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Che cosa è il lavoro

Che cosa è il lavoro? Anni fa girava un bell’opuscolo dal titolo Immagina che il lavoro, me lo regalò una cara amica e su quello ci abbiamo sognato un po’ tutte. Perché il lavoro è una parte di noi, anzi, per alcuni siamo noi, il nostro stile e qualità della vita, il nostro tempo pubblico e privato, il nostro passato e il nostro futuro. Eppure a volte il lavoro così inteso sparisce e con esso, anche le persone. Inghiottite dalle guerra tra azionisti e aumento di capitale, tra giochi di borsa e azzardi finanziari. E non serve essere Adriano Olivetti per accorgersi che c’è qualcosa che non va. Qualcosa che non va nella distruzione del lavoro, del suo valore etico ed economico e della sua capacità di creare dignità. Una distruzione sistematica fatta di spreco di talenti, mortificazione delle competenze, viltà manageriali, miopi convenienze, sospetti e pigri pettegolezzi da corridoi. Così siamo, sono, arrivata fin qui. Qui dove il lavoro si è ridotto a un posto di lavoro e nulla più. Quando anni fa un’amica terapeuta mi disse: «Fai qualcosa per te stessa o faranno il vuoto dentro di te», decisi di aprire questo blog. Ipazia mi sembrava la donna giusta. Condannata a morte, senza appello o speranza, da quel pensiero dominante viziato di mediocrità e potere capace di appagare solo chi, non so se inconsapevolmente o per arroganza, non capisce di essere solo poco più di un ospite nel Paese di Dio. Un ospite che come tale, discreto e riconoscente, dovrebbe condurre la sua esistenza, e invece arraffa, spintona davanti la tavola imbandita mangiando anche il nutrimento dei suoi figli. Il lavoro, appunto. Un lavoro, il mio, di cui restano solo ceneri, riti officiati da cordate e sodalizi familistici, e prassi addormentate da continue delusioni e dall’inesorabile perdita di motivazione. Lo so, non è una cosa che capita solo a me. Ma per quanto mi riguarda, in virtù di quei paradossi che a volte ridanno il senso a una vita, per continuare a fare il mio lavoro, non restava altro che lasciare il mio posto di lavoro.

«Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica» scriveva Italo Calvino.

Ed è esattamente così. Anche se non possono che fare eco nella mia testa tutte le storie di quelle donne che per gli stessi motivi hanno lasciato cercando altrove, da sole, la loro vincita personale (come Ipazia la cercò nella solitudine dello studio…). Una vincita che ha sempre un sapore amaro perché, e lo vedo tutti i giorni, ha più il sapore della ri-vincita che della meritata realizzazione. Dimostrare, ancora una volta, che ce la puoi fare a dire due, ma anche tre, volte sì. A te stessa, alla famiglia, e persino alle altre donne che continuano a ignorare che nulla è cambiato. Che si ritorna sempre lì, da capo, al punto di partenza. Che cosa è il lavoro per le donne allora? Questo sarebbe l’incipit più giusto a questo post. Per me non era più un posto di lavoro, questo è sicuro. E credo che sia così per molte. Alla consegna della mia lettera c’era una giovane donna di 26 anni. Aveva fatto un acrobatico dribbling solo per togliersi dalla solita sala riunioni saturata dal solito altissimo tasso di testosterone. A lei, con un retrogusto di disancantata speranza, faccio tutti i miei auguri.

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