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casa dolce casa

Che strano. Giusto ieri mi sono sorpesa a leggere il risultato di un dibattito on line tra i lettori dell’Economist: il 60 per cento diceva che il posto delle donne non è il lavoro. Ammesso e non concesso che si possa definire in senso assoluto “un posto per le donne”, oltre all’inquietante alternativa che si profila all’orizzonte del non detto (se il posto ideale non è il lavoro allora è la casa), fa ancora più riflettere quello che ormai è considerato un dato di fatto: non si può avere tutto, lavoro, con relative soddisfazioni professionali, o figli. Questa mattina all’evento organizzato al Teatro Verga da #2eurox10leggi, una delle parole che ho sentito ripetere di più, e gli interventi delle relatrici erano tutti di altissimo contenuto, era stanchezza. Stanchezza politica, che poi è la sfiducia che svuota le piazze e i teatri, stanchezza personale, che poi è la rinuncia a una battaglia per un posto migliore (nel mondo e nella propria professione), stanchezza di relazione, che preclude o rinnega la possibilità di uno scambio più alto, e certo anche più rischioso, di un, se pur piacevole, “cazzeggio”. Il rischio di tutto ciò, diceva Lorella Zanardo, è un ritorno-rifugio nella dimensione del privato. La casa dolce casa, appunto. È un sentimento che abbiamo provato tutte credo, io per prima sicuramente, anche in questo momento. Oggi, l’amica Caterina della Torre di Dol’s magazine mi ha segnalato un bell’articolo di Federico Rampini si IODonna. Come lei, anch’io penso che fare marmellate o pane in casa, cosa che per altro faccio, non sia in contraddizione con le mie idee sulle questioni femminili. Sto bene così, al parco con mio figlio come in una riunione di lavoro, anche se, a volte è vero, il primo è un caldo rifugio, il secondo è una battaglia. E combattere, a lungo andare, stanca. Le donne sono forti come rocce finché non crollano a pezzi il giorno dopo, diceva qualcuno. Quel che ci augureremmo, è che in frantumi ci mandassero le fatiche fatte per raggiungere un obiettivo e non per scansare sgambetti e prevaricazioni di una guerra tra povere (di spirito e di talento) di cui in palio per altro è rimasto ben poco. Certo che se è questo quello che c’è fuori di casa, di uscire non viene voglia. Se è questo il Grande Freddo che c’è al di là delle nostre soglie, non ne vale la pena. Sarà perché si avvicina il Natale, ma capisco perfettamente chi rivendica il diritto di “sentirsi a casa”.

5 Comments

  1. Io credo che non ci sia proprio scelta e che in qualche modo persone come noi si ritrovino a combattere forse fin dalla nascita. Certo ci stanchiamo, la voglia di rifugio è tanta ma alla fine c'è sempre qualcosa che ci fa tornare in battaglia.

  2. A volte crollo anch'io.Tipo stasera dopo una lunga giornata di lavoro.
    Ma la voglia di lottare è impressa nel DNA.
    E ti puoi fare violenza ma alla fine riemerge sempre la voglia di fare e di combattere per un posto migliore in cui vivere.

  3. Anonymous says

    ‎”Invincibili sono quelli che non si lasciano abbattere, scoraggiare, ricacciare indietro da nessuna sconfitta, e dopo ogni batosta sono pronti a risorgere e a battersi di nuovo. Chisciotte che si tira su dai colpi e dalla polvere, pronto alla prossima avventura, è invincibile…”

    Erri De Luca
    Don Chisciotte e gli Invincibili

  4. Manuela Mimosa Ravasio says

    Grazie… davvero allora è come diceva Kraus: spesso il talento è solo un difetto del carattere?.. e quindi ce lo dobbiamo tenere anche quando vorremmo sbarazzarcene?
    @fiorenza.. adoro Erri De Luca, grazie!

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