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Christmas Blues, quando il Natale è malinconia

Si chiama Christmas Blues e no, non è il jazz scanzonato di Bob Dylan. Anche se Bob Dylan, che non è Babbo Natale, qualche cosa su questo sentimento malinconico che cresce durante le feste lo aveva cantato. Trattasi, per altro, di una sindrome oltremodo indagata (secondo l’americano National Institute of Health, le feste di dicembre sono il periodo dell’anno in cui si registrano più casi di depressione), con sintomi e risvolti psicologici codificati: «Ci si sente più rallentati, affaticati, inclini al sonno e alla malinconia», dice la psicologa e psicoterapeuta Michela Rosati. «E mentre il mondo ci chiede di provare compassione, bontà, gioia, il Natale può essere percepito persino come un affronto rispetto a quello che stiamo sperimentando personalmente».

Christmas Blues quindi, come disconnessione dal benessere diffuso, e più o meno artificioso, in cui nostro malgrado ci troviamo immersi. Come stonatura rispetto alla narrazione mainstream, e gap profondo tra il nostro stato d’animo e quello che la maggioranza delle persone, con tanto di social media a fare da amplificatore, fa apparire. Ma è poi davvero tutta colpa delle feste comandate? «No, l’umore risente anche della progressiva diminuzione della luce di questa stagione. Certo è che, verso un periodo dell’anno che idealmente vorremmo pieno di armonia e spensieratezza, spesso noi abbiamo aspettative irrealistiche che inevitabilmente finiscono con l’essere deluse. In più, la richiesta pressante di appuntamenti sociali perfetti, ci richiede di interpretare ruoli fissi e stereotipati che generano stress». Come se non bastasse poi, ogni anno, la valanga di fiocchi oro e rosso, le piramidi di panettoni e le colate di torrone, arrivano sempre prima. Che non si fa in tempo a togliere dai ripiani l’olio solare, e sostituire nei vasi la lavanda con il pungitopo. E poi perché apparecchiare la tavola come Caterina de’ Medici quando per undici mesi l’anno bastano coltello, cucchiaio e forchetta?

C’è da dire che, nonostante la psicolabilità imperante e la tensione da scambio doni, ce la si cava sempre alla grande. Tanto che per ritrovare l’autentico sapore natalizio perduto, siamo disposti a fare chilometri per raggiungere la tradizione più nuova che c’è: il mercatino di Natale in terra alpina. Quello che da cartolina dovrebbe essere immerso nel freddo polare, tra profumo di vin brulé e pino mugo, la magia dei canti da fare da sottofondo, e che raggiungiamo in auto in fila indiana già a metà novembre, che la neve, se va bene, l’hanno sparata con i cannoni. Ma, come dice Rosati: «Le ritualità rasserenano perché ci danno la sensazione di recuperare, almeno sul piano formale, la carenze di appagamento emotivo». E allora, rito sia. A cominciare dal “regalo” che, quando è spogliato di quel materialismo depressivo, è in realtà un viatico di buon umore capace di creare relazioni e non interessi. Ne è la prova la tendenza crescente, certificata dall’Istituto Italiano della Donazione, di fare gesti utili, che ci connettono con i meno fortunati. E se poi il nostro desiderio è quello di andare il più lontano possibile dal pranzo di famiglia, facciamolo, che «dire di sì a tutti e pretendere di risolvere, a Natale, vecchi dissidi familiari, non è solo improbabile, ma rischia di complicare anche dinamiche future» continua Rosati.

Si sappia allora che sono sempre decine le nuove rotte aggiunte verso le destinazioni europee per la stagione invernale, dei voli diretti da Milano per il villaggio di Santa Claus a Rovaniemi, in Lapponia. Mentre le prenotazioni per Maldive, Zanzibar e Mauritius, mete dal clima notoriamente poco natalizio, sono già date in crescita. In ogni caso, anche per chi resta, i rimedi e le tecniche mentali per evitare il Christmas Blues, ci sono. «Cominciamo prima di tutto a pensare il Natale non come una missione, ma come una possibilità. La possibilità di trattarsi con benevolenza, gli inglesi la chiamano self-compassion». dice Rosati. «E bisognerebbe ricordare anche che il Natale è un momento di pausa, di sospensione dalla routine, anche se dovessimo prendere una decisione, rimandiamola a gennaio, e approfittiamo di questi giorni per rispecchiarsi negli altri. Un utile esercizio di mindfullness è quello di riconnetterci sempre con il “qui ed ora”, senza continuare a programmare feste e abbuffate, che gli eccessi non portano mai serenità», conclude Rosati. Che poi, a ben vedere, le fatiche dicembrine sono equamente divise tra le varie religioni. L’Hannukkah, la Festa delle Luci ebraica, quest’anno inizia il 12 dicembre e termina il 20. La festa islamica del Mawlid, che celebra la nascita di Maometto, sarà il 1 dicembre, mentre i buddisti l’8 onoreranno il Giorno del Risveglio e gli induisti (il 10) la Bhagavad Gidta. Quel che si dice, mal comune… (articolo già pubblicato su Gioia! 17 dicembre 2016)

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