Donne
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Carriera. Basta la parola

Chissà se, nello scandire le tappe della carriera di un uomo, si userebbero tante espressioni. Quelle, per esempio, che dettagliano la corsa a ostacoli che una donna deve compiere per veder realizzare le proprie ambizioni. Fino a qualche anno fa, era di moda giustificare la difficoltà di raggiungere il vertice con glass ceiling, il soffitto di cristallo, poi, dopo averlo infranto a forza di quote rosa e nomine altisonanti, ecco che l’impedimento si è trasformato in glass cliff, la scogliera di cristallo (copyright delle psicologhe di Exeter Michelle Ryan e Alexander Haslam). In altre parole: sei arrivata nella stanza dei bottoni, ma guarda caso tutto ciò è avvenuto in un contesto di crisi economica senza precedenti e, quella su cui ti siedi, non è la poltrona del potere, ma, a osservarla da vicino, una vera patata bollente. E, per inciso, tu non sei il capo, bensì il capro espiatorio, visto che le probabilità di successo e di riportare il fatturato a cifre mirabolanti sono verosimili tanto quanto l’allargamento dei ghiacciai.

Continuando con il rosario di anatemi, ecco la leaky pipeline, il tubo che perde, o meglio che lascia dentro il labirinto delle incombenze di casa e famiglia, le intelligenze femminili. Un esempio concreto? «Alla facoltà di Medicina dell’università di Pisa, sul 62 per cento di laureate con i migliori voti, solo il sei diventa professore ordinario», dice Rita Biancheri, docente al dipartimento di Scienze Politiche, nonché coordinatrice del progetto europeo Trigger che cerca di mettere un freno alla dispersione di capitale umano nella carriere scientifiche. A settembre, il secondo workshop “Donne e scienza: oltre il leaky pipeline, come promuovere la presenza delle donne nell’accademia”. Numero delle partecipanti? Venti. Tirate voi le opportune somme. E per finire, lo sticky floor, il pavimento appiccicoso, tra donne che rimangono impantanate per salari troppo bassi e altre che metterebbero in atto una sorta di auto sabotaggio.

Perché, come se non bastassero le trappole disseminate qua e là, sempre più professionisti del gender gap invitano a puntare il dito contro noi stesse. «Non si può parlare di auto sabotaggio senza tenere conto che la prima gabbia la costruisce la cultura» dice AnnaMaria Passaggio, life e career coach, e consulente alla Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano in percorsi di empowerment e orientamento al lavoro. «Anche far fatica a mettere in giusta luce i propri meriti o non riuscire a negoziare con efficacia gli obiettivi di carriera, è la conseguenza di un’educazione che fin da bambine premia l’attitudine alla rinuncia e alla compiacenza verso il desiderio del prossimo. Detto questo, è vero che sono le donne per prime ad assoggettarsi a schemi e gerarchie maschili, mentre per uscire dal pantano, è necessario imparare a valorizzare la propria differenza. Essere consapevoli della propria identità». Non aver paura quindi di guardare in faccia il perfezionismo esagerato, la scarsa disponibilità a chiedere aiuto, la perenne insoddisfazione verso i risultati; non aver paura di mettere a fuoco i condizionamenti culturali e quel pensiero fisso, alla base della profezia auto-avverante, che ci fa credere di essere perennemente svantaggiate: tutti nemici interni da disinnescare. Anche perché poi, gli strumenti per ottenere quello che vogliamo ci sono.

«La normativa italiana prevede tutele specifiche per la donna sia in caso di discriminazione in materia retributiva, di carriera o mansioni, sia per la conciliazione lavoro-famiglia. Eppure, nonostante siamo oggi più consapevoli dei diritti, capita che, anche quando ci sono tutti i presupposti per intentare una causa, si rinunci per motivi psicologici. Ho conosciuto donne manager in posizioni apicali che, dopo la maternità, si sono viste demansionate e adibite ad altro incarico ma, nonostante l’evidenza della discriminazione, hanno rinunciato persino a scrivere una lettera all’azienda, non solo alla battaglia legale, sostenendo che con un bambino di pochi mesi non se la sentivano…» dice l’avvocato Bernardina Calafiori dello Studio Daverio & Florio, tra i fondatori di Innangard, network internazionale di specialisti di diritto del lavoro.

Forse che, il caldo delle mura domestiche è sempre rassicurante? Dati alla mano, non si direbbe. «Negli ultimi dieci anni, sono le donne, sempre più libere e indipendenti, a chiedere nel 60 per cento dei casi la separazione» dice l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani e da poco in libreria con Vi dichiaro divorziati (Imprimatur), che continua: «E se l’assegno divorzile sta diventando un miraggio, oggi nel quattro per cento dei casi, è la donna a pagare il mantenimento del marito. Succede perché nella nostra cultura il maschio, soprattutto nella fascia tra i 40 e 50 anni, non accetta una compagna che, economicamente e socialmente, è un passo avanti a lui». Eppure, secondo il rapporto Istat Come cambia la vita delle donne 2015, le donne capofamiglia sono sì 8 milioni 200 mila, ma il numero è cresciuto per l’aumento delle famiglie monogenitoriali, mentre il tasso di occupazione medio femminile italiano resta fermo al 46,8 per cento quando in Europa è del 59,5. Come dire, cari uomini, non avete proprio di che preoccuparvi.

schermata-2016-06-09-alle-15-50-44Articolo pubblicato sul numero 23, 18 giugno 2016 di Gioia!

 

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