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Distratto, (semi)analfabeta e apatico. Ecco il cretino digitale

Non va troppo per il sottile il neuroscienziato francese a capo di un progetto di ricerca presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale Michel Desmurget. In diverse interviste ha dichiarato: «Questa sarà la prossima generazione con un QI più basso della precedente, e più tempo i bambini passano davanti gli schermi, più il loro quoziente intellettivo diminuirà». Ma si farebbe torto al libro di Desmurget, Il cretino digitale (in uscita per Rizzoli il 10 marzo), a ridurre il problema dell’abuso della tecnologia digitale a una questione educativa confinata al rapporto genitori-figli. O peggio ancora a un problema di prestazione intellettuale. Per quanto la lettura di questo libro di quasi 500 pagine, di cui più di un centinaio di riferimenti bibliografici e ricerche scientifiche, sia da considerarsi obbligatoria per tutti i genitori; un suo sfoglio approfondito è consigliato anche a insegnanti, politici con velleità di ministri dell’educazione, e a tutti coloro che vorrebbero occuparsi di comunicazione o che subiscono gli effetti della mitizzazione del digitale.

L’inganno digitale

Esiste infatti, dice Desmurget, una narrazione pericolosa, portata avanti da alcuni media e da sedicenti esperti, che sta orientando le nostre politiche educative e scolastiche e quindi di riflesso, le società future. Ecco perché svelare l’invenzione, e poi si vedrà nell’interesse di chi, dell’eccezionalità dei nativi digitali; smontare pezzo per pezzo l’inganno della presunta diversità dell’apprendimento delle nuove generazioni; classificare come leggenda metropolitana l’inefficacia dell’educazione “di ieri”, sembra il primo obiettivo del libro di Desmurget. Si scopre così che in realtà questi stessi giovani “hanno difficoltà nel dominare le competenze informatiche più rudimentali: impostare la sicurezza dei dispositivi; utilizzare programmi classici da ufficio; tagliare file video; scrivere un programma semplice (qualunque sia il linguaggio usato); configurare un software di backup; impostare una connessione remota; aggiungere memoria a un computer; cambiare un disco rigido…”. Ma non solo, perché mentre i dati evidenziano sempre una maggiore difficoltà nell’analisi, nell’elaborazione, nella sintesi dei testi e delle informazioni che ricevono, anche l’uso del digitale fatto in classe per supposti fini educativi non va meglio (si guardino i risultati delle indagini OCSE PISA…). In definitiva, scrive Desmurget: “…i nostri “nativi digitali” sono forse bravi a saltellare tra Facebook e Twitter mentre nel frattempo caricano un selfie su Instagram e inviano un messaggio. Ma quando si tratta di valutare le informazioni che circolano attraverso i canali dei social media, è buio totale..”.

Lotta di classe… in classe

Ma perché, se il mito digitale è pura invenzione e non supportato da dati, continua a esistere e influenzare le nostre decisioni? Desmurget spiega che lo stereotipo generazionale dipinto sopra rassicura i genitori facendo loro credere che certe competenze siano difficili da acquisire e per di più indispensabili, ma soprattutto apre la porta, anzi un portone, alla digitalizzazione forsennata del sistema scolastico, sistema che è un piatto goloso per molte multinazionali. È questa, a mio parere, l’analisi più interessante del libro dello scienziato francese. Riporto qui di seguito un dialogo particolarmente significativo:

Io (Desmurget): Tutti gli studi mostrano un grave peggioramento delle abilità cognitive dei giovani, dalla lingua parlata alla capacità di attenzione passando per le conoscenze culturali e quelle di base. E la digitalizzazione della scuola, come sappiamo soprattutto grazie all’indagine del PISA, non fa che peggiorare le cose. 

Lui (politico importante): Parliamo di economia della conoscenza, ma è minoritaria. Oltre il novanta per cento dei lavori di domani sarà scarsamente qualificato: assistenza personale, servizi pubblici, trasporti, casa. Per questi lavori non servono persone troppo istruite. 

Io: Ma allora perché diciamo che devono prendere una laurea magistrale se è per farli diventare commessi da Decathlon?

Lui: Perché uno studente costa meno di un disoccupato e socialmente è più accettabile. Conosciamo tutti il livello dei diplomi. È per pavoneggiarsi. Non devi essere ingenuo e poi, più tempo rimani all’università, più si risparmia sulle pensioni.

In fondo, sulla necessità di limiti orari per l’uso dei vari device da parte di bambini e ragazzi (e anche nel libro si trovano indicazioni basandosi sempre su esiti scientifici), molti hanno parlato e scritto, ma forse nessuno come Desmurget è stato così chiaro sulla ragione che sta alla base della promozione dissennata del digitale per apprendimento ed educazione. Una ragione che, meglio chiarirlo subito, non va certo nell’interesse dei ragazzi. Per essere ancora più espliciti, cosa che per altro avevo già scritto qui anni fa, chiedetevi perché, mentre i dirigenti delle massime aziende della Silicon Valley iscrivono i loro figli a una scuola Waldorf impedendo loro, fino all’adolescenza, di servirsi degli schermi, i figli delle classi meno abbienti sono facilitati in tutti i modi a servirsi del digitale?». Eh sì, perché?

Succhiatore di cervelli

Quando leggiamo che l’uso prolungato (e basta un’ora in più al giorno), fa crescere una distraibilità potenziata, appresa in modo attivo e attivata nel cuore della struttura cerebrale, con un impatto deleterio sull’attenzione focalizzata, ossia la concentrazione; quando leggiamo che ciò che non si attiva durante gli stadi precoci dello sviluppo in termini di linguaggio, coordinamento motorio, prerequisiti matematici, abitudini sociali, autocontrollo emotivo, sarà perduto per sempre compromettendo anche le future prestazioni cognitive e scolastiche; quando leggiamo che giocare ai videogiochi dopo aver fatto i compiti, o stare imbambolati al cellulare (che Desmurget definisce il Graal dei succhiatori di cervelli, il cavallo di Troia del definitivo rimbambimento), altera il processo di memorizzazione e la nostra capacità di linguaggio; quando leggiamo che gli schermi hanno effetti negativi su cervello, intelligenza, risultati scolastici, salute, sonno; quando leggiamo che questa digitalizzazione costa un calo di circa quattro posti nella graduatoria di merito impedendo di fatto di accedere a un corso universitario selettivo; quando leggiamo che  nei Paesi in cui è più comune per gli studenti utilizzare Internet a scuola è calato il rendimento di lettura e competenze matematiche; e quando infine leggiamo che sono i bambini e gli adolescenti provenienti da ambienti più svantaggiati a passare ogni giorno due ore e mezzo in più davanti agli schermi rispetto ai loro coetanei con la conseguenza di esserne le maggiori vittime… Dopo aver letto tutto questo, che conclusioni trarremo?

Video deficit

L’unico risultato che la digitalizzazione del sistema educativo sembrerebbe aver portato è un’accentuazione delle diseguaglianze e delle difficoltà scolastiche. In pratica, scrive Desmurget “la tecnologia può contribuire a ottimizzare un insegnamento di qualità eccelsa, ma non potrà mai compensare un insegnamento di cattiva qualità». Eppure, e qui sta il pericolo maggiore, già in Paesi come gli Usa, la figura dell’insegnante che è solo un “mediatore”, mentre lo studente arriva alla conoscenza “da solo” tramite la frequentazione di ambienti digitali, ha autorizzato al reclutamento di insegnanti poco qualificati, ovviamente sottopagati, o persino la formazioni di classi con insegnanti in video presenza, in barba del così detto “video deficit”, essendo scientificamente dimostrato che il nostro cervello risponde in modo molto più acuto alla presenza reale di un essere umano che all’immagine indiretta dello stesso umano in video (e così si mette un bel punto anche sulla qualità dei corsi on line anche universitari). Quello che alla fine ripete Desmurget, è quindi la cosa più antica del mondo: solo un insegnante ben preparato può realmente far la differenza in un sistema scolastico e, di conseguenza, nel futuro di una società capace di mettere in atto le necessarie competenze per affrontare le sfide del futuro. Solo un insegnante qualificato riesce a ordinare e gerarchizzare un insieme di conoscenze e renderle accessibili agli studenti. Rassegnamoci.

Conclusioni?

Per quanto questo post sia eccessivamente lungo, cita solo pochi degli aspetti indagati da Desmurget. Mi sono concentrata sull’impatto sulle capacità cognitive e sul sistema scolastico perché credo che siano le fondamenta costituenti di ogni espressione individuale e collettiva. E perché penso che dietro questa modalità di considerare la trasmissione delle conoscenze si nasconda una precisa idea della stessa società. Una società in cui alcuni avranno più diritto di altri di sviluppare in modo adeguato quelle capacità di apprendimento e cognitive che consentiranno di non intraprendere lavori sottopagati o di capire semplicemente quello che succede intorno a loro. Ma anche chi, occupandosi di comunicazione, si lamenta per una soglia di attenzione da pesce rosso , dell’infobesity che danneggia ogni decente fruizione di contenuto, forse dovrebbe cominciare a capire che questa rincorsa alla “facilità persuasiva” sarà alla lunga una sconfitta per tutti. Avere un pubblico meno manipolabile e più intelligente, più capace di informarsi e più attento e concentrato, forse sarà più impegnativo, ma anche più stimolante ed edificante.

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