All posts filed under: Controbalzo

Per colpire di controbalzo bisogna saper anticipare, unire l’intuito alla sensibilità del tocco. La palla ha appena accarezzato terra e sta iniziando la sua salita. E tu sei lì. Lo sanno fare in pochi. Lo capiscono ancora meno. Un numero inferiore a quello delle donne che sanno spiegare il fuorigioco. Vabbè…

Il potere? Questione di allenamento

[Articolo pubblicato su Gioia! numero 38 del 2 0tt0bre 2014] Diceva la maratoneta britannica Paula Jane Radcliffe, campionessa del mondo nel 2005 e primatista mondiale, che il segreto di un vittoria sta nel non porsi limiti, nello spingersi oltre i sogni e nel ridere un sacco. In poche parole, nel piacere della competizione. In ogni campo. Ora, se c’è un posto dove si impara questa attitudine, questo non è un corso di leadership al femminile, ma la palestra. O meglio ancora, il campo da basket, il ring o la pedana da scherma. A dirlo sono molti studi statistici: le ragazze che praticano sport di squadra si laureano e trovano lavoro con più facilità, arrivano prime nelle posizioni di vertice e hanno compensi maggiori. Mica è una gara… si dirà. No, però è bene sapere che quando il Comitato Olimpico Internazionale cominciò a pensare all’Athlete Career Programme per chi, terminata la carriera sportiva, voleva entrare nel mondo del lavoro, scoprì, non senza sorpresa, che le donne atlete davano prova di una marcia in più anche in …

Arrigo. Il calcio che non è nel pallone

A volte un romanzo è più profondo della realtà. Forse non ci dice della cronaca esatta, ma ci trasmette quel vivere emozionale che è spesso il senso delle cose. Questa è l’attitudine (e non uso a caso questo termine) consigliata per chi si apprestasse a leggere Arrigo, la quasi biografia romanzata di Arrigo Sacchi di Jvan Sica* edito da inContropiede. Ho avuto la fortuna di fare una chiacchierata con Sacchi anni fa perché volevo mi parlasse della sua Romagna… ha finito con il parlarmi di sogni, miraggi, ideali di perfezione, stress… forse perché, alla fine, com’è scritto nel libro di Sica, l’inventore del calcio moderno non potrà mai liberarsi di quello che ha costruito. Gli altri sì, alcuni pure con un certo sollievo, ma Sacchi no. E quando sulle pagine dei giornali vedo rimbalzare ancora la notizia di un suo logoramento (qualcuno scrive persino che “di nuovo getta la spugna”), penso che scrivere di calcio in modo diverso sia necessario. E che romanzare onori la storia persino di più che realtà (soprattutto se la realtà è fatta …

Lo sport e le donne

Uno dei miei sogni da adulta è quello di realizzare un sito di sport per donne. Nonostante l’abbia proposto a “gente-che-ci-capisce” la cosa non è mai andata in porto. Poche le donne che praticano sport, che lo tifano, che lo leggono… dicono. Io invece ho sempre pensato che l’ingresso del punto di vista femminile nello sport abbia portato a un felice rinnovamento nel linguaggio (che ce n’è un gran bisogno) e nel modo di raccontare lo sport tutto. Basta pensare al lavoro di Emanuela Audisio o a Simona Ercolani, la giornalista che ha ideato Sfide. Ecco cosa sono capaci di fare le donne quando raccontano lo sport. Lo tolgono dal tifo da stadio, dagli ammiccamenti maschilisti, dalle battute da spogliatoio, e gli restituiscono la sua dimensione epica e sociale, la sua memoria collettiva. Uno sport dove vincere è solo una parte della battaglia, poi ci sono le storie, le fatiche, gli uomini e le donne. Che ci sia bisogno di recuperare questa dimensione è ormai chiaro a tutti e la tristezza  del caso Tavecchio non è che l’ultima conferma. Qualche settimana fa, un’amica mi segnalò …

Wimbledon: l’altra finale

Ho guardato e riguardato l’ultimo set, della finale di Wimbledon una decina di volte solo per fermare questo frame. La faccia impietrita di Roger Federer, statica e quasi bidimensionale, vagamente pre ellenistica. Ha appena sistemato asciugamani e magliette. Si è sistemato il ciuffo bruno con la mano sinistra. Nole è salito a grandi falcate al suo box, abbraccia Boris Becker e il clan e ora ridiscende nel Centre Court: i ragazzi sono tutti in fila, sistemati dietro la rete. Nole ripone dentro la borsa le sue racchette, beve un sorso d’acqua. È quasi tutto pronto per la premiazione. Entrano i fotografi, e lui, Lui, ha ancora quella faccia. La abbassa un poco dopo che le gemelline, in completo a fiori Oscar de la Renta collezione estate 2014, vengono sedute a cavalcioni sul box della famiglia reale (quale del vero Re dell’erba di casa). Poi entra Edward George, Sua Altezza Reale il duca di Kent, si ferma prima a sinistra con un giovane uomo, poi a destra, con una giovane donna e lui, Lui, ha ancora quella faccia. La stessa inclinazione. …

Le distrazioni di Federer

«Federer non ha un coach, ha un demone, lo si avverte dalla sua fatale capacità di uscire da un match e poi rientrarvi in tempo o troppo tardi». Questo si legge nel bellissimo libro di André Scala I silenzi di Federer.  E quando ieri, alla fine del tie break del secondo set che gli consegnava l’accesso alla finale del torneo ATP Halle, Federer non si è accorto nemmeno di aver vinto la partita, lasciando in quell’altrove, in quella preoccupazione cosmica – sempre per citare le parole di Scala – il pubblico, i telecronisti e persino Kei Nishikori, è parso chiaro che quei silenzi, prima rarefatti e metafisici, erano ormai scesi in una dimensione terrena. Che si erano fatti visibili anche a noi umani, che del tennis ormai contiamo solo i punti e il numero dei vincenti o dei forzati (come dimostra l’ostentazione senza possibilità di replica delle suddette statistiche durante tutti i match) e che sappiamo vedere in queste assenze solo semplici distrazioni. In realtà, come tutti i monumenti dello sport, Federer continua a dimostrare che la vittoria, nella gloria, è solo un …

Il talento e il drago

Durante la finale del Roland Garros, più o meno a metà del secondo set, quando l’autismo agonistico di Rafael Nadal stava alzandosi implacabile come il sole ogni mattina, mio figlio mi chiede: «Ma ci si deve allenare tanto per diventare campioni?». Parrebbe una domanda ingenua, ma all’età di 11 anni, quando stai per crescere sotto il segno del talent nella costellazione dello show, mi è sembrata una buona occasione per avventurarmi in un sacrosanto elogio del farsi il mazzo. Sono convinta che l’ideologia dell’immediatezza del talento abbia consegnato  all’insoddisfazione almeno una generazione. E che non si debbano nascondere la fatica, il sacrificio, talvolta le rinunce, che si celano dietro il perseguimento di un sogno o di una passione. Lo so che vedi una demi volée di Roger Federer, che raramente persino suda, e sembra che venga tutto facile. Lo so che Maria Sharapova la fotografano sempre modello sfilata e non mentre si spacca la schiena in palestra, ma la fatica è, in vero, la cosa più nobile che esista. Non so come invece, o se per una sorta di …

Doppio fondo

  [Articolo pubblicato su Sette il 3 febbraio 2014] Sarà perché lo sci da discesa non è mai stato uno sport per tutte le tasche. Sarà per il desiderio di lentezza e ossigeno che ci prende quando arriviamo in alta quota, ma i dati dell’Osservatorio Turistico della Montagna Italiana, che raccoglie ed elabora statistiche sulle 56 destinazioni sciistiche di 13 regioni italiane, parlano chiaro. La montagna piace slow. E free. E se, per il terzo anno consecutivo, lo snowboard perde consensi (quasi meno 4 per cento) mentre la sciata competitiva pare in stand by, ecco che discipline più rilassate come sci da fondo o ciaspole (vero boom bianco con una crescita del 10 per cento), attraggono sempre più seguaci. Con buona pace di skipass costosi o maestri a perenne disposizione. Strano ma vero infatti, sulle piste da fondo si cominciano a vedere anche i bambini italiani, tanto che i soliti attenti altoatesini hanno approntato pacchetti vacanza dedicati. A Fiè allo Sciliar, paesino ai piedi dell’Alpe di Siusi, l’Hotel Emmy Family Resort mette a disposizione per due …

Take your time

Take your time, Andy. Prenditi il tempo che ti serve per lasciare che le lacrime vadano, per far passare dolore e delusione, e togliere quel peso che ti stringe la gola e china il capo. Prenditi il tempo che ti serve per capire dove sei. Davanti allo smarrimento a singhiozzi del perdente di Wimbledon, mi ha stupito questa frase della giornalista che stava facendo gli onori di casa. Take your time. Non perché si tratta delle lacrime di un uomo, né perché son lacrime. Ma il tempo che ci sta in mezzo, inutile e vuoto, concesso a piacere, questo sì che mi ha obbligato a una sospensione del pensiero. Non so se è capitato anche a voi. Perchè c’era poco di spettacolare in quello che stava accadendo e molto di interrogativo. Noi che non ci fermiamo mai, che raramente sappiamo che cosa contiene quell’intermezzo di tempo che sta tra il prima e il dopo, noi ormai bulimici e quindi privati di ogni gusto. Ecco che cosa c’è in quel Take your time, c’è il gusto, …

Gràcies Pep

Non l’avevo ancora fatto e solo per mancanza di tempo. Ma eccomi qua. La conferenza stampa di addio al Barça di Pep Guardiola l’ho vista in diretta. Prima le scuse (l’incertezza), poi la riconoscenza (la mia casa), quindi il dono (cerco di spiegare come mi sento). Mi sono presa qualche appunto. Perché poteva sembrare strano che un uomo che aveva vinto di tutto cercasse di spiegare la sua debolezza. La sua stanchezza. Il suo deficit di energia. Percepire di non aver più nulla da dare. L’alzarsi la mattina e sentire che aveva bisogno del tempo che non c’era. Aspettare la mattina dopo e accorgersi che era lo stesso. La nostalgia per un calcio che non sia un pazzo circo. Ha sentito il dovere di spiegarlo a tutti, lui. Di condividere una parte di quello spogliatoio che in questo Paese non concede ai veri maschi simili comportamenti. Scusate, non ce la faccio più. Non è colpa di nessuno, solo un limite dell’essere umano. E Pep Guardiola è un essere umano. Che dice che l’importante non sono …

Il pantano

Alla fine anche il calcio è, in Italia, solo una storia italiana. Gol a insaputa degli arbitri, partite vendute, qualche arresto (forse). Ma anche, ed è il migliori dei casi, difesa del pantano. Quando una settimana fa guardavo Milan-Barcellona mi tornavano in mente le parole che una volta mi disse Arrigo Sacchi: «L’ultima volta che l’Italia è andata all’attacco è stato al tempo dei romani. Poi ha sempre giocato in rimessa e avuto paura dell’eccellenza». La riflessione può essere estesa anche al di fuori dell’ambito calcistico. E, d’altra parte, anche il calcio può essere assunto a metafora di questo Paese. Il Milan per pareggiare con il Barcellona non ha usato il bel gioco o il talento, ma ha (semplicemente) impedito che il gioco, e il talento altrui, si liberasse. Pensate a quante volte avete visto mettere in pratica questa strategia nelle Università o nei luoghi di lavoro. La mediocrazia vince in questo modo. Ho usato “vince” non a caso, perché la vittoria ha in sé un suo valore e va riconosciuto. Dico solo che per …