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Siamo tutti creativi

Tutta colpa di Picasso. È lui che ci fa pensare al fare creativo come un atto di sregolatezza, intuizione tormentata, umore instabile, deviazione dalle pratiche routinarie. Eppure come spiega lo storico e critico d’arte Gabriele Guercio nel suo ultimo lavoro Il demone di Picasso edito da Quodlibet: «Se per un verso è vero che Picasso è il pioniere di una sregolata disseminazione del fare creativo che continua tutt’oggi a connotare la pratica artistica e non, è altresì vero che è lui che si rende conto dell’illusorietà che nasconde l’idea di una creatività generica, della reale possibilità di essere tutti creativi. Storicamente, è stato Marcel Duchamp, mostrando un orinatoio (Fontana, 1917, ndr), a dissolvere per primo il confine tra arte e non arte. A mostrare che, facendo coincidere provocazione e innovazione, tutti potevamo essere creativi. Picasso, in un certo senso invece, mostra la fallacia di questo pensiero e invita al ritorno di un assoluto della creazione fondato su criteri precisi. Ma non è forse un caso che oggi, a tutti, in modo diffuso, dall’ambito artistico al lavoro, venga chiesto di essere creativi. Abbiamo bisogno di lavoratori creativi, di lavoratori della creatività».

Quel che pare insinuare Picasso/Guercio allora, è se sia davvero possibile e opportuno tutto ciò. Perché di fatto, insieme ad altre parole di contorno come talento e innovazione, anche il termine creatività rischia di avere il suo tasso di abuso. Senza più un’effettiva distinzione tra pratiche artistiche e quotidiane, sparso come un mantra in azienda come in cucina. A un certo punto, persino la finanza è stata definita creativa e, soppesandone gli effetti, non è che sia andata poi così bene. La creatività si è piegata a tutto, persino ai tempi televisivi, che per imparare l’arte del taglio del sushi in Giappone si chiedono dieci anni, mentre qui qualcuno ventila che ce la si può cavare con un workshop; e nel mito assoluto di una giovinezza inventiva, vogliamo guru del problem solving rigorosamente trentenni, dimenticandoci che la nostra vita, e pure i nostri problemi, dureranno in vero sempre più a lungo. Liberarsi dalle convenzioni sull’idea di cosa sia la creatività sembra quindi il primo passo. Magari cominciando dal cliché secondo cui il creativo sia vagamente tormentato o maledetto. Ricorda Guercio che persino Pontormo, Vermeer, Man Ray o Giorgio Morandi, condussero una vita straordinariamente ordinaria. E ai diversi studi, dalla Sussex University a quella del North Texas, che inserirebbero tra i componenti attivi della creatività la capacità di confrontarsi con l’incertezza, la socialità, l’indipendenza e l’originalità, ma non il benessere psicologico e la serenità emotiva, fa da contraltare quello che succede nello Stato più ottimista e creativo del pianeta, la California.

«Si può dar spazio alla creatività e fare innovazione anche in situazioni di agio, anche senza l’oppressione che viene da una visione negativa del proprio presente e futuro. In California, ma anche qui a Boston, nei dintorni del MIT, dove tutti sembrano ansiosi di partecipare all’innovazione, e lo fanno dovunque, nei capannelli per strada come nel campus dell’università, il driver che stimola l’immaginarsi un mondo nuovo è proprio la positività», dice Nicola Palmarini, Global Manager in IBM, da sempre attento ai temi dell’innovazione sociale. «La competizione, quando non posa su una necessità urgente e spasmodica di trovare alternative, quando è inserita in un processo partecipativo in cui ognuno mette a fattor comune il suo percorso di ricerca e le proprie conoscenze, è motore di creatività. Si tratta, prima di tutto, di un cambiamento culturale, visto che l’abitudine è quella di immaginarsi soli, mentre la tecnologia oggi può abilitare processi di relazione e condivisione. Si pensi agli hackathon, una maratona di idee a cui tutti collaborano pur sfidandosi». È stata proprio IBM che, dopo una ricerca che ha coinvolto più i Ceo di tutto il mondo, ha individuato nella creatività la competenza di leadership necessaria per affrontare i cambiamenti. Che sono tanti e, ahinoi, mal conciliano con esigenze collaterali come pazienza e tempo.

Che il cambiamento culturale di cui sopra, risponda allora alla necessità, poco naturale, di coniugare creatività e fretta? Non c’è tempo insomma. Anche se, di tempo, la creatività ne avrebbe un gran bisogno. Come di risorse economiche del resto. Perché il rischio dell’immaginazione ha un costo, e bisognerebbe chiedersi chi, e dove, se la può permettere. In questi tempi di mecenati mancanti e sospetti, in cui persino l’arte è finita nei caveau delle banche come investimento alla stessa stregua dei titoli in borsa, è ancora la tecnologia a offrire una possibile via di uscita. Patreon.com è una piattaforma on line creata da un ex musicista dal nome familiare, tale Jack Conte, che si propone di finanziare creativi indipendenti (e piccoli) che mostrano in Rete il proprio progetto. Videomaker o cantanti, artisti figurativi o designer. Ognuno sostenuto dai propri mecenati virtuali, ogni mese, o ad avanzamento del progetto, purché possa continuare a creare. In questo mare di inventiva ed ingegno, di nuovo i confini tra arte e non arte si annullano. Rimane solo quella creatività generica che suggerisce a tutti la possibilità di essere creativi e che può essere quindi guidata, plasmata, allenata.

«Il nostro cervello ha potenzialmente tutte le qualità per essere creativo» dicono Lara Cesari e Paola Tirri, psicologhe e coautrici di Persone a colori (Castelvecchi ed.). «Intuizione, pensiero laterale, coraggio di contemplare l’inedito. Capacità analitiche e pragmatiche. E anche disponibilità ad ascoltare le emozioni proprie e altrui. Se queste qualità coesistono, e abbiamo quello che noi chiamiamo un whole brain, allora abbiamo quella competenza complessa che è la creatività. Che, è vero, si può esercitare. Cominciando innanzi tutto allenandoci a sospendere i giudizi e con la disponibilità a rendersi ridicoli. Nulla rende più vulnerabili, più esposti agli altri che l’atto creativo». Un cervello messo a nudo quindi, che vuole tutto e diffida di tutto, soprattutto del buonsenso come suggeriva Picasso, e che è capace di vedere meraviglia in ciò che appare, dal punto di vista comune, più scontato. Da poche settimane, un centinaio di over 65 di alcuni comuni toscani, tra cui Empoli e Castelfiorentino, hanno ricevuto, per mano del postino che insegnerà loro anche a usarlo, un tablet che li aiuterà a dare notizie a chi vive lontano, a ricordare impegni e cure, a ricevere informazioni su iniziative locali riservate agli anziani. È un progetto che presto coprirà tutta Italia, e che coinvolge Poste Italiane, Apple e Ibm. Un postino che invece di recapitare la posta, per altro sempre più rara, porta buone notizie e compagnia a chi è sempre più solo. Come non averci pensato prima. Che è a volte è nella semplicità che si nasconde il genio. (Nella foto di apertura, l’opera Les femme d’Alger (Version O), 1955, Pablo Picasso

Già pubblicato su Dove maggio 2017

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