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Quel che resta del blog ipaziaè(v)viva è finito in queste pagine. Insieme ai miei editoriali, alle mie opinioni personali, ai miei liberi sfoghi su politica, donne, vita quotidiana. Insomma, qui scrivo tutto quello che secondo i manuali di personal branding non dovrei scrivere. Pazienza.

Città delle donne o solito puttantour?

Oggi sono stata all’Expo Gate per una cosa molto bella, che non vi racconterò (almeno ora) e poi, per un’altra cosa che doveva essere altrettanto bella, ma che mi ha quantomeno perplesso. Eppure gli ingredienti per uscire soddisfatta c’erano tutti, visto che il viaggio, la cultura sharing e le donne mi interessano parecchio da soli, figurarsi se combinati fra loro. La Città delle donne unisce infatti il racconto partecipato e collaborativo dei luoghi, la mappatura condivisa delle città, con lo sguardo femminile. Un modo per scoprire itinerari “altri” di Milano, angoli urbani fuori dai luoghi comuni, storie itineranti che non sempre si trovano nelle classiche guide. Una bella occasione quindi di vedere come queste cose possono progettare la realtà. Così, viene fuori che, al momento di individuare delle parole attorno alle quali costruire una mappatura condivisa di Milano, dopo speranza, volontariato, moda, design, sperimentazione, cultura, accessibilità, viene fuori la parola “figa”. Risolino diffuso, e io mi chiedo se sono la sola a trovare questa esternazione fuori luogo. Mi guardo intorno e vedo se c’è ancora Francesca Zajczyk, sociologa urbana nonché delegata alle Pari …

Chi ha paura del femminismo?

Giorni fa Slate ha pubblicato un divertente articolo sulla storia delle dichiarazioni intorno alla parola femminismo. O meglio, su chi e che cosa avevano risposto negli ultimi 50 anni diversi personaggi famosi, dai politici agli attori, alla domanda «Ma lei è femminista?». L’articolo, che vi consiglio di leggere, è molto divertente. Perché, almeno negli Usa, sempre di più oggi si chiede di dichiararsi, o meno, femminista. Il che è un po’ strano perché ciò implica chiedere se si è, sì o no, a favore dell’uguaglianza tra uomini e donne (sì lo so è un poco più complicato…), eppure, in questo caso, si prevede e senza scandalo, essendoci la domanda, la possibilità di una duplice risposta. Voglio dire, nessun uomo o donna, in odor di fama, sarebbe così incauto da dire che i gialli sono meglio dei neri, o i bassi più intelligenti degli alti… tanto che, nell’ultimo anno, da Miley Cyrus a Beyoncé, il dichiararsi femminista è stato un po’ come dire “Sono qui e ora. E sono in cima alla lista”. La storia delle dichiarazioni con tanti “se” …

Caro Gramellini, questa volta sbaglia

Caro Massimo Gramellini, leggo sempre il tuo Buongiorno, ma questa volta, permettimi, sbagli. E se non fosse perché il tuo Bambole e bambocci sarà letto da migliaia di persone, mamma e papà, non avrei sentito l’urgenza di scriverti questa lettera aperta. Essendo io stessa, prima che giornalista, genitore. Perché, lo dico subito sinteticamente, la mancanza d’amore verso la donna e il suo corpo comincia proprio dalla rappresentazione che ne viene fatta. E quest’ultima ha inizio dalla scuola. Dall’educazione. Rappresentare le bambine sempre e solo come future cuoche, addette alla cura familiare, mamme e bambole è il primo passo per mortificare il loro talento. Ed è nella mortificazione del talento, nell’idea che la donna sia solo “quella roba là” che germina, anche, il seme della violenza. Hai letto alcuni dei commenti sull’impresa di Samantha Cristoforetti? Il più carino diceva che, in fondo, sulla base spaziale, serviva qualcuno che stirava e cucinava. Che faceva la bambola insomma. Ma per uscire dalle prime pagine dei giornali e venire al quotidiano, basta avere un figlio o una figlia a scuola per …

La scuola insegna

Ci sono parecchie cose che mi fanno orrore nella storia del dolce a pagamento istituita dal sindaco a Cinque Stelle del comune di Pomezia, ma la prima è senz’altro la constatazione di cosa stanno facendo diventare la scuola. La scuola è sempre stata – e penso ai tempi migliori della nostra Repubblica – quella in cui le differenza di classe non importavano. La scuola ha insegnato a leggere a scrivere a bambini che venivano dalla campagna, che non avevano le scarpe, che malapena mangiavano a casa. Bambini appena usciti dalla guerra che vagavano per le periferie della città quasi semi abbandonati o che lavoravano già a sette o otto anni. E non era tanto tempo fa, se facciamo bene i conti. La scuola è stata, e dovrebbe essere, il luogo dove si pratica l’uguaglianza e la possibilità di riscatto sociale. E ho scritto pratica, perché è dall’esempio che viene il più grande insegnamento, non dalle belle parole imparate sui libri di scuola. Non dalle poesie mandate a memoria di Madre Teresa di Calcutta accompagnate da ritornelli di commenti …

194: aborto

Inizio con due premesse. La prima, è che, Franzen permettendo, tutto ciò che sto per scrivere, e che ho la possibilità di esprimere, non avrebbe avuto la possibilità di manifestarsi, e di crearsi, se uno strumento di condivisone del pensiero come Twitter non ci fosse. La seconda, è che esistono persone come David Sassoli che ci mettono la faccia e usano il mezzo digitale di cui sopra, per ricucire quel link tra rappresentanti e rappresentati che si è evidentemente spezzato. Ma 140 caratteri sono pochi e vorrei invece usare questo mio spazio per sfruttare un’occasione di dialogo e di confronto. Viso il tema, la recente sentenza della Corte Europe sul diritto all’aborto, credo che ne valga la pena. David Sassoli ha spiegato la sua posizione, e i suoi dubbi, in un articolo apparso sull’Unità. Tutta la nostra conversazione su Twitter è stata quindi imperniata su una domanda simbolo e provocazione allo stesso tempo: «Dunque, sei favorevole a concedere il diritto alle ragazzine di 13, 14 anni di accedere all’aborto senza parere dei genitori?». È una domanda …

Nel nome del figlio

C’è un gusto tutto italiano nel traccheggiare. Nel rimandare a domani quel che si poteva, e doveva, fare ieri. L’importante è non decidere, rimettere il faldone delle pratiche sotto la pila di altri “sospesi” e sperare che dal tempo emerga, per disperata furbizia, una qualche soluzione possibile. Soluzione che di solito l’italiano si trova da sé. Chi può, in genere, se ne va all’estero (il mondo è grande e vario) dove lo attendono un vasto campionario di scelte possibili. E su misura.  Stiamo parlando di figli. Di procreazione assistita, eterologa, surrogata. Temi caldi che stanno lacerando l’esistenza di esseri umani inermi, i minori, mentre la nostra classe politica presente di diritti emergenti non ne vuol parlare e quella futura, a quanto pare, si sofferma sui cimiteri dei feti. Qualche settimana fa, a una coppia di genitori agées era stata sottratta la figlia di tre anni perché la differenze di età era troppa: quando l’avevano procreata con la fecondazione assistita lei aveva 57 anni, lui 70. Oggi leggo invece, di un bimbo di 18 mesi tolto …

Cosa c’è da imparare

Poche ore fa Guido Barilla ha mandato un video messaggio in cui rinforzava le scuse per le sue dichiarazioni di ieri affermando che sull’evoluzione della famiglia ha molto da imparare. Non si tratta di un passo indietro, come è ovvio, semmai di una conferma della linea di demarcazione di chi sta al di qua e al di là di quella linea del confine della tradizione fissata dal Mulino Bianco. Barilla incontrerà i rappresentanti degli esponenti delle famiglie altre (quelli che possono fare quello che voglio senza disturbare nessuno) e si opererà per ricucire quella strappatura che ha scandalizzato l’Italia, Paese notoriamente progressista e tollerante in tema di diritti civili. Guido Barilla ha forse commesso l’errore di marketing più grossolano che memoria ricordi: ha semplicemente spiegato e svelato in parole estremamente chiare quello che la sua azienda (e non solo lei)  fa da anni: usare quell’immagine della perfezione e armonia familiare stile Mulino Bianco per vendere, e bene, i suoi prodotti. E la usa perché, piaccia o meno, si sia concordi o meno, quella è l’immagine …

Ricomincio da me – la guastafeste

In un recente articolo su Forbes, Natalee MacNeil l’ha chiamata una rivoluzione silenziosa. Elvira Serra, sul blog La27esimaOra, ha ricordato invece l’articolo del Sunday Times e il successo delle mumpreneurs, che per altro godono di un network ormai consolidato in quasi tutta Europa. Nei corsi e ricorsi economici, tra riprese e recessioni, l’economia al femminile, torna insomma come se fosse una novità. Come se fosse una notizia la capacità femminile di “tenere botta” nei momenti più tragici della storia: basterebbe pensare all’economia di guerra, quella sostenuta in silenzio dal lavoro femminile, dalla gestione economica delle donne che rimanevano a casa, per capire che la notizia non è poi da prima pagina. Che cosa è in fondo, questa crisi se non una guerra? Si è detto molte volte. Come si è detto che la crescita del lavoro femminile è dovuta al fatto che molte donne, ritrovatesi con il marito a casa, hanno ripreso la via dell’impiego accettando anche lavori dequalificati per loro. Ma qui si parla di mamme. Di donne soddisfatte e sorridenti (di default) che …

Il tempo di una mamma

Uno dei commenti più spesi per la mia nuova condizione da libera professionista (e sull’aggettivo libera avrei qualcosa da ridire) è che avrò più tempo libero per me e per la mia famiglia. «Goditi tuo figlio che il tempo passa», il refrain. E il tempo di una mamma passa ancora più velocemente. Certo, ora si può fare tutto quello che prima era condensato nell’ora di cena comune serale. I racconti, le domande, gli esperimenti, le confidenze, le imprese sportive, persino le arrabbiature. Un’ora davanti al piatto di minestra in effetti era un po ‘poco. Perché ci sei o non ci sei, questo non si può cambiare, e perché si cresce anche con i vuoti, ma ti resta sempre il tarlo che riempire quei vuoti in fondo sia meglio. Quando scrissi per Sette, il magazine del Corriere della Sera, l’ennesimo pezzo sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, mi sono confrontata con altre famiglie europee. Non è che la gestione del tempo della famiglia non fosse un problema, semplicemente, questo problema non solo era diviso a metà, …

La retta via

Come, ogni settembre, all’inizio dell’anno scolastico, ecco che spunta l’articolo sulla retta non pagata delle mense scolastiche e la conseguente esclusione dei bambini e delle bambine al rito del pranzo comune. Repubblica ne ha fatto un’inchiesta, che comunque appare meno importante della rotazione della Costa Concordia, della decadenza di B. o delle notizie del lunedì sportivo. Il cibo, o la sua mancanza, d’altra parte, sono argomento da Paesi del Terzo mondo, quelli in via di sviluppo, e non certo di una potenza industriale come la nostra. Mangiamo tutti, si crede, almeno una volta al giorno, e forse pure troppo. Un piatto negato, quindi, pare non essere poi così grave. Non è la fame, ma la retta non pagata, i soldi non dati al servizio pubblico della mensa scolastica, i pagamenti elusi. Questi sono gli argomenti, questo è il problema. Forse le cose cambierebbero se avessimo il coraggio di prendere un’altra strada per arrivare al cuore delle cose – la retta via appunto -, se trattassimo l’argomento per quello che è: togliere il cibo e affamare. È cosa …