Controbalzo
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Campioni di sport. E chiacchiere

Ora che è passata la buriana. Che non solo sono state fatte le scuse, ma – cosa rara in questo Paese – il responsabile ha pagato tutto lo sbaglio che ha fatto (è stato licenziato). Ora che persino la categoria degli editori appare più dura e pura dell’Ordine dei Giornalisti, qualcosa la vorrei dire. Qualcosa che parli di sport intendo, non di ciccia o lato B. Ebbene, se c’è una cosa che insegna lo sport, è che le conquiste, le vittorie, si misurano sul campo. È una cosa che mi ha detto una volta una famosa tennista che, parlando della parità tra i sessi in quello sport, ha sottolineato che prima di tutto, le cose sono state conquistate sul campo. Sembra una cosa banale, ma non è così.

Misurarsi sul campo, significa innanzi tutto starci nello sport. Se non come atlete, almeno come donne che si interessano di sport, che sono consapevoli di quanto sia importante la cultura sportiva nella formazione di una persona. Starci nello sport significa assicurarsi che le nostre figlie, oltre al corso di inglese, facciano almeno uno sport di squadra, magari anche a livello agonistico, e che non abbiano paura di faticare, sudare, scontrarsi.

Starci nello sport significa tifare. Non so quante tre le donne indignate di ieri avevano davvero seguito la gara delle ragazze dell’arco. Perché, se l’avessero fatto, avrebbero anche capito che quel “cicciottelle”, oltre a essere un insulto sessista che nascondeva il valore sportivo (l’unico per cui si stava gareggiando), era ancor più fuori luogo perché estraneo all’atmosfera con cui cronisti, ex atleti e commentatori seri (quelli che contano alla fine) circondavano le nostre ragazze.

Starci nello sport significa parlarne davvero e smettere di farlo solo per fare le vittime. E anche questo lo insegna il “campo”. Stanotte Sara Errani ha vinto, era sul campo 7 e non c’erano telecamere, ma Sarita ha vinto. Ieri se ne sono andate due della scherma, ma ce c’è ancora un’altra e lotteremo fino alla fine. Stasera dovremmo stare tutte con la Ferrari e la Ferlito, stanotte con Pellegrini. E, sempre per la cronaca, tutte, esattamente come i loro colleghi maschi, non sono atlete professioniste. Perché non sono solo le donne a essere escluse dai benefici (dovuti) del professionisti, ma tutti gli atleti e atlete che non fanno parte di 4/5 federazioni su una sessantina abbondante (calcio, basket, golf, ciclismo, pugilato.. a memoria).. e di sicuro non chi fa nuoto, tennis o pallavolo… ( a proposito anche le ragazze della pallavolo ieri hanno perso contro la Cina, ma Paoletta Enogu è stata una forza della natura…).

Stare nello sport significa sapere che, nonostante i falchi e le moviole, persino le espulsioni, a volte c’è sempre il cretino di turno, quello che si dopa, tira un calcione o semplicemente frega. E ci riesce. Capisco che da noi le sceneggiate sembrano la risposta più naturale, ma vi assicuro che di solito si abbozza, si diventa ancora più brave e poi ci si rifà la prossima volta. Si chiama sport. Questo non è certo un invito a tacere, ma se mai a smettere di praticare l’unico vero sport italiano più diffuso, quello della lamentazione, e a rispondere se mai sul campo.

I fatti antecedenti. Il 7 agosto Claudia Mandia, Lucilla Boari e Guendalina Sartori (nella foto sopra) sfiorano l’impresa olimpica e non accedono alla finale contro la Corea per una freccia finita assurdamente fuori. Ma è già impresa così perché le ragazze dell’arco. alla loro prima olimpiade, non avevano mai ottenuto un risultato simile. Il giorno dopo il Quotidiano Sportivo del gruppo di Quotidiano Nazionale che edita Resto del Carlino e Nazione titola “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico”. (Giusta) indignazione sul web, lettera del presidente della Fitarco, scuse del direttore Giuseppe Tassi, licenziamento in tronco dello stesso direttore da parte dell’editore.

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