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Coding, le ragazze lo fanno meglio

[Pubblicato su Gioia! n. 15 aprile 2015] L’innovazione ha un tocco femminile, conferma anche l’ultimo studio di Women in Engineering, ma non, a quanto pare, in Silicon Valley, dove il 43 per cento delle aziende quotate in Borsa non ha una sola donna nel consiglio d’amministrazione. L’ultima speranza di avere una sorta di risarcimento morale contro questa misoginia diffusa era la causa che Ellen Pao aveva mosso alla Kleiner Perkins Caufield & Byers. Nulla di fatto: nonostante una giuria di metà donne, nonostante il maschilismo emerso durante le settimane di testimonianze, Pao ha perso su tutta la linea. Eppure non è stato sempre così tra i padroni della Rete. Almeno non prima del 1984, l’anno che ha segnato l’inizio della fuga delle donne dall’informatica. L’anno in cui, mentre aumentavano in numero in medicina, scienze o studio della legge, smettevano invece di occuparsi di computer, codici, hardware e software. Oggi in Italia, come negli Usa, le laureate in informatica sono solo il 15 per cento (dati Almalaurea), mentre in tutta Europa, solo 9 su 100 sono in grado si sviluppare un’app e meno del 30 per cento lavora nelle TIC (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione). La National Science Foundation, interrogatasi sul fenomeno, ha azzardato un’ipotesi. E, guardando com’è andata a finire nei favolosi anni Ottanta, tra videogame e film da nerd riservati ai maschi, ha sentenziato che sì, la cultura di massa, l’immagine di un onnipresente ragazzo attaccato a mouse e joystick, potrebbe essere responsabile della scarsa attrazione delle fanciulle per l’informatica. Tutta colpa dei soliti stereotipi quindi? Qualche mese fa, quando la Random House ha pubblicato il libro Barbie: I can be a computer engineer, con tanto di lap top rosa posizionato in cucina e soprattutto una trama poco edificante che vedeva una candida bambolina ammettere che lei aveva avuto un’idea ma, per trasformarla in un vero gioco elettronico, aveva bisogno dei suoi amici maschi, Lucy Sanders, CEO e cofondatrice del National Center for Women & Information Technology, ha preso carta e penna e ha bacchettato autore ed editore dicendo che quella rappresentazione non solo era falsa, ma danneggiava il futuro di milioni di ragazze.

Ma perché è così importante riavvicinare le donne all’informatica ed eliminare gli stereotipi che lo ostacolano? La risposta, pragmatica, arriva dall’Unione Europea, visto che il settore crea ogni anno 120 mila posti di lavoro e che, da qui al 2020, se non si corre ai ripari potrebbero mancare 900 mila esperti nelle TIC. E se questi dati fossero insufficienti, sappiate che uno studio della Commissione rivela che se le donne partecipassero almeno quanto i colleghi maschi al digitale, il Pil europeo aumenterebbe di 9 miliardi di euro l’anno. Iniziative comunitarie come Every Girl Digital che invita le ragazze tecnologiche a mettere on line la loro storia di successo, hanno quindi poco di ideologico. Così come sono più che concreti gli obiettivi delle tante associazioni di femminismo geek che vogliono eliminare il così detto Tech Gender Gap. Annunciando i 60 corsi gratuiti che la prossima estate permetteranno a 1200 ragazze di diventare esperte programmatrici in sette settimane di full immersion digitale, Reshma Saujani, fondatrice dell’ong americana Girls who code, ha affermato che più che un programma scolastico, il suo è un vero movimento. Ma anche Kimberly Bryant, mamma ingegnere biotech di San Francisco considerata dalla Cnn una delle dieci donne più visionarie d’America, con la sua Black Girls Code, sta lavorando per raggiungere, entro il 2040, un milione di bambine di colore: «Voglio insegnare loro a diventare le prossime Bill Gates», ha dichiarato. Sul come farlo poi, qualche suggerimento arriva dall’ultimo rapporto di Intel Corporation. Con Make Hers e 16 milioni di kit per i soli Stati Uniti, la multinazionale californiana sposa l’approccio maker e indica la strada maestra, tra sperimentazione e realizzazione di dispositivi elettronici, per coinvolgere le ragazze nell’informatica.

E in Italia? L’ora di coding obbligatoria attivata dal MIUR in collaborazione con il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica che, secondo programma, dovrebbe coinvolgere entro la fine di quest’anno almeno il 15 per cento delle scuole primarie, è un po’ poco, anche perché le bambine crescendo, restano in disparte. Per questo Costanza Turrini di MAW, un’agenzia per il lavoro e l’orientamento, ha creato Girls code it better, laboratori indirizzati alle ragazze delle scuole secondarie di primo grado di Milano, Modena, Bologna e Reggio Emilia in cui la programmazione di un’app o di un sito diventa il mezzo per la realizzazione di un progetto concreto. «Nei prossimi anni serviranno competenze digitali in ogni settore e le ragazze non possono essere penalizzate» dice Turrini. «Eppure, quando andiamo a presentare il progetto nelle scuole, ci accorgiamo che sono loro le prime a credere di non essere portate: una sorta di profezia che si autoavvera». Purtroppo, anche ai pomeriggi di coding gratuiti organizzati da CoderDojo Milano, di femmine se ne vedono poche: «Tra il 20 e il 30 per cento per gli eventi dedicati ai più piccoli, e sempre meno quando si imparano linguaggi di programmazione più complessi», dice il coordinatore Angelo Sala. È, in definitiva, un circolo vizioso che rischia di escluderci, o di autoescluderci, anche da futuri guadagni, se pensiamo che le donne imprenditrici nelle TIC guadagnano un 6 per cento in più rispetto alle altre manager. Come cambiare verso? Andando alla ricerca di progetti sul territorio come quello di futuro@lfemminile di Microsoft, che organizza corsi informatici gratuiti e promuove l’utilizzo di Internet come leva imprenditoriale per le donne; accompagnando, una volta di più, le nostre figlie ai tanti eventi che CoderDojo o Codemotiondkids ormai organizzano in tutta Italia; e magari ricordandoci che all’inizio di questa storia eravamo le più brave. E possiamo esserlo ancora.

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