuto essere basata su un approccio individuale e lo sviluppo del talento, e che fu attuata dal 2011 con Jongkind appunto responsabile dell’attuazione. Jongkind ha parecchie lauree, pratica la meditazione, e non nasconde un vivo interesse per la visione di Maria Montessori sull’educazione. «Il tennis, il calcio e cose simili non hanno per il loro unico scopo il movimento preciso di una palla, ma ci sfidano ad acquisire una nuova abilità – qualcosa che manca prima – e questa sensazione di migliorare le nostre abilità è la vera fonte di gioia nel gioco”, scriveva Maria Montessori ne La mente del bambino, Mente Assorbente. E lui: «Nell’ultimo decennio ho osservato le più grandi accademie di calcio e molti club ricreativi studiandone i dati empirici. Ho concluso che questo mondo del calcio non riguarda il bambino, ma riguarda l’allenatore, il risultato, il genitore o il club. Fortunatamente c’è un ambiente che lo rimette al centro del gioco, e questo è l’ambiente Montessori».

Così nel 2006 Jongkind fonda Aprendo (imparo)  per insegnare calcio con il Metodo Montessori in tutto il mondo. Si tratta di un diverso modo di concepire il calcio e di un diverso modo di concepire il mondo e la relazione tra le persone. Lui l’ha spiegato mostrandoci il Paradigma del Giocatore e di un calcio attrattivo che nasce dalla combinazione dei principi di gioco, di stile di gioco all’attacco, del rispetto delle abilità individuali. Il giocatore totale deve percepire, riconoscere, capire, decidere; e deve ricevere, dribblare, passare, finire, muovere, duellare; ma deve essere anche padrone del suo comportamento, nel suo stile di vita, mindset, essere capace a gestire lo stress, autoregolarsi. Se il calcio, fin da bambini, è concepito non come agonismo ma come catalizzatore del suo sviluppo: psicologico (autodisciplina e capacità di concentrazione), neurologico (visione periferica, funzionalità esecutive), fisico (salute, BMI, sviluppo di agilità e forza), sociale (competenze di comunicazione, empatia, partecipazione alla comunità), e infine cognitivo (lingua, matematica, geografia biologia, igiene personale…), se sarà concepito così, ecco che il calcio assume quella dimensione rivoluzionaria e totale che noi ammiriamo. Fa divertire e diverte. «Noi giochiamo al calcio per il pubblico», ha detto Jongkind. «E accogliamo l’errore, perché anche nel calcio se uno sbaglia, non è un problema».

La scuole di calcio montessoriane sono a Amsterdam, Pechino, Melbourne, Portland, e presto in Sud America e l’obiettivo non è solo quello di sfornare campioni ma di sfruttare il calcio per accelerare l’apprendimento. È scientificamente provato che lo sport può migliorare lo sviluppo fisico, psicologico, sociale e accademico dei bambini, portando a adulti più forti, più sani e più produttivi. Paradossalmente, basta concentrarsi sul bambino e ragazzo e non sull’allenatore e sul risultato che tutto diventa più efficace. E pure bello.

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