Adolescentia, educazione
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Chi si prende cura degli adolescenti?

Lo ha affermato anche un recente studio pubblicato su Lancet Child & Adolescent Health: l’adolescenza, con i suoi mutamenti fisici e neurobiologici, dura fino ai 24 anni. Il cervello continua a crescere, il giudizio, denti compresi, pure. Si prolunga così quell’età di mezzo spesso associata a una confusa attesa dell’adultità, quando invece si sa che di attesa passiva c’è ben poco, visto che questa è l’età in cui a livello cerebrale si organizza, plasma, scolpisce, il tipo di individuo che saremo “da grandi”. Ma è proprio in questa smisurata potenzialità che sta il rischio di essere adolescenti. «Sono anni in cui si è particolarmente sensibili agli stress, che siano ambientali, di relazione o comportamentali» dice Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze e salute mentale del Fatebenefratelli-Sacco di Milano e autore di Quando tutto cambia. La salute psichica in adolescenza(Pacini Ed.). «I dati epidemiologici ci dicono che è in adolescenza che esordiscono gran parte delle patologie psichiche: spesso le inquadriamo in un generico “disagio adolescenziale” e invece sono disturbi specifici per cui solo una minoranza riceve cureidonee».

Alla ricerca dell’adolescentologo

Secondo la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale infatti, su dieci mila ragazzi tra i 14 e 18 anni interpellati, l’80 per cento dice di non aver trovato alcun aiuto al momento del bisogno. E d’altra parte, usciti dal perimetro del pediatra per essere assegnati a un medico di base, capitare in una sala d’attesa popolata generalmente da over 50 (in pratica dinosauri) può generare qualche disagio. Manca di fatto, una figura capace di intercettare e prevenire le problematiche di salute specifiche di questa età, una figura che guardi alla persona come un tutt’uno di corpo e psiche, e in cui la psiche, molto spesso, è quella che comanda. Manca, per dirla con una parola, un “adolescentologo”. «Il rapporto medico adolescente è ancora in via di costruzione» dice Marco Pandolfi, responsabile dell’ambulatorio di medicina dell’adolescenza dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, uno dei pochi centri specializzati in Italia. «Eppure è importante guardare all’adolescente nella sua totalità, non spezzettarlo in tanti problemi specifici. Ecco perché il colloquio iniziale, il counselling psicologico esistenziale, è fondamentale», conclude Pandolfi. Arrivano per dolori di pancia o l’acne, per disturbi alimentari o asmatici, mal di testa frequenti e problemi della crescita, per poi rivelarsi in tutta la complessità di questa fase di crescita. Una fase in cui tutto si intreccia con la domanda regina dell’essere: chi siamo e chi diventeremo. La crescita stessa, dei piedi, del corpo, della voce, sono un punto di domanda sul proprio valore.

Prendersi le misure

«Soprattutto nei maschi, l’altezza è un parametro considerato socialmente importante, spesso associato anche a ritardi nello sviluppo puberale, e una bassa statura può provocare anche crisi di identità e di autostima», dice Gabriella Pozzobon, presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, la società scientifica che promuove e organizza convegni e corsi su problematiche adolescenziali, e responsabile dell’ambulatorio di auxologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano. «Nella maggior parte dei casi, se non si è diagnosticato altro nell’infanzia o non presenta un quadro clinico complesso, si tratta di un semplice ritardo costituzionale di crescita e pubertà. Tuttavia, onde evitare di misconoscere altre patologie, è opportuno effettuare una visita in cui si valuta lo stato generale del ragazzo, il fenotipo, lo stadio puberale e si richiedono esami di base, di screening ormonale e la radiografia della mano e polso sinistro che ci rivela l’età ossea e il margine di crescita ancora a disposizione». Accertamenti che servono per di più rassicurare, in un’età in cui tutto può apparire come una sfida, una tensione per essere sempre al massimo a tutte le ore.

La gara del sonno

È così che l’ansia di prestazione è diventa oggi l’ansia della connessione. Un disagio che ancora una volta inizia nelle emozioni per poi riflettersi in problematiche fisiche. «Diversi studi confermano che, dai 13 ai 25 anni, il 10 per cento dorme meno di sei ore per notte, con un vero disturbo di insonnia dai 13 ai 16 anni di oltre il 10 per cento. Sono dati molto preoccupanti» dice ancora Claudio Mencacci. «Non dormire significa intaccare la formazione di sinapsi e di circuiti cerebrali in un periodo in cui il sistema nervoso centrale sta maturando per prendere la forma che avrà nell’adulto. I ragazzi cominciano a perdere concentrazione, memoria, capacità cognitive e di attenzione; ma dalla carenza di sonno derivano a cascata tutte le altre problematiche psichiche, dalla depressione all’impulsività, alla riduzione delle capacità di decisione, a cui gli adolescenti sono particolarmente esposti». È la perenne necessità di restare collegati, di controllare i messaggi, di giocare on line nelle ore notturne. Una necessità che nasce dalla paura di essere esclusi, per assenza, dal gruppo. Senza contare l’effetto sulla retina della luminosità degli schermi, accendendo meccanismi ormonali che portano all’insonnia. «Sono le nuove dipendenze comportamentali, meno conosciute di quelle da alcol o droghe, ma altrettanto pericolose», continua Mencacci.

Curami, ma soprattutto ascoltami

Si tratta, come molti dicono, di una vera epidemia sociale in rapida evoluzione, per arginare la quale il ruolo dei genitori è sempre più importante. «Si parla molto di infantilizzazione dell’adolescenza, ma per molti versi, mentre poniamo molta attenzione all’infanzia, di questa fase dell’età ce ne dimentichiamo. Dovremmo invece tornare a vigilare controllando cose banali: che dormano almeno otto ore al giorno, che facciano attività fisica, che siano confortati sul piano emotivo», conclude Mencacci. Solitudine, isolamento, assenza di guida e di punti di riferimento sembrano davvero il sottobosco dove nascono tutte le forme di disagio adolescenziale. Anche quelle emergenti come la drunkoressia (mangiare poco per poter bere alcol a volontà), è alla fine solo l’ultima delle tante richieste di ascolto da parte di una generazione cresciuta troppo in fretta e a cui troppo pochi sanno dare risposte.

Già pubblicato su Gioia! n. 14 del 2018

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