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cambiamento: sostantivo femminile

Copio e incollo una dichiarazione dell’Avvocatessa e Onorevole Giulia Bongiorno rilasciata in un’intervista al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Resto convinta che l’unico modo per riconciliare i cittadini con la politica sia cambiare. Cambiare radicalmente. E in quest’ottica di rinnovamento credo che le donne saprebbero riconquistare la fiducia delle gente comune. Purtroppo rimangono confinate ai margini delle istituzioni. Da sempre sono costrette a lottare più degli uomini per affermarsi: tutto questo è ingiusto, faticoso, sbagliato, ma ha avuto il pregio di affinare le loro capacità». Copio e incollo perché l’ottimismo certe volte mi commuove. E perché, al contrario di Giulia Bongiorno, credo che la strada da fare sia, purtroppo, ancora molta. In tutti questi anni abbiamo affinato le capacità per avvicinarci ai ruoli di responsabilità, ma non ne abbiamo difatto scardinato i modelli, tutti maschili, di riferimento. Arrivate alla vetta come cani sciolti, non abbiamo costruito un linguaggio, un sistema, un modello di genere che ci renda visibili come donne. Certo, ora siamo come Ipazia nel tempio. Sappiamo che non c’è nulla da fare perché, per quanto ci siamo piegate a quanto chiestoci dalla società e da noi stesse, Cirillo ha già vinto. E sappiamo anche di non avere più scelta perché siamo state sconfitte su tutti i fronti, lavoro, famiglia, maternità, e persino le leggi, giudicate da un’assemblea prevalentemente di uomini, e sventolate come conquiste sono solo l’ennesimo specchietto delle allodole (leggi quote rosa). Ci siamo dette: Se non ora, quando? Ed eravamo in tante. Ma la vera sfida è saper portare avanti un progetto politico. Un progetto politico orgogliosamente di genere. Non a caso ieri ho scritto un post sul linguaggio. Perché il maschile è ovunque, nelle stesse parole che usiamo tutti i giorni, nei nostri giorni. Così dovremmo impegnarci anche a tracciare una sorta di nuovo vocabolario paritario in cui non si parli di più maternità, ma di genitorialità condivisa, nei diritti e nei doveri; non di asili per le donne, ma di strutture per nuovi progetti di famiglia… Ecco, mi piacerebbe farlo insieme questo nuovo vocabolario (inviatemi idee!). E ammettere che cercare di fare una politica di genere non significa fare una politica per sole donne. Una politica a metà. Significa, se mai, fare una politica per tutti, ma da un altro punto di vista, il nostro (perché no?). Quel punto di vista che, come diceva Giulia Bongiorno, potrebbe riconquistare la fiducia della gente comune. Eppure sembra che ci tratteniamo. Sono passati più di due mesi dal 13 febbraio e il silenzio spaventa. Qualcuno si chiede, come il blog La 27 Ora de Il Corriere della Sera, dove sia finito il Movimento Se non ora, quando? Domanda legittima, anche se, visitando il blog e la pagina Facebook del Censimento dei comitati nati in Italia e all’estero a seguito dell’appello del 30 gennaio, qualche accenno di vitalità c’è (e forse più di un accenno). Non è facile certo fare proposte concrete e organizzarsi. La politica costa tempo e denaro, cosa di cui appunto, dispongono molto spesso più gli uomini che le donne. Ma con molta fatica, e con molto entusiamo, l’Associazione DiNuovo Milano sta organizzado un evento per il 4 maggio alla Casa della Cultura a Milano (via Borgogna 3, ore 21). Sono invitate le candidate delle liste che sostengono il candidato Giuliano Pisapia, il solo che abbia messo nel suo programma elettorale la promessa di una rappresentanza paritaria (il famoso 50&50) nel governo della città. E sono invitate le elettrici, le donne e cittadine di questa città. Perché oggi, come diceva Giulia Bongiorno, il cambiamento della politica può cominciare con il voto alle donne. Sarebbe un bel segnale. Anche per far capire ai più scettici che il 13 febbraio non eravamo scese in piazza a prenderci un tè.

3 Comments

  1. Carissima, quanto scrivi è tristemente vero. Ed ancora più vero è il fatto che, nonostante ci sia la buona volontà, è ancora difficile affrancarsi da un maschilismo latente e quotidiano. E che le cose devono cambiare, anche in politica. Da sempre avrei voluto fare politica, e finalmente ho iniziato… un piccolo partito di sinistra, che spero diventi presto grande, e che dà tantissimo spazio alle donne, le ascolta e, soprattutto, non gliene frega niente se sono gnocche o meno! Ho deciso che le cose devono cambiare, anche partendo da me stessa…e alle prossime amministrative voglio gridare “Ipazia è viva!”

  2. Manuela Mimosa Ravasio says

    Grazie Francesca per il link che hai segnalato, efficace… aggiungerei che nel nostro Paese la deriva è peggiore, visto che c'è una certa tendeza alla MARITOCRAZIA, ovvero a essere piazzate nei posto in virtù del fatto che se la moglie di qualcuno… Non a caso, per esempio, l'attuale sindachessa milanese porta il nome di suo marito e non il suo.. e persino la Santanché.. che porta ancora il nome del suo primo marito.. che dire. Ancora una volta la sintassi maschile ha la meglio. Ma, e questo è rivolto a Wonder Austin, agire è l'unica via. Nella parola e nei fatti.. Buona Pasqua a tutte.

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