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Conflitti di classe

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Se c’è un dato che fa riflettere sullo stato della scuola pubblica è la migrazione verso la scuola privata. Tra questi migranti, lo dico subito, ci sono anch’io. Nell’ultimo anno della scuola materna di mio figlio, quando vedevo l’orrore della Riforma Gelmini profilarsi all’orizzonte, insieme alle mamme degli altri “primigini”, così come si chiamano i bambini che si avviamo alla scuola elementare, ho manifestato e scritto. Incontrato maestre e istituzioni (rassicuranti). Poi però, alla scuola elementare che sarebbe stata la naturale, e consueta, prosecuzione di quell’asilo, mio figlio non l’hanno preso. La vicedirettrice, molto dispiaciuta, mi ha chiamato giustificandosi che il bacino di utenza si era, per così dire, ristretto. Per mantenere un tempo pieno di qualità e non fare semplicemente un parking pomeridiano, le regole di accesso erano diventate più rigide, e quello che era stato possibile fino all’anno precedente, ora non lo era più. Io, d’altra parte, una scuola più vicina a me secondo il fatidico contapassi, l’avevo. Peccato però che non l’avessi scelta. Peccato, che la sua “struttura precaria” non mi garantisse un tempo pieno al cento per cento. Peccato che le mamme che hanno i loro bimbi lì passassero il loro tempo a organizzare imbiancature, raccogliere fondi per stage o corsi, portare carta igienica o fare fotocopie. E peccato, infine, che io, tutto questo tempo non ce l’avevo.

Così, insieme al papà, ho fatto un semplice (ma non solo) conto economico. E, tolto il costo ore che avrei comunque dovuto pagare a qualcuno che mi tenesse il bambino mentre io ero al lavoro, ho riversato quei soldi a una scuola privata, fortunatamente buona, fortunatamente non confessionale e vicino a casa. Non è stata una scelta facile, ma l’ho fatta. E, mio malgrado, mi sono ritrovata nel bel mezzo di uno dei tanti derby d’Italia (perché ormai è così che si dialoga in questo Paese): quello tra scuola pubblica e privata. E, come ogni scontro tra opposte fazioni che si rispetti, anche questo fa perdere di vista il vero oggetto della contesa. Ovvero la Scuola tutta, il suo ruolo nella società civile e nel nostro futuro. Ogni volta che mi sento trattata come crumira traditrice che ha mandato il figlio a una privata mi limito così a ricordare una notizia, neanche troppo riportata sui giornali a Milano: quella del crollo del tetto di una scuola elementare, la Monte Baldo in zona San Siro, la notte prima dell’inizio dell’anno scolastico. Mi ricordo che, appresa la notizia, chiamai subito la mamma di un’ex compagna di asilo di mio figlio per assicurarmi che fosse andato tutto bene. Mi rispose che, fortunatamente, l’incidente era successo la notte, e nessuno si era fatto male. Su un articolo apparso su laRepubblica invece, la fortuna consisteva nel fatto che i bambini erano stati trasferiti in una scuola vicina, quella di Paravia, dove il 90 per cento degli alunni è straniero: un incidente provvidenziale, si legge nell’articolo, che avrebbe favorito  una sana integrazione.

Ma sì. Affidiamo pure le politiche dell’integrazione agli “incidenti provvidenziali”, e le questioni della sicurezza al caso e alla fortuna! Mi chiedo, davvero ci si può permettere il rischio di fidarsi di questo genere di pubblico? E di fare ricadere questo stesso rischio, letteralmente, sulla testa dei nostri figli? Qualcuno mi risponderà che io una scelta ce l’avevo, mentre altri no. È possibile. Ma credetemi, conosco decine di persone molto più benestanti di me (che per altro benestante non sono) che preferiscono investire nella macchina piuttosto che nell’educazione dei propri figli. Oppure, che la scuola non la scelgono nemmeno, basta la più vicina che mi prende meno tempo, perché tanto, chissenefrega, c’è l’aziendina del nonno, e poi a che serve? Perché questo è il punto, altro che derby. Non è la scuola pubblica che stanno distruggendo, non i muri o gli insegnanti. Quello che si sta smantellando è la ragione stessa dell’esistenza della scuola (tutta, pubblica e privata). E cioè la sacra e laica promessa che la crescita culturale di una persona coincida con la sua crescita personale, sociale e anche economica. Paradossalmente, e questa è una provocazione sia inteso, se fossi stata più ricca, avrei potuto permettermi il lusso di mandare mio figlio in qualsiasi scuola. Tanto, se non c’è il tempo pieno, c’è la tata. Se non c’è l’insegnante d’inglese c’è il tutor privato, se non c’è l’attività sportiva c’è il corso al club. E invece no. Io, come altri, sono stata costretta a scegliere, e ho scelto. A favore della Scuola. Perché credo nella Scuola.

E, vorrei chiudere, smantellando io, anche l’illusione che i genitori che si occupano di scuola la rendano migliore. Conosco diverse maestre e insegnanti e se c’è una cosa su cui sono tutti d’accordo è quanto invadenza dei genitori e perdita di autorevolezza delle istituzioni scolastiche siano direttamente proporzionali. Io, ironicamente, rispondo loro: «Che cosa ci si può aspettare se si mettono nelle mani di mamma e papà la carta da aula e da cesso?». Ma davvero, con le mani alzate e il capo chino di vergogna, credo che se mi fossi trovata davanti alla richiesta di soldi per riparare i muri scrostati, o dipingere termosifoni. Se mi avessero chiesto un’autotassazione per un corso di inglese, psicomotricità o arte, avrei smesso di chiamare quella scuola, pubblica. E se, mi fossi trovata di fronte a comitati di genitori che, pur in buona fede, supplivano alle mancanze di gestione di un preside o di un dirigente scolastico (perché anche di questo si tratta), o di fronte al calpestio quotidiano del valore della cultura in nome di una perversa competizione di cui i primi attori sono spesso i genitori, avrei smesso di chiamarla, semplicemente, scuola.

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